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Processo «crack» Banco Ambrosiano. La testimonianza di Maurizio Costanzo

Redazione Spazio70

«L'iscrizione alla P2? Venivo da un momento di difficoltà personale. Cercavo solidarietà»

Milano, 11 luglio 1991. Maurizio Costanzo è chiamato a deporre in qualità di testimone. Parlerà dei suoi rapporti con Licio Gelli e la loggia massonica P2 al processo sul «crack» del Banco Ambrosiano.

Maurizio Costanzo

— Dottor Costanzo, la sua testimonianza è stata ammessa in questo processo per chiarire una serie di circostanze. La prima è quella che riguarda il contesto della intervista della quale si è parlato in quest’aula, soprattutto nella deposizione del dottor Tassan Din, dell’intervista che lei ha raccolto da Licio Gelli, che è stata pubblicata dal Corriere della sera nell’ottobre del 1980. Il 5 ottobre 1980. Lei dovrebbe riferire al tribunale il contesto in cui è nata questa intervista e come poi è stata realizzata.

«Sì. L’intervista faceva parte di una serie di interviste, ne uscirono, adesso non mi ricordo se quattro o cinque, sono più portato a dire cinque, in una serie che si chiamava “Il fascino discreto del potere occulto” o una cosa di questo tipo qua. Era un’idea che io avevo lanciato all’inizio dell’estate, diciamo luglio ’80 più o meno, ora non ricordo più se c’era Mario Speranza o Salvatore Di Paola come direttori della divisione libri della Rizzoli ma propendo per Mario Speranza, all’idea di farne un libro. Un libro di interviste, insomma. Io avevo un contratto con la Rizzoli libri. E allora siccome però collaboravo anche con il Corriere della sera e in quel periodo stavo lasciando la direzione de L’Occhio per trasferirmi a Roma ed occuparmi di Contatto che fu un telegiornale della Rizzoli però in partenza da Roma. I personaggi non dovevano essere solo cinque, dovevano essere anche di più, poi intervistati furono il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Zilletti, il presidente della Corte dei conti del quale non ricordo il nome, il presidente mi sembra dei Coltivatori diretti, Lo Bianco, e mi sembra, ho il dubbio su questo quarto, il presidente della Lega delle cooperative, mi sembra. E in corso d’opera, io parlai poi con Di Bella che era il direttore del giornale, parlandogli di questa serie, naturalmente mettendomi d’accordo perché era per la terza pagina».

— Quindi lei concordò preventivamente con il direttore, che allora era Di Bella, l’elenco dei nomi…

«Aspetti, di questi che le ho detto sì. Mentre io stavo cominciando a prendere dei contatti, perché non erano personaggi tutti estremamente agevoli, mi fu detto da Tassan Din che Gelli voleva essere intervistato. Io dissi anche che ne avrei fatto volentieri a meno. Lui secondo me aveva l’aria di dire che facevo bene a farne a meno, ma dopo un po’ tornò e mi disse: “Vuole per forza che lo intervisti te”».

Bruno Tasssan Din

— Quindi fu Tassan Din che sollecitò l’intervista.

«Sì ma la sollecitò in maniera molto urbana, molto civile, non era nessun tipo di imposizione una cosa del genere. Io dissi: “va bé”, che avrei fatto questa intervista, ne parlai anche a Di Bella, andai da Milano ad Arezzo con una macchina del giornale e, cosa che io ho scritto in un mio libro che si chiama “Smemorie” che uscì nel 1984, e che ho ripetuto in varie interviste senza esito di credibilità, fu un’intervista faticosissima. Non fu, come impropriamente qualcuno disse “un’intervista dettata”. No. Fu un’intervista di ore. Io sono stato una giornata a battagliare perché volevo far passare domande e sono passate, sono uscite. Domande che poi, fossero anche…. voglio dire, io faccio il mestiere dell’intervistatore, non di raccoglitore di opinioni altrui. E quindi fu una cosa, adesso non ricordo, ma cominciata a metà mattina e finita nel tardo pomeriggio in maniera estenuante perché poi Gelli pretese che io lì per lì mettessi a posto domande e risposte e che io feci in maniera abbastanza sommaria, poi a Milano rimisi a posto, passai al direttore l’articolo che poi provvederà a titoli e cose del genere. Devo dire, che mentre due mesi dopo, uscì mi sembra L’Unità con un’intervista ad una persona che non ricordo chi era, che mi attaccò pesantemente, io ho ricevuto tante telefonate di complimenti per l’intervista, al momento che uscì. Proprio perché, mi sembra, di Gelli era uscita soltanto un’intervista in un libro. Questa è la storia, può esserci qualche omissione incolpevole ma io ho preferito rimuovere».

«L’ISCRIZIONE ALLA P2? UN ATTO DI CRETINISMO»

— Senta, lei conosceva già Gelli?

«Io, come ho avuto occasione di ripetere più volte, avevo conosciuto Gelli occasionalmente per un fatto televisivo, perché io lo volevo invitare a venire alla mia trasmissione della Rai di allora che si chiamava “Bontà loro”, adesso non ricordo se nel luglio o nel settembre del 1977. Chiacchierammo, lui mi disse: “No ma io non voglio farmi vedere in pubblico, non amo queste cose” eccetera. Mi lasciò un telefono e mi chiese un mio telefono. Io gli diedi il mio telefono. Passarono due mesi o una cosa del genere, trovai una sua telefonata, pensai avesse deciso di aderire alla richiesta mia di partecipare al programma televisivo, mi invitò a tornare all’Excelsior e lì, poi, come ho avuto occasione di dire in tutte le sedi pubbliche e private mi fece l’offerta di iscrizione. Non era vero che voleva venire in televisione. Ed eravamo, ormai però, ai primi del 1978».

— Da allora in poi non l’aveva più visto o frequentato? Dal momento in cui lei ha aderito a questa Loggia.

«No, guardi. Il numero delle volte sinceramente non me lo ricordo. Credo di essere stato una volta a Villa… non mi ricordo come si chiama lì ad Arezzo…»

— Villa Wanda.

«A Villa Wanda. Una o due volte, non di più. Credo siano cinque volte in tutto, compresa l’intervista».

— E le altre volte con riferimento a quale occasione?

«Ah no, no. Con riferimento molto provinciale alla mia attività televisiva, sa?»

— Sempre con riferimento alla sua attività televisiva?

«Sì ma “com’era quel personaggio, com’era quell’altro”, insomma era una cosa che con conseguenze meno drammatiche mi accade tutt’ora».

— Ma la sua iscrizione alla Loggia P2 come è stata prospettata da Gelli? con quali prospettive?

«Ah, no, prospettive nessuna perché lei deve pensare che in quel momento io avevo una rubrica televisiva di grande successo, una rubrica fissa su un settimanale come L’Europeo, avevo da poco diretto un film, certo non ero di carriera, voglio dire. E stavo concludendo, anzi, ero già direttore della Domenica del corriere. Quindi, voglio dire…il massimo professionale che potessi avere. Io ho avuto dopo una serie di disavventure, casomai».

— Sì, certo. Però in quel momento è logico pensare che ci fossero delle prospettive di vantaggio di qualche genere.

«No, io le posso garantire che non c’è nessun tipo di vantaggio. Le posso dire, come ho avuto occasione di dire subito a caldo quando vennero fuori tutte le vicende, io vivevo un mio momento psicologico privato molto difficile. Privato, di separazioni, cose del genere e siccome non avevo motivo di ritenere che non fosse Massoneria la Loggia P2, il fatto della solidarietà, psicologicamente in un momento in cui ero attraversato da un grande successo, che può essere un po’ destabilizzante, non mi dispiaceva. Capisco che può sembrare banale ma io poi queste grandi occasioni professionali non le ho avute, anzi, il contrario. Per cui…»

— Quindi lei ha aderito a questa Loggia perché ha ritenuto che far parte di questo consorzio umano le potesse consentire di stringere dei rapporti umani? trovare solidarietà?

«Sì. Si vivono anche momenti di solitudine nella vita. Momenti anche psicologicamente difficili».

— E poi ha trovato questa solidarietà?

«Mah… forse da persone che già conoscevo, tipo il professor Trecca perché già lo conoscevo. No ma anche perché poi non l’ho cercata, poi mi sono trasferito a Milano, mi sono buttato in un altro lavoro. Io credo di essere stato uno dei pochi ad aver detto di aver aderito per cretinismo e quindi sì, è vero: per leggerezza, per superficialità».

— Senta, lei sapeva che anche Tassan Din aderiva, ed anche Angelo Rizzoli…

«Mah, l’ho capito da certi discorsi ma molto avanti nel tempo. Quando ho sentito fare il nome di Gelli, poi non c’era bisogno di usare dei codici, voglio dire, forse bastava uno sguardo a far capire certe cose. Io non ho mai partecipato né sono stato messo a far parte di nulla e di nessun discorso che potesse riguardare Gelli e la Rizzoli».