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Mistero della Fede – L’attentato al Papa e le sue ombre. Nel proiettile di Fatima, una parte di verità

Tommaso Nelli

La prima parte di una serie di approfondimenti sull'attentato a Giovanni Paolo II

27 dicembre 1983: Giovanni Paolo II visita il suo attentatore Mehmet Ali Ağca, recluso nel carcere romano di Rebibbia

Il proiettile della verità. Quello incastonato nella corona della statua della Madonna di Fatima. Quello che il 13 maggio 1981, in piazza S. Pietro, ferì all’addome Giovanni Paolo II. Quello che lo stesso Pontefice, tre anni più tardi, donò alla Vergine in segno di gratitudine per avergli salvato la vita dagli spari di un giovane turco: Mehmet Alì Agca. Condannato all’ergastolo (22 luglio 1981) dalla Corte di Assise di Roma, il killer fu graziato dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (13 giugno 2000) ed estradato in Turchia dove il 18 gennaio 2010 finì di scontare la pena per l’omicidio del giornalista Abdi Ipecki (1° febbraio 1978).

Per il resto, nonostante altri due iter giudiziari terminati rispettivamente con un’assoluzione degli imputati per insufficienza di prove e con un’archiviazione, dominano sempre pesanti interrogativi su quel mercoledì di sangue all’ombra del Cupolone che fra meno di sei mesi commemorerà il suo quarantennale. Agca agì da solo oppure fu il braccio armato di una regia rimasta nelle tenebre? Ma chi e perché maturò l’interesse di eliminare il Papa? Sappiamo davvero tutto su quel drammatico pomeriggio? E perché quel proiettile è così importante?

LA BUGIA COME COSTANTE DEL «PERSONAGGIO» ALI AGCA

Quando Agca spara al Santo Padre da 3-3,5 metri, sono le 17:17. Tenta la fuga, ma è bloccato da una reverenda, suor Angela Giudici, che lo afferra per il lembo della giacca, e da un appassionato di numismatica, Domenico Straniero, che poche ore dopo alla DIGOS racconta: «Ho visto sbucare un giovane abbastanza alto […] che impugnava con una mano destra una pistola. […] Istintivamente, con entrambe le mie mani, ho afferrato il suo braccio destro, e anche per l’intervento di un altro signore […] che ho saputo essere un poliziotto, ho costretto l’attentatore a mollare la presa della pistola […]». I Carabinieri e gli agenti del commissariato Borgo perfezionano l’arresto. «Sono solo, sono solo», dice il turco nel suo modesto italiano. Ma perché ha tutta quest’urgenza di specificare che non ha complici?

Nel frattempo si è sbarazzato dell’arma, poi recuperata sotto il carrozzone delle Poste Vaticane. È una Browning calibro 9 mm Parabellum mod. HP 35 matricola 76C23953, molto apprezzata dagli eserciti per la sua potenza e la sua affidabilità, completa di caricatore «di tipo bifilare a scala e può contenere 13 cartucce», come scritto nella sentenza della Corte di Assise di Roma (26 marzo 1986), primo epilogo giudiziario della seconda inchiesta sulla vicenda. Al momento del ritrovamento contiene «10 cartucce, di cui una in canna». Ne mancherebbero tre. Quelle sparate contro Wojtyla? No. Perché furono due. La certezza arriva da un filmato agli atti che – scrivono i togati – «consente di vedere l’Agca mentre impugna la pistola esplodendo due colpi contro la Persona del Pontefice, dei quali sono chiaramente percepibili le detonazioni» accompagnate da altrettante «nuvolette di fumo in corrispondenza del punto dove sono stati esplosi». Uno di questi trapassa l’addome di Giovanni Paolo II, trasportato d’urgenza al vicino Policlinico Gemelli dove viene sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Nel tragitto di sette chilometri perde molto sangue, le sue condizioni sono gravi e il suo segretario personale, monsignor Stanislao Dziwisz, gli impartisce l’estrema unzione prima che entri in sala operatoria. Gli organi vitali non sono compromessi, anche se gli verrà asportata una parte d’intestino, e dopo una lenta convalescenza riprenderà il pieno svolgimento delle sue funzioni. I medici notano anche una frattura all’indice sinistro. È l’altro sparo.

Ma se ci sono due ferite per due colpi, perché nel caricatore ne manca uno? Secondo la perizia, per una scelta di Agca che ne avrebbe immesso uno in meno per non stressare l’arma: «Chi non dispone di caricatori di scorta (come nel suo caso, ndg) da tenere alternativamente carichi e vuoti, per evitare lo sfiancamento della molla dell’elevatore, è solito introdurvi un colpo in meno, per evitare eccessiva compressione della molla stessa». Una versione riscontrabile nelle parole del diretto interessato rilasciate la sera stessa del 13 maggio, nei locali della questura di Roma, al procuratore capo Achille Gallucci e al sostituto procuratore Domenico Sica, il pm dei misteri d’Italia: «Ero in possesso di una pistola con dodici proiettili e ne ho esplosi due». Ma già nell’occasione il soggetto offre un assaggio della sua predisposizione alla bugia, dicendo d’aver comprato l’arma in Bulgaria quando invece si scoprirà che proveniva da Vienna e che gli era stata data a Milano

QUALE PROIETTILE DONATO A FATIMA?

Rifacendosi quindi alla considerazione, seppur arbitraria, degli esperti, viene da chiedersi: ma da dove nascono i misteri su piazza San Pietro? Da due turiste americane. Presenti tra la folla e pure loro ferite. Una in maniera abbastanza seria. Si chiama Ann Odre, ha sessant’anni e aveva messo da parte i risparmi per attraversare il mondo e vedere da vicino l’uomo vestito di bianco. È in piedi su una sedia, tra i trentamila accorsi per l’udienza generale, quando lo vede scorrere alla sua sinistra, mentre saluta i fedeli a bordo della Campagnola. All’improvviso sente un sibilo e poi un forte dolore al petto che la induce a sedersi per terra. «Ferita di arma da fuoco con foro di entrata al capezzolo sinistro», diagnosticano i medici dell’ospedale S. Spirito quando la operano per estrarre il proiettile che, «in base alle caratteristiche, morfologiche e di peso, del cal. 9 parabellum», risulta «compatibile con l’arma di Agca». A sorpresa, però, il collegio peritale conclude che non sarebbe quello che ferì Wojtyla al dito bensì quello che gli trapassò il ventre e che sarebbe stato deviato dalla regione sacrale per poi andare a conficcarsi nel corpo della donna. Gli stessi non fanno comunque a meno di rilevare «la strana traiettoria del proiettile […] ed il fatto che, provenendo dalla sua sinistra, si sia comportato come se fosse proveniente dalla sua destra».

Ma c’è di più. Dell’altro proiettile, quello che fratturò l’indice, nessuna traccia. O quasi. Perché nei rilievi eseguiti dalla polizia scientifica già pochi minuti dopo l’attentato, «sul lato destro della piazza, di fronte al colonnato che fronteggia il Portone di bronzo», viene recuperato un bossolo esploso cioè l’involucro di un proiettile. È un calibro 9 fabbricato a Vienna, compatibile con «l’arma giudiziale in sequestro». Ma a quale pallottola si riferisce? Si penserebbe a quella della Odre, sennonché c’è un’altra turista colpita. Le era accanto, si chiama Hall Rose, ventun anni, giamaicana. Il colpo ha attraversato il suo gomito sinistro, perdendosi chissà dove. Secondo la disamina sarebbe il secondo sparo di Agca: «Il proiettile che ha attinto l’indice della mano sinistra […] di Sua Santità» può «aver determinato le più gravi lesioni fratturative a carico […] della Hall Rose».

Questa ricostruzione non incontra i favori del titolare di quell’indagine, l’allora giudice istruttore Ilario Martella. Nel suo libro 13 maggio ’81: tre spari contro il Papa (Ponte Alle Grazie, 2011) ha scritto: «Mi occupo di raccogliere le testimonianze delle persone ferite […] nonché delle persone che erano accanto a loro […] e mi convinco che la ricostruzione del collegio peritale – peraltro basata su scarsi dati obiettivi – non sia attendibile, sia per quanto riguarda la ricostruzione delle traiettorie dei colpi, sia per quanto attiene al loro numero». Anche ammettendo la bontà di quella ricostruzione, rimarrebbero comunque dei vuoti: se quel bossolo fosse del proiettile che ha colpito la Odre, non avremmo più notizie né del bossolo e né del proiettile che hanno colpito la Rose. Ma a questo punto il Santo Padre quale proiettile avrebbe donato a Fatima, visto che ne sarebbe stato disponibile soltanto uno, quello estratto dal corpo della Odre, e che però era già stato repertato agli atti?

FATIMA, LA RISPOSTA A TUTTE LE DOMANDE

Una domanda amplificata da un altro quesito mai risolto. Il numero degli spari. Undici testimoni «riferivano di averne uditi tre». Fra questi ci sono la Odre – «Dopo il sibilo […] quando sono stata colpita, sono scesa dalla sedia e mi sono seduta per terra, e poi ho sentito altri due colpi. Il primo è quello che ha colpito me, poi ho sentito gli altri due colpi quando stavo per terra; tre colpi in tutto provenienti dalla mia destra» – e la madre della Rose, Therese Choirniere, che «nell’udire il primo sparo ha guardato la figlia notando sul suo volto una “brutta smorfia” e poi piegarsi in avanti. Subito dopo ha udito gli altri due spari estremamente ravvicinati tra loro». Quattordici persone invece dissero di aver sentito «distintamente due colpi». Tipo suor Angela. Ma la sua testimonianza rientra nella normalità. Era accanto ad Agca che, come stabilito dal filmato, sparò due volte. Un gesto che però non esclude altre esplosioni e la presenza di un altro tiratore.

Qualcuno come il soggetto immortalato di spalle dal fotografo Lowell Newton, quel giorno in piazza S. Pietro con la moglie e alcuni amici. Mentre dalla fontana si dirige verso il luogo degli spari, la sua attenzione è richiamata da un giovane uscito dalla folla. Ha una pistola nella mano destra. Per paura non lo fotografa dal davanti, ma di spalle, due volte, mentre fugge, per chi guarda la basilica, verso la parte destra della piazza. Non è il solo a notarlo. Se ne accorge anche la moglie Elizabeth, che ne fornisce una descrizione – «Volto liscio e ben rasato, capelli marrone scuro, quasi neri “gonfi”, “vaporosi”, “lunghi fino al colletto”, pelle olivastra, naso sottile, alto circa 1.80 mt., sui 22-26 anni. Indossava una giacca di pelle nera, pantaloni chiari» – e specifica d’averlo visto «raggiungere la scalinata che porta al Vaticano, quindi girarsi e rimanere là, sempre con la pistola in mano, per qualche istante». Approfittando della confusione, quell’uomo riesce a dileguarsi e non sarà mai identificato. La sua presenza accresce l’ipotesi dei tre colpi e di almeno un complice per Agca. Altrimenti perché era andato all’udienza armato?

Balzo in avanti di tre anni. Il 16 maggio 1984 La Stampa e il Corriere della Sera riportano in un trafiletto che Wojtyla ha offerto al santuario di Fatima il proiettile che lo colpì all’addome. Come affermato da monsignor Dziwisz nel libro Memoria e Identità (Rizzoli, febbraio 2005, autore Giovanni Paolo II), fu recuperato sulla Campagnola: «[…] Poi il proiettile cadde tra il Papa e me. Udii due spari ancora, furono ferite due persone che stavano vicino a noi». Parole più che sufficienti per capire che non si tratta dello stesso estratto dal corpo della Odre. Ma allora quale pallottola colpì la turista americana? Forse quella che fratturò l’indice del Papa alla quale potrebbe associarsi il bossolo rinvenuto sul selciato? A questo punto però rimarrebbe ignoto il ferimento della Rose. Chi la colpì al gomito? Forse uno sparo dell’uomo in fuga, il cui proiettile però non si è mai ritrovato perché disperso dalla folla in subbuglio?

Fatima è la risposta a tutte queste domande. E alle ipotesi, ben più numerose di quelle fin qui illustrate, su quei drammatici attimi. Perché quel proiettile, mai periziato, è il primo agente d’omertà sul tentato omicidio del Capo di Stato della Chiesa cattolica. Conoscerne la natura, oltre ad accertare la sua compatibilità con la Browning di Agca, riscriverebbe la balistica dell’agguato e lo ricostruirebbe nei dettagli: quanti furono gli spari, da dove provennero e quanti furono gli attentatori.

Ma allora: perché il Vaticano non ha mai consegnato quel proiettile alle autorità italiane?