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La tortura nel regime di Augusto Pinochet

Redazione Spazio70

Nel libro «Così si torturava in Cile (1973-1990)», del giornalista Daniel Hopenhayn, viene spiegato lo sfondo storico della tortura praticata in Cile durante il regime militare

Quasi tutte le donne che sono state torturate in Cile, a partire dal colpo di Stato dell’11 settembre 1973, hanno subito violenze sessuali indipendentemente dall’età. Almeno 316 sono state violentate, tra queste 11 in gravidanza. Del numero totale di vittime che hanno deposto davanti alla Commissione Nazionale sulla Prigionia politica e la Tortura, tra il 2003 e il 2004, il 12,5% erano donne (3.399). Di loro, 229 aspettavano un figlio e alcune lo hanno perso; altre invece hanno partorito dopo essere state violentate dai loro torturatori e molte hanno subito torture sessuali, sofisticate e ricorrenti, con aggressioni fisiche e vessazioni che hanno visto partecipi genitori e fratelli.

IL RAPPORTO VALECH

«Secondo le testimonianze, le violenze etero e omosessuali sono state commesse individualmente o collettivamente. In alcuni casi è stato denunciato che tali violenze si sono verificate davanti ai parenti, come metodo per costringerli a parlare», sulla base di quanto osservato dal rapporto ufficiale della Commissione documentato nel libro «Così si torturava in Cile (1973-1990)», a cura del giornalista Daniel Hopenhayn, nel quale viene spiegato lo sfondo storico della tortura praticata in Cile durante la dittatura di Augusto Pinochet.

«La violenza sessuale contro le donne era furiosa, sconvolgente e ci sono scene difficili da raccontare, che travalicano la nostra immaginazione», afferma Hopenhayn, che considera il Rapporto Valech – questo il nome della relazione, presieduta dal vescovo Sergio Valech«un documento storico straordinario, scritto molto bene, caratterizzato da una precisione (il testo è composto da più di 500 pagine) che ne ha limitato però la diffusione tra i lettori, relegandolo a uno status di “mattone” istituzionale».

Quindici anni dopo la sua pubblicazione originale, si è ritenuto che fosse «un buon momento» per diffondere in un formato più accessibile i passaggi più significativi, in modo tale da proteggere la memoria ufficiale dall’oblio.

Una donna, arrestata nel 1974 nella capitale cilena, rimasta in prigione per due anni senza alcun processo, ha detto: «A causa dello stupro compiuto dai miei torturatori sono rimasta incinta e ho abortito in prigione. Ho subito scosse elettriche: sono stata appesa per mani e piedi, sottoposta alla tortura del sottomarino (pre-affogamento), a finte fucilazioni, a ustioni con le sigarette. Mi hanno costretto a prendere droghe, ho subito stupri e molestie sessuali con i cani, l’introduzione di ratti vivi attraverso la vagina e su tutto il corpo».

Il racconto della donna alla Commissione, riportato in «Così si torturava in Cile», è straziante: «Mi hanno costretto a fare sesso con mio padre e mio fratello che erano stati arrestati. In altri momenti dovevo vedere e ascoltare le loro torture. Ho subito la tortura del telefono, della “griglia”, mi hanno provocato tagli con lo yatagán (una grande arma bianca) sullo stomaco. Avevo 25 anni».

IL RUOLO DELLA «DINA»

Augusto Pinochet nel 1971

Una studentessa di 14 anni, arrestata nel 1973 nella regione del Maule, nel Sud, è stata costretta da tre soldati a praticare sesso orale. «Non so chi fossero o come fossero perché erano incappucciati. Tutto quello che so è che la mia vita non sarà mai più la stessa di prima», afferma la donna in una delle testimonianze raccolte nel libro. Una ragazza di 16 anni ha vissuto il suo inferno all’interno della Direzione dell’Intelligence Nazionale (DINA), operativa tra il 1974 e il 1977: «Sono stata violentata, ho subito scosse elettriche, mi hanno bruciato con le sigarette, mi mettevano addosso i topi (…) Mi hanno legato a un lettino dove alcuni cani addestrati mi hanno violentato». Sempre in un recinto della DINA di Santiago, una ragazza di 17 anni è stata ripetutamente violentata e ha subito ustioni all’utero.

La Commissione ha raccolto testimonianze di 20 donne che, a causa della tortura, hanno abortito. «Dopo 30 anni, sto ancora piangendo», ha detto una cilena. Era incinta di tre mesi quando hanno costretto un sindacalista a violentarla e l’hanno torturata con la corrente su seno, gola, pancia e gambe. È successo nell’area di Puerto Montt, a circa 1.000 chilometri a sud di Santiago. Anche i figli e le figlie di donne incinte torturate hanno avuto conseguenze indelebili: «La mia infanzia è stata rovinata a causa del danno emotivo subito dai miei genitori, che ha causato la rottura del loro matrimonio» ha detto una donna, all’epoca delle torture nel grembo materno della madre incinta di cinque mesi (poi arrestata e torturata nel 1975 nella capitale del paese). Ci sono state 15 detenute che hanno dato alla luce i loro bambini in prigione. Nel rapporto Valech, vengono citati casi di donne rimaste incinte a seguito di violenze sessuali. Molte di loro hanno abortito spontaneamente o in maniera provocata. Altre hanno visto nascere quei bambini. Una donna cilena di 29 anni – figlia di una prigioniera di 15 anni che era stata violentata dal suo torturatore – ha dichiarato: «Io rappresento la prova evidente, rappresento il dolore più grande, il più forte che mia madre abbia mai vissuto in vita sua. Dopo che mi hanno raccontato la storia del mio concepimento, ho iniziato a bere: mi ubriacavo tutti i fine settimana, di nascosto da mia madre. Ecco perché sento di avere molte lacune nella mia adolescenza».

Alcuni luoghi di tortura erano specializzati nella violenza sessuale. Come la «Venda Sexy» o «La Discotéque», due centri della DINA che operavano nella capitale. «C’era musica ambientale perennemente ad alto volume […] la tortura sessuale veniva praticata in quest’area. Gli abusi e gli stupri sessuali su uomini e donne erano frequenti: veniva usato anche un cane addestrato», si racconta nel libro. Le vittime della violenza sessuale – soprattutto donne, ma anche uomini – hanno dovuto affrontare conseguenze emotive e fisiche indelebili.

 

(Fonte: «El Pais», 11 settembre 2019. Ringraziamo Nataša Nikolajevna per la collaborazione nella traduzione della fonte)