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Da Patti all’America. La rapida ascesa di Michele Sindona

Redazione Spazio70

Gli anni Cinquanta e Sessanta del controverso banchiere siciliano

Michele Sindona nasce a Patti, in provincia di Messina, l’8 maggio del 1920. Si laurea brillantemente in giurisprudenza e diviene avvocato, approdando poi a Milano nell’immediato dopoguerra. Nel capoluogo lombardo apre un ufficio di consulenza tributaria prima in via San Barnaba poi in via Turati a pochi metri di distanza dalla sede provinciale della Intendenza di Finanza. Intelligente e ambizioso, a Sindona non fa certamente difetto né l’intraprendenza né la voglia di lavorare. Per queste doti, e per un certo grado di spregiudicatezza, attira su di sé ben presto le attenzioni degli ambienti milanesi che contano. Franco Marinotti, della Snia Viscosa, Carlo Faina della Montecatini, Giorgio Valerio della Edison, ne parlano in termini entusiastici e naturalmente si servono della sua opera di brillante tributarista. Sindona inizia probabilmente ad avere a che fare con gli ambienti della finanza vaticana già alla fine degli anni Cinquanta. Un periodo denso di avvenimenti per il faccendiere siciliano che coincide anche con i primi contatti con la mafia italo-americana e in particolare con Joe Adonis, uno dei capi della cupola mafiosa negli Usa indicato, nel rapporto della Commissione del Congresso americano presieduta dal senatore Kefauver, come braccio destro di Meyer Lansky, principale esponente del cosiddetto «sindacato ebraico» (detto anche «Kosher nostra», secondo un curioso gioco di parole usato dalla stampa Usa per indicare la mafia ebraica).

AL SERVIZIO DI «DON VITONE». LA SEGNALAZIONE ALLA CRIMINALPOL

Michele Sindona

Sindona non entra casualmente in contatto con Adonis: il mafioso italo-americano viene infatti descritto, sempre nel rapporto della Commissione Usa, come il rappresentante del sindacato incaricato di coltivare contatti con esponenti politici, imprenditori, avvocati, giudici, funzionari federali. Insomma, già alla fine degli anni Cinquanta la mafia americana ha ben chiara l’importanza di stabilire una connessione tra il vecchio gangsterismo, un po’ cinematografico, e il mondo degli affari e della politica.

Adonis sbarca in Italia nel febbraio del 1956: trascorre alcuni mesi prima a Roma poi a Milano coordinando le attività della mafia italo-americana in tutta l’Europa occidentale. Nelle due città cura anche il promettente smercio di sostanze stupefacenti, realizzando finalmente quel contatto che cambierà definitivamente la vita di Sindona. L’avvocato siciliano viene inizialmente ingaggiato dal boss come consulente fiscale poi come vero e proprio fiduciario in alcune delicate missioni negli Usa.

Nel 1959 Sindona giunge negli Usa e su raccomandazione di Adonis entra nel giro della famiglia di Vito Genovese, la più importante della costa atlantica, di fatto a capo della mafia di New York. «Don Vitone», come viene affettuosamente chiamato, è però in procinto di finire in carcere, essendo sotto il tiro del «Bureau of Narcotics Investigations», ma Sindona, con la sua infaticabile opera, riesce comunque a sistemare la situazione fiscale e contabile delle innumerevoli attività legali di Genovese. Proprio grazie al proficuo lavoro svolto alle dipendenze del boss, Sindona entra in contatto con quel Daniel Porco, mafioso di Pittsburgh (Pennsylvania), che agisce agli ordini della famiglia Casella-Santoro di Filadelfia. Ed è proprio in compagnia di Porco che Sindona compare, nel novembre del 1967, in una nota inviata da Fred J. Douglas, capo dell’International Criminal Police Organisation di Washington, alla Criminalpol di Roma.

«Alcuni individui sono implicati nell’illecito traffico di sedativi, stimolanti e allucinogeni tra l’Italia e gli Usa», si legge nel documento, «tra loro Daniel Anthony Porco, nato a Pittsburgh (Usa) il 7 novembre 1922, professione contabile e Michele Sindona, nato a Patti (Messina) l’8 maggio 1920, professione procuratore, residente a Milano in via Turati».

GLI AMERICANI NELLA PICCOLA BANCA DI SINDONA

David Kennedy

Nel 1962 si verifica un’altra decisiva svolta nella vita di Sindona: di ritorno da un lungo soggiorno negli USA, l’avvocato siciliano viene affiancato dal legale Ernesto Moizzi, uomo di fiducia di Franco Marinotti (presidente della «Snia Viscosa»), nel controllo della «Banca Privata Finanziaria», un piccolo istituto di credito che dispone di un solo sportello a Milano con depositi per appena tre miliardi di lire. Con l’ingresso di Sindona nella Privata Finanziaria, però, le sorti della banca mutano rapidamente in meglio: incredibilmente, nel 1964, una finanziaria di Chicago, la «Continental International Finance Co.», assume una cospicua partecipazione nel capitale sociale della Privata. Un gran colpo di fortuna che lascia interdetti i più: come mai una società del peso della Continental è arrivata a interessarsi di una piccola banca milanese?

In realtà la Continental International Co. non è nient’altro che una sussidiaria della «Continental Illinois National Bank» di Chicago, una delle più potenti banche degli Stati Uniti. Il presidente della Continental Illinois è David Kennedy, ma il cognome non deve ingannare: David non ha niente a che fare con la famiglia del defunto Presidente Usa. È però un pezzo da novanta della classe dirigente statunitense sospettato di iniziative affaristiche oscillanti tra il lecito e l’illecito in collaborazione con elementi spesso discutibili come appunto Dan Porco, amico e socio di Sindona.

David Kennedy a sua volta annovera tra i suoi sodali anche uno come Charles Bludhorn, ebreo di origine austriaca, a capo del chiacchierato impero della «Gulf and Western Industries», conglomerata comprendente alberghi, pozzi di petrolio, miniere, società di telecomunicazioni oltre alla celebre casa cinematografica «Paramount». Bludhorn è collegato, con mille fili, agli ambienti ebraici del Sindacato mafioso del già citato Meyer Lansky: nel tempo si è creato un cerchio che salda Sindona, Joe Adonis, Vito Genovese, Daniel Porco, David Kennedy, Charles Bludhorn.

L’AMICIZIA CON PAUL MARCINKUS

Tra i vecchi amici di Kennedy c’è anche un sacerdote cattolico, dal fisico statuario, di origine lituana, nato a Cicero (Chicago) nel 1922: è Paul Casimir Marcinkus, che alla fine dei Sessanta diventa ovviamente, amico di Sindona.

Paul Marcinkus

Nel 1968 la posizione di Sindona è più o meno questa: è uno degli uomini di fiducia della mafia italo-americana, capeggia una piccola banca milanese nella quale ha tirato dentro come socio uno dei boss dell’alta finanza statunitense, cioè David Kennedy, ed è pure amico di un alto prelato americano come Paul Marcinkus appena entrato a far parte della Segreteria di Stato, sezione di lingua inglese, alle dirette dipendenze del cardinale Benelli. I rapporti di Sindona con la Città del Vaticano, infine, sono in costante miglioramento perché lo IOR (Istituto Opere di Religione, di fatto la banca del Vaticano) è socio della «Banca Privata Finanziaria» con una rilevante partecipazione fin da quando nel 1962 Sindona prende le redini del piccolo istituto di credito milanese.

Quando arriva il 1969 le prospettive per Sindona sembrano ancora più rosee. Il presidente degli USA è da qualche mese Richard Nixon che nomina proprio David Kennedy nuovo ministro del Tesoro. Con una serie di fortunatissime combinazioni, Marcinkus viene designato, nonostante una evidente ignoranza in termini di tecnica bancaria ed economia, alla carica di pro-presidente dell’ufficio centrale dello IOR.

In Italia qualcuno comincia a capire. Il settimanale L’Espresso del 22 giugno 1969 scrive: «Monsignor Marcinkus è nato a Cicero, Illinois, dove ha sede la più importante spalla americana di Michele Sindona: David Kennedy, segretario al Tesoro di Richard Nixon, socio del Vaticano e di Sindona nella Banca Privata Finanziaria».

Nessuno può però ancora immaginare che nel cerchio stanno per entrare personaggi, come Roberto Calvi, destinati a ricoprire ruoli determinanti nella vicenda P2. All’inizio del 1970 Sindona, reso potente dai suoi legami personali e di affari con la mafia, con il grande capitale e la classe dirigente statunitense, con le finanze vaticane, può architettare i suoi piani di espansione e potere. Da lì a poco finirà per incontrare inevitabilmente un altro personaggio che sta rapidamente emergendo nel torbido contesto italiano degli anni Settanta: Licio Gelli.