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Fiumicino 1973. Gli interrogativi insoluti di una strage dimenticata

Redazione Spazio70

Da un articolo di Marzio Bellacci per «Epoca» (1973)

Scriviamo mentre ad Atene, sulla pista dell’aeroporto, si conclude il dramma dei nostri ragazzi in divisa catturati dai fedayn. E i criminali dell’aria si avviano a terminare in qualche luogo la loro impresa vigliacca. E dietro di loro c’è una scia di sangue. Si sono accavallate minuto per minuto notizie contraddittorie e confuse. L’unico collegamento con l’aereo-mattatoio della Lufthansa è stata la voce del comandante. La voce di uomo al limite del collasso isterico. Scriviamo mentre si stenta ancora a fare la conta definitiva dei morti a bordo del Boeing 707 della Pan American a Fiumicino.

Ventinove? Trentuno? E il cadavere del finanziere Antonino Zara, vent’anni, di San Felice del Molise, è appena stato ricomposto in una cassa di legno. I morti non parleranno più. I sopravvissuti, quelli in divisa almeno, non parleranno per spirito di disciplina. Ma è certo che avrebbero diritto di chiedere conto ai superiori di quello che è loro capitato, di quello che hanno rischiato. Ai superiori e ai superiori dei loro superiori; a questa processione di ministri e sottosegretari che è venuta qui per rendersi conto di quello che è successo e che, tornata nei rispettivi uffici, si metterà a scrivere telegrammi di sincera condoglianza alle mamme. Avrebbero diritto di parlare, ma non parleranno. E i quesiti allora li poniamo noi.

È STATO FATTO IL POSSIBILE PER EVITARE LA STRAGE?

Prima domanda. E’ stato fatto, da parte delle autorità italiane, tutto il possibile per evitare il massacro di Fiumicino? Non abbiamo alcuna intenzione di riaprire qui il vecchio e generico discorso sulle misure di sicurezza negli aeroporti. Sappiamo benissimo che anche a Fiumicino sono in funzione i dispositivi elettronici e si fanno le perquisizioni ai bagagli. La domanda è più specifica: è stato fatto il possibile in questa particolare occasione? E in altri termini: è vero o non è vero che l’azione dei terroristi era prevista, temuta e attesa, al punto da essere già chiamata con un nome convenzionale: «operazione Hilton»?

Proprio il 17 dicembre si apriva a Roma il processo contro i cinque arabi catturati a Ostia mentre organizzavano l’abbattimento di un aereo passeggeri israeliano. Fu quella, indubbiamente, una brillantissima operazione del nostro controspionaggio. Ma i cosiddetti guerriglieri palestinesi avevano minacciato gravi rappresaglie se i cinque non fossero stati rilasciati. Lo stava dicendo in aula, ai giudici, in un clima di estrema tensione perché arrivavano da Fiumicino le prime convulse notizie del massacro, un funzionario dell’ufficio politico della questura di Roma, Domenico Spinella.

Riportiamo testualmente una notizia dell’agenzia ANSA: «Testimoniando oggi al processo contro i cinque arabi trovati a Ostia in possesso di missili […] (Spinella) […] ha riferito che circa due mesi fa era venuto a conoscenza, attraverso alcune voci, della eventualità di un clamoroso atto terroristico che doveva avvenire probabilmente a Roma. L’attentato sarebbe stato fatto per ottenere la liberazione degli arabi imputati nell’attuale processo. Il piano terroristico, secondo le informazioni riferite dal dottor Spinella (che ha così confermato quanto aveva detto in istruttoria) era denominato “operazione Hilton” ed era stato affidato a un uomo di nome Wadi Haddad, chiamato anche Abu Hani, residente in Jugoslavia».

«AVEVO PAURA DI COLPIRE I MIEI COMMILITONI»

Torniamo alla domanda numero uno. Il processo si apriva il 17 dicembre; il 17 dicembre c’è stata la strage, nel luogo dove agiscono di solito di guerriglieri, e cioè un grande aeroporto. E vediamo quel che accade. Con un volo in arrivo dalla Spagna scendono a terra sei individui con bagagli a mano che contengono armi. Evidentemente quei bagagli non sono stati perquisiti a dovere nell’aeroporto di partenza, ma questo è il meno che ci si possa aspettare. Armati, i sei compaiono come passeggeri «in transito» nel lunghissimo atrio dell’aeroporto internazionale di Fiumicino. Evidentemente prima di «transitare» verso un altro aereo dovranno subire una perquisizione alla barriera di sicurezza della nostra polizia; ma intanto – ed ecco il punto – nell’aeroporto e in mezzo alla folla ci sono già: forse non riuscirebbero a dirottare un aereo, ma loro non vogliono questo, vogliono provocare un macello che superi in dimensioni e crudeltà l’eccidio commesso dal commando giapponese a Lod, in Israele.

Si sono quindi infilati in quella smagliatura che non prevede il controllo del bagaglio a mano dei passeggeri in arrivo: che non prevede insomma Lod. Perché a Lod, nell’aprile del 1972, i criminali erano entrati nell’aerostazione come passeggeri in arrivo. Ma andiamo avanti. E qui diamo la parola a una guardia italiana, a un brigadiere di pubblica sicurezza, che abbiamo intervistato subito dopo il fatto e di cui riportiamo la versione confusa ed eccitata senza toccare una virgola: «Alle 12,45 sento alle mie spalle dei colpi di pistola. Mi giro. Estraggo la mia arma dalla fondina e mi getto dietro una colonna. Da qui vedo la scena, impressionante, terribile, che mi rimarrà per sempre impressa a fuoco nella memoria. Otto uomini, arabi dalla faccia, armati di mitra e di pistola, un vero commando di banditi, corrono per la sala d’aspetto con le armi spianate. Il mio cane Marty, un segugio addestrato a fiutare la droga, abbaia furiosamente. Non è un cane d’attacco, ma l’istinto lo fa agire così. Io schiacciato contro la colonna, tengo la pistola puntata e grido, ma non sparo perché ho paura di colpire i miei commilitoni e la gente che vi è intorno. Gli arabi si dividono: quattro con i mitra puntati spingono sei agenti verso l’uscita 14. Altri quattro corrono verso la 10, abbattono la vetrata a raffiche di mitra, scendono in pista e si lanciano verso l’aereo americano. Dall’alto cadono pezzi di vetro, lampade al neon e la gente attorno urla impazzita di terrore».

UN BOEING 707 DELLA PAN AMERICAN PRONTO A TRASFORMARSI IN UN ORRENDO FORNO CREMATORIO

Notiamo che la gang attacca senza esitazione la nostra polizia, la quale si fa cogliere del tutto impreparata. Non è certo colpa dei poveri agenti: essi sono nelle condizioni in cui il regolamento e le istruzioni quotidiane li hanno messi: pistole nella fondina e niente mitra puntati. E’ da vedere se i terroristi sarebbero venuti avanti con tanta disinvoltura contro cinque o sei mitra italiani altrettanto pronti a fare fuoco. E questa delle canne puntate e del dito sul grilletto è una precauzione che da Lod in poi prende normalmente non solo la polizia israeliana, ma quella di ogni altro Paese che si sente minacciato dai pirati aerei. Il che non significa voler ingaggiare battaglia a ogni costo in mezzo a una folle inerme; significa però scoraggiare in partenza i criminali; essi sanno che l’avversario non si fa cogliere con le armi nel fodero; essi sanno che l’avversario ha tentato almeno di prevedere una nuova Lod.

Ma le autorità italiane nemmeno il 17 dicembre, giorno in cui presumibilmente una Lod italiana potrebbe verificarsi, nemmeno allora pretendono un controllo del bagaglio a mano dei passeggeri in arrivo, nemmeno allora mettono uomini veramente pronti a intervenire nei punti-chiave dell’aerostazione di Fiumicino. Ecco il senso della domanda a cui il ministro dell’Interno deve dare, non può non dare, una risposta. Disarmati i poveri agenti che vengono sospinti dall’atrio giù verso le piste: e «raccolto» per via anche il finanziere Antonino Zara, tutto diventa più facile per i terroristi. E’ chiaro che la polizia italiana non sparerà loro dietro, per non uccidere i commilitoni. Un altro gruppo getta bombe sul Boeing 707 della Pan American che sta per trasformarsi in un orrendo forno crematorio per una trentina di innocenti; poi tutti insieme, guerriglieri-criminali e ostaggi, salgono sull’aereo più vicino che è della Lufthansa e che tra mezz’ora sarà già in volo verso Atene.

«IL GOVERNO ITALIANO? ERA STATO AVVERTITO DAI SERVIZI ISRAELIANI»

Ma prima uno dei criminali si prende la soddisfazione di falciare Antonino Zara. «Gli avevano rincalcato il cappotto sulle braccia per impedirgli di muoverle», racconta un brigadiere, «e all’ultimo momento su quell’aereo non l’hanno voluto; e proprio non riesco a capire perché non l’abbiano voluto». Ma forse a Zara è stata solo risparmiata qualche ora di tormentosa agonia. Il resto l’hanno già raccontato le cronache quotidiane. Ma c’è una seconda più assillante domanda a cui deve rispondere questa volta il governo nel suo insieme. Ed è un quesito che adombra un sospetto gravissimo. Abbiamo interrogato a caldo, subito dopo il massacro, gli ambienti israeliani a Roma. Con enorme stupore abbiamo sentito questo discorso: «Si sapeva. Si sapeva e il governo italiano era stato preavvertito che qualcosa era nell’aria. I guerriglieri palestinesi avrebbero cercato un grosso incidente per sabotare l’apertura delle trattative arabo-ebraiche a Ginevra o altrove. I servizi israeliani e anche, pare, quelli statunitensi avevano messo in guardia il governo italiano. Come israeliani avevamo ripetuto che le misure di sicurezza all’aeroporto di Fiumicino erano inadeguate. Che occorreva prenderne altre più severe. Per esempio non c’era nessun controllo sui voli in transito».

Gli israeliani – prosegue il racconto – avevano offerto la loro collaborazione. Era stata rifiutata. Un rifiuto cortese, ma pur sempre un «no». E gli israeliani si lamentano ancora di un’altra cosa. Da almeno un mese a questa parte i loro agenti sul territorio italiano (controspionaggio e controterrorismo) erano stati messi nella pratica impossibilità di muoversi. I controlli sul loro operato si erano intensificati. In taluni casi si era addirittura arrivati a una sorta di «marcatura» dell’uomo sull’uomo, come si usa nelle partite di calcio. E questo non sarebbe niente male, se poi un governo si preoccupasse di fare lui un vero controterrorismo. Di questi controlli sui suoi uomini Israele non sapeva spiegarsi la ragione.

CHE COSA HA GARANTITO L’ITALIA AGLI ARABI?

A meno che non ci fosse stata, da parte araba, una precisa richiesta in tal senso, un ricatto nel ricatto, in parallelo con la crisi del petrolio. Ci ha detto una fonte che, per ovvi motivi, non possiamo citare: «Gli italiani davano l’impressione di essersi addormentati in una atmosfera di illusoria sicurezza. Qualcuno di loro, privatamente, sosteneva addirittura che c’erano state delle assicurazioni, da parte dei guerriglieri palestinesi, contro il ripetersi di attentati alle partenze di Roma. Noi avevamo risposto che se anche queste garanzie c’erano state, i terroristi palestinesi non rappresentavano un gruppo compatto e unitario. Le assicurazioni degli uni potevano venir violate dagli altri. Ma in Italia non si fece quasi nulla per mettere i terroristi nella impossibilità di nuocere».

Governo Rumor, fuori la verità: gli israeliani mentono o non mentono? Noi vogliamo sperare che abbiano almeno esagerato. Ma se non è così: che cosa ha detto, che cosa ha promesso, che cosa ha garantito l’Italia agli arabi in cambio della vaga assicurazione che il petrolio non ci sarebbe mancato? Che cosa ha venduto, della dignità nostra, per avere da un qualsiasi Burghiba, che aveva dimenticato di metterci nella lista dei Paesi amici degli arabi, il sorrisetto ammiccante di finta scusa e un buffetto sulla guancia? Non stiamo qui difendendo Israele e il suo servizio segreto. Ma il massacro di Fiumicino è un prezzo troppo alto per qualsiasi petrolio. E il balletto delle riunioni al vertice quando tutto è già accaduto, le visite dei ministri al cumulo di cadaveri, regolarmente seguite da comunicati ufficiali, le dichiarazioni delle centrali politiche e sindacali e il puntuale, stolido, inutile pianto sui morti, sono manifestazioni di una insufficienza ormai cronica e dimostrata a fare i conti con la realtà.

Una realtà tremenda di cui pare che questa eterna Italia dell’8 settembre non voglia prendere atto. Taviani deve rispondere, Rumor deve rispondere.