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«Mamma… è africano». L’elezione di Papa Wojtyla nel 1978

Matteo Picconi

«Ma è polacco… non importa, applaudi lo stesso»

«Resterà memorabile questa sera d’ottobre», apre in prima pagina, il 17 ottobre 1978, il Corriere della Sera all’indomani della nomina papale di Karol Wojtyla: «Per la prima volta, dopo oltre quattrocentocinquant’anni, il Papa cessa di essere italiano».

Tutta la stampa italiana accoglie con gran sorpresa la nomina papale dell’arcivescovo di Cracovia. Si parla un po’ ovunque di «conclave clamoroso» oppure di una «grande svolta nella storia della Chiesa», non senza una buona dose di scetticismo. A distanza di oltre quarant’anni sappiamo che la scelta di Giovanni Paolo II fu molto più ponderata di quello che sembrava, incentrata su due obiettivi solo in parte perseguiti dai suoi predecessori: da una parte fronteggiare il blocco comunista dall’altra continuare il percorso innovativo all’interno della Chiesa cattolica che alla fine degli anni Settanta conosce una crisi di delegittimazione senza precedenti nella cultura di massa occidentale. Eppure l’elezione a pontefice di un cardinale straniero, per di più proveniente da un Paese dell’Europa dell’est, resta pur sempre una scommessa, che spiazza gran parte dell’opinione pubblica e, soprattutto, l’universo dei fedeli.

«ATTIMI DI GRANDE SMARRIMENTO»

L’articolo di Nascimbeni sul Corriere della Sera il giorno dopo l’elezione di Wojtyla

I primi a fare i conti con l’inaspettato annuncio, avvenuto alle ore 18 e 45, sono proprio i giornalisti. Giulio Nascimbeni, sul Corriere della Sera, scrive che in tutte le redazioni «ci sono stati attimi di grande smarrimento». Il giornalista veronese fa riferimento alle tante biografie già preparate (usa il termine «prefabbricate») dai colleghi, riguardanti i cardinali più quotati alla vigilia del conclave. Effettivamente il nome di Wojtyla non risultava in nessuna delle liste dei papabili, stilate dai vaticanisti e giornalisti esperti del settore. A raccogliere la difficile eredità di Montini e di Albino Luciani, deceduto in circostanze mai del tutto chiarite dopo solo trentatré giorni di pontificato, sembravano piuttosto destinati i personaggi ecclesiastici più in vista del momento.

Nascimbeni riporta una lista di diciassette candidati, di cui dodici italiani e cinque stranieri (di questi l’unico non europeo è l’argentino Eduardo Francisco Pironio). Tra i più gettonati, la stampa italiana riporta frequentemente i nomi dei cosiddetti «montiniani». C’è il genovese Giuseppe Siri, considerato un «uomo d’ordine», fervente difensore della dottrina cattolica e poco incline a politiche di compromesso, per diverso tempo sospettato di aver appoggiato le cosiddette Ratline, ovvero di aver favorito la fuga in Sud America di criminali di guerra e di alcuni sacerdoti croati legati al regime degli Ustascia. Su di lui le accuse non hanno mai trovato fondamento in sede giudiziale. Tra i favoriti spunta anche il nome di Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze, il «vice» di Paolo VI. Tra i più rappresentativi dell’ala conservatrice vaticana, anche per il cardinale pratese valeva la nomea di intransigente anticomunista. Assai indicativa, al riguardo, una conversazione (pubblicata nel 2013 da WikilLeaks) avvenuta nell’ottobre del 1973 tra Benelli e il segretario di Stato americano Kissinger: in quell’occasione, il cardinale liquidò come «propaganda comunista» la denuncia delle torture e dei massacri perpetrati dal regime di Pinochet nei confronti dei dissidenti politici cileni.

Nel testa a testa tra Siri e Benelli, viene caldeggiata anche la candidatura di Ugo Poletti, il cardinale che risulterà poi implicato nella discussa sepoltura del boss romano Enrico De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare a Roma. Esattamente un mese prima del conclave, il giornalista Mino Pecorelli aveva pubblicato sulla rivista OP una lista di presunti appartenenti alla Massoneria e, tra questi, era comparso il nome anche di Poletti. Un’accusa che, comunque, non avrà nessuna ripercussione sulla carriera del cardinale piemontese, deceduto a Roma nel 1997.

Nel 1978 Karol Wojtyla ha cinquantotto anni ed è un teologo molto apprezzato in Vaticano. Considerato politicamente un «centrista», in patria è l’erede naturale del cardinale Stefan Wyszyński, il primate polacco capace di tener testa al regime comunista negli anni successivi alla destalinizzazione. Nominato arcivescovo di Cracovia da Paolo VI nel 1964, Wojtyla rimane un personaggio perlopiù sconosciuto nella Penisola alla fine degli anni Settanta. Nessuno avrebbe scommesso sulla sua nomina, probabilmente neanche lui stesso: «Perché mi fa tutte quelle fotografie?», avrebbe chiesto sorridente il futuro pontefice a un fotoreporter, come riportato dal Corriere della Sera il 17 ottobre 1978, al suo arrivo all’aeroporto di Fiumicino: «Non crederà che possa essere io il nuovo Papa…».

«AIUTO… È NERO»

Piazza San Pietro la sera del 16 ottobre 1978

«Una scelta tutt’altro che facile», dichiara il cardinale Sebastiano Baggio a L’Unione Sarda, il 13 ottobre 1978: «Entriamo in conclave con molta trepidazione e preoccupazione. Non è questo un momento facile per la storia della Chiesa».

È indubbiamente un conclave strano quello svoltosi tra il 14 e il 16 ottobre 1978 e il clima non è certo lo stesso di due mesi prima: raramente, in quasi venti secoli di storia, il collegio cardinalizio era andato «sottochiave» in date così ravvicinate e la morte improvvisa di Giovanni Paolo I genera apprensione tanto all’interno delle mura vaticane quanto tra i fedeli. Questi ultimi, al terzo giorno di conclave, sono quasi in duecentomila ad affollare via della Conciliazione e la loggia di San Pietro. Un mare di folla che esplode di gioia, intorno alle 18 e 15, quando arriva la tanto agognata «fumata bianca». Ma, appunto, è un conclave strano, vissuto con sentimenti contrastanti, in un’alternanza di stupore e perplessità, di felicità e scetticismo. Due cronisti d’eccezione, Laura Lilli de La Repubblica e Walter Tobagi del Corriere della Sera, il giorno seguente, raccontano le reazioni a caldo dei fedeli presenti in piazza San Pietro.

Il racconto diLilli parte esattamente alle 18 e 45, mezz’ora dopo la fumata bianca, quando il cardinale Pericle Felici si affaccia sulla piazza berniniana pronunciando la celebre frase «Habemus Papam», accolta da un mare di applausi. «Ma si avverte un tono più secco e più asciutto nella sua voce, un timbro diverso da quello esultante che lo stesso Felici aveva poco meno di due mesi fa…». Il cardinale, infatti, si dimostra poco cerimonioso e, frettolosamente, pronuncia il nome del nuovo successore: «Carolum Wojtyla».

«Un gelo improvviso scende sull’immensa piazza», racconta la Lilli, «è una questione di secondi… l’applauso che scroscia, appunto, dopo alcuni secondi è un applauso di sorpresa, forse un poco di delusione. Non è dunque italiano l’eletto?». La giornalista evidenzia puntualmente il primo grande elemento di sorpresa: il nome non solo non è italiano (dopo quattro secoli e mezzo), ma non sembra neanche europeo. Più che delusione, tra alcuni fedeli serpeggia un timore ancora più grande in merito a quel cognome strano, Wojtyla. «Mamma… è africano» oppure «aiuto, è nero»; qualcuno si informa e si accontenta: «è polacco, applaudi lo stesso». Perplessità e timore sono i sentimenti condivisi in piazza S. Pietro, d’altronde il nuovo Papa si fa attendere e i fedeli aspettano ansiosi quasi quarantacinque minuti prima di dare un volto a quel nome completamente sconosciuto, tanto che tra la folla cominciano a circolare vecchie copie de L’Osservatore Romano per capire quale sia il cardinale eletto. La giornalista, però, s’imbatte pure in qualche religioso che ha le idee ben chiare: «Va bene, va bene… questo per i comunisti ha buoni argomenti».

Anche Walter Tobagi riporta sul Corriere della Sera gli umori e le reazioni della folla. «Non se l’aspettava nessuno, un Papa polacco. Alle mie spalle, a pochi passi dall’obelisco che troneggia in mezzo a piazza San Pietro, sento una suora delle ancelle di Cristo sacerdote che domanda: “È un nero?”; un’altra religiosa le risponde: “No, è polacco. Ma non so altro” (…)». Il giornalista spoletino, che due anni più tardi verrà ucciso a Milano in un agguato compiuto dalla Brigata XXVIII marzo, riporta i pareri di una piazza divisa: grande entusiasmo da parte dei fedeli provenienti dai paesi del Terzo Mondo e dal Sud America; scetticismo, invece, da parte degli europei, grosso modo tedeschi e inglesi, non ultimi gli stessi cittadini romani.

«Al fondo della gioia», scrive Tobagi, «si coglie anche molta incertezza. Soprattutto fra la gente più semplice che, da Trastevere e Borgo Pio, s’è riversata nella piazza non appena si è saputo della fumata bianca: “Saprà parlare in italiano?”, domanda una signora anziana e massiccia. È il dubbio che molti ripetono e viene alimentato anche dal prolungarsi della lunga attesa». Ma come in un film diretto da Mario Monicelli, la situazione viene improvvisamente ribaltata, ogni dubbio e ogni preoccupazione si tramutano in atteggiamenti di giubilo e di festa, quando Wojtyla si affaccia al balcone alle 19 e 23 per la benedizione. Riprendendo Tobagi: «A quel punto scattano altri meccanismi di psicologia collettiva che si trasformano in scene di entusiasmo. La folla applaude il volto largo e sorridente del nuovo Papa». È bastato un sorriso e una frase in un italiano un po’ stentato per acquietare l’animo turbato dei fedeli.

Raccontata così, l’elezione di quel cardinale «venuto da lontano», di quell’ex operaio che amava scrivere poesie, l’uomo di fede che «usò la parola contro la spada», potrebbe sembrare frutto del caso. Ovviamente, a quasi quattro decenni di distanza, si fa molta fatica a immaginare una cosa del genere. Destinato a diventare una delle icone del Novecento, per la Chiesa, e per il mondo occidentale, Wojtyla è stato l’uomo giusto al momento giusto; il suo ruolo si è rivelato al dir poco decisivo nella fase finale della Guerra Fredda. Resta celebre una frase di Gorbaciov, riportata su La Stampa nel 2019 dal giornalista Giacomo Galeazzi, in merito all’incidenza politica di Giovanni Paolo II: «Senza Karol Wojtyla non si capisce ciò che è accaduto in Europa alla fine del ventesimo secolo».