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Yunzo Okudaira, il «samurai» del terrore

Redazione Spazio70

Una storia misconosciuta, dimenticata in fretta, risucchiata già all’epoca dal disinteresse politico e dalla disillusione ideologica che hanno caratterizzato gli anni Ottanta

di Matteo Picconi

«È giapponese, è un professionista del terrore» (1). Sembra uscito da un film di Quentin Tarantino eppure Yunzo Okudaira, storico leader dell’Armata Rossa Giapponese, è un personaggio reale. La sua figura è avvolta nel mistero, sia per le scarse notizie biografiche, sia, soprattutto, perché il terrorista nipponico è latitante dal lontano 1978.Quel che è certo, invece, è che Okudaira ha partecipato alle azioni terroristiche più eclatanti e sanguinarie della JRA (Japanese Red Army), l’organizzazione che dal 1972 al 1988 ha letteralmente seminato il terrore dall’Estremo Oriente fino al cuore dell’Europa.

LA JRA, IL LIBANO E UN NEMICO COMUNE

Nato il 2 febbraio 1949 a Shimonoseki, nella prefettura di Yamaguchi, Okudaira, si forma politicamente durante la contestazione giovanile di fine anni Sessanta. Deluso dalle politiche centriste del Partito Comunista Giapponese, contestualmente alla dura repressione delle istituzioni nei confronti dei movimenti studenteschi, il ventenne Yunzo sposa la lotta armata ed entra nelle file della Fazione dell’Armata Rossa, all’epoca guidata da Takaya Shiomi, poi confluita nell’Armata Rossa Unita. Le purghe interne all’organizzazione, ordinate da Tsuneo Mori (culminate con «l’incidente di Asama»), e l’ambizione di diffondere la lotta rivoluzionaria oltre i confini nazionali, spingono il giovane Okudaira e la venticinquenne Fusako Shigenobu a lasciare il Giappone e a fondare un gruppo indipendente e internazionalista.

«Dall’Armata Rossa (Sekigun-Ha) nacque l’Armata Rossa Giapponese (Nihon Sekigun) che in quegli anni aveva spostato il suo interesse a livello internazionale e che comprendeva anche esponenti del mondo artistico giapponese quali i registi Koji Wakamatsu, fiancheggiatore, e il suo collaboratore, e amico, il surrealista Masao Adachi» (2).

È il 1971 quando Okudaira e Shigenobu  si stabiliscono definitivamente in Libano, entrando in contatto con i vertici del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP). Ne consegue un’alleanza politica e militare rivolta contro un nemico comune, l’imperialismo delle potenze occidentali e il sionismo israeliano. Dopo mesi di addestramento nella valle della Beqā e la pubblica «dichiarazione di guerra» (3), il sodalizio tra la JRA e il FPLP viene inaugurato col sangue, in occasione del tragico attentato all’aeroporto di Lod, a Tel Aviv.

IL MASSACRO ALL’AEROPORTO DI TEL AVIV

Il 30 maggio 1972 quattro passeggeri di origine orientale, appena scesi da un volo Air France proveniente da Roma, si fermano al terminal dell’attuale aeroporto Ben Gurion. Pochi istanti dopo, nella grande sala d’attesa, si scatena l’inferno: «Una volta raggiunto il terminal», scriverà l’Unità il giorno dopo la strage, «e mentre erano in corso il controllo passaporti e le operazioni di dogana, i terroristi hanno estratto fucili mitragliatori e bombe a mano aprendo il fuoco all’impazzata sulla folla».

Muoiono ventisei persone, settantanove restano gravemente ferite. Gli attentatori sono tutti giapponesi, esponenti della JRA. Il primo, Yasuyuki Yasuda, muore accidentalmente sotto il fuoco dei suoi compagni. Takeshi Okudaira, fratello di Yunzo, nonché marito della Shigenobu, preferisce darsi la morte quando si vede circondato dagli agenti del Mossad . Il terzo, Kozo Ozamoto, non riesce nel tentativo di suicidarsi e viene tratto in arresto dalla polizia israeliana. Le fonti sono discordanti sulla presenza, o meno, di Yunzo Okudaira, già affermato capo militare dell’organizzazione, ma l’ipotesi circa il suo coinvolgimento non è mai stata scartata. L’Unità, rievocando molti anni dopo i fatti, scriverà che Okudaira «all’aeroporto di Tel Aviv, sotto il grandinare dei colpi degli agenti israeliani dei servizi di sicurezza, con un balzo aveva raggiunto una delle uscite mentre tre suoi compagni erano caduti, intorno a lui, con le armi in pugno». La strage di Tel Aviv verrà replicata, quattro mesi dopo, a Monaco di Baviera, quando il commando palestinese «Settembre Nero» ucciderà undici atleti israeliani e un poliziotto tedesco.

IL «SAMURAI DEL TERRORE»

L’appellativo di samurai del terrore, che troverà larga fortuna nella stampa italiana del decennio successivo, non deriva banalmente solo dalla nazionalità, bensì dalla presunta partecipazione di Okudaira a un dirottamento aereo messo in atto dalla Fazione dell’Armata Rossa, quando nel marzo del 1970 nove membri di un gruppo chiamato Sekigun-Ha si imbarcano sul volo 351 della Japan Airlines armati di spade da samurai e di finte bombe a tubo, nascoste nelle custodie cilindriche di canne da pesca.

Tornando al 1972, molti storici e giornalisti hanno visto nel massacro di Tel Aviv il primo esperimento di attentato suicida in Medio Oriente, interpretandolo come una sorta di lascito della più nota tradizione giapponese di attacchi kamikaze. In realtà, per quanto riguarda le modalità, la strage di Lod resta un caso isolato: l’Armata Rossa Giapponese si concentrerà preminentemente su dirottamenti aerei e prese di ostaggi. Dal 1973 alla fine del 1977 la JRA mette a segno azioni clamorose, tra le quali l’assalto all’ambasciata francese all’Aia, nel settembre del 1974, e il rapimento, nell’agosto ’75, di cinquanta ostaggi presso la sede dell’Aia Building a Kuala Lumpur. In entrambi i casi i terroristi riusciranno a ottenere la liberazione di alcuni dei loro prigionieri politici. L’anno seguente Okudaira è tratto incredibilmente in arresto, in Giordania, a causa di un passaporto falso; estradato in Giappone, viene liberato due anni dopo quando i suoi compagni dirottano, nel Bangladesh, un jet di linea della Japan Air Lines: da quel momento «il capo dell’esercito rosso» diventa «uccel di bosco» (4). La sua liberazione, e un dirottamento finito in tragedia nel dicembre del 1977 con la morte di tutti gli ostaggi, chiude il primo ciclo della JRA che, per quasi un decennio, sembra svanire nel nulla.

MATTINATA DI FUOCO A ROMA

Tra l’8 e il 10 giugno 1987 l’Italia ospita per la seconda volta, a Venezia, il summit dei sette grandi della Terra. Un G7 molto atteso non solo per l’arrivo di Ronald Reagan e della Thatcher, ma perché all’ordine del giorno vi è un tema ancora molto delicato: l’impegno condiviso contro il terrorismo internazionale. La risposta di Okudaira e compagni arriva puntuale all’alba del 9 giugno, a Roma, con due attentati in rapida sequenza ai danni delle ambasciate inglese e americana.

«La mattinata di fuoco è cominciata presto, poco dopo le 6 e 30. Da un ordigno esplosivo rudimentale, una specie di bazooka costruito a mano, è partito un razzo contro l’ambasciata britannica, in via XX settembre. Ha colpito la fontana che si trova di fronte alla rappresentanza inglese» si legge in una ricostruzione dell’attentato riportata sull’Unità il giorno seguente. Il lanciarazzi artigianale, posto sopra il museo dei Bersaglieri di Porta Pia, sarebbe stato azionato con l’ausilio di un timer.

Riprendendo l’articolo del quotidiano comunista, neanche il tempo di realizzare l’accaduto che, alle 7 e 30 «in via Boncompagni, all’ingresso laterale dell’ambasciata americana, scoppia un’ autobomba e due colpi di bazooka oltrepassano il muro di cinta dell’ambasciata. Uno solo scoppia contro un cornicione. Un altro cade a terra inesploso». La rivendicazione dei due attacchi, firmata «Brigate Internazionali Antimperialiste», arriva nel pomeriggio presso le redazioni dell’Associated Press di Londra e Roma: «Gli attentati», dirà una voce in un inglese stentato, «dimostrano che la volontà rivoluzionaria è più forte delle rigide misure di sicurezza assunte dai sette giganti del mondo» (5). Salvo le prime confuse ricostruzioni della stampa, Okudaira viene riconosciuto come l’esecutore materiale del doppio attacco dopo appena ventiquattro ore. Anche questa volta, nonostante l’allarme lanciato dai servizi segreti giapponesi, il samurai del terrore riesce a dileguarsi.

NAPOLI COME BEIRUT

«Dolce, gentile, dai modi delicati. Così lo descrive chi lo ha conosciuto in una delle celle del carcere speciale di Tokio dove fu rinchiuso nel 1976» (6). Dopo i fatti di Roma, anche in Italia si incomincia a parlare della JRA e della misteriosa figura di Yunzo Okudaira. Un personaggio che mette paura, per due motivi: è insospettabile, difficilmente riconoscibile tra le migliaia di turisti asiatici che visitano il Paese; è un professionista, un grande esperto di armi. Se gli attacchi nella Capitale si rivelano un successo (nessuna vittima, nessun ferito, tanto terrore), di ben altra portata tragica sarà invece l’attentato che, un anno più tardi, sconvolge la città di Napoli. È la sera del 14 aprile 1988 quando, alle ore 20 un’auto imbottita di tritolo esplode davanti al circolo americano USO. Anche questa volta Okudaira è tra i protagonisti dell’attentato. È lui ad aver noleggiato la Ford Fiesta esplosa davanti al Unites States Organizations mentre era in corso una festa. A differenza di Roma, però, non agisce da solo: con il «samurai della morte», c’è anche lei, la regina dell’esercito rosso, Fusako Shinegobu. Oltre ai due capi dell’Armata, viene individuato un terzo complice, un giovane dai tratti nordafricani o mediorientali, poi riconosciuto come l’uomo che ha posto la bomba nell’auto parcheggiata da Okudaira davanti all’USO, in Calata San Marco. Per gli inquirenti è la conferma che dietro l’attentato vi sia una connessione con la Libia di Gheddafi: esattamente due anni prima, infatti, vi era stato il bombardamento americano sulle città di Tripoli e Bengasi. Il bilancio dell’attentato è di cinque morti (una donna americana, quattro italiani) e sedici feriti. Dodici ore dopo esplode un ordigno in un centro radar dell’aviazione USA a Madrid mentre, due giorni prima, un esponente della JRA, Yu Kikumura, viene fermato dalla polizia del New Jersey con tre bombe nascoste all’interno del proprio bagagliaio. Nella città partenopea, invece, Okudaira, la Shinegobu e il loro complice riescono a evitare la cattura. Questa volta la rivendicazione, giunta alla France Press di Roma, porta diverse sigle, tutte ricollegabili alla pista mediorientale: «Brigate della Jihad», «Organizzazione degli oppressi della Terra», «Jihad islamica». Per la strage di Calata San Marco, il 20 marzo 1992 i due leader della JRA vengono condannati in contumacia all’ergastolo dalla corte d’Assise di Napoli.

OKUDAIRA IMPRENDIBILE, LA FINE DELLA JRA

Il 1988 segna anche lo stop definitivo alle azioni dell’Armata Rossa Giapponese. Dopo gli ultimi attacchi dinamitardi in Giappone, tra i quali spicca l’attentato alla sede centrale della Mitsubishi a Tokyo, la cellula terroristica nata all’inizio degli anni Settanta esce di scena. Alla vigilia di Italia ’90 l’ombra del samurai mette in allerta la Penisola, ma di Okudaira non si avrà più notizia. Oltre alle coperture che i terroristi giapponesi hanno goduto in Medioriente e in Libia, si è ipotizzato anche un sostegno strategico da parte dell’ex Repubblica Popolare Ungherese: «Come il terrorista Carlos, potevano contare sulla connivenza delle autorità del vecchio regime ungherese (…) il gruppo di fuoco agisce, di volta in volta, su ordine di altre organizzazioni e di altri capi» (7). Alla JRA sono stati accostati nomi importanti come Gheddafi, Abu Nidal e Saddam Hussein, ma la loro storia resta, in gran parte, ancora un mistero. Con l’arresto della Shinegobu nel 2000, di fatto, l’Armata Rossa Giapponese si scioglie: lei non si è mai pentita, non ha mai parlato; Okudaira, ad oggi, è ancora latitante, da ormai quarantadue anni. A distanza di tre decenni la loro storia è misconosciuta, è stata dimenticata in fretta, risucchiata già all’epoca dal disinteresse politico e dalla disillusione ideologica che hanno caratterizzato gli anni Ottanta.

NOTE

  1. La Repubblica, 16/04/1988

  2. «Limes: Mishima e i due lati del radicalismo», di Antonio Rossiello, Youcanprint, 2018

  3. «Cinegiornale giapponese» del 1971, regia di Wakamatsu – Adachi, fondo archivistico Lucarelli

  4. La Repubblica, 11/06/1987

  5. L’Unità 10/06/1987

  6. L’Unità 16/04/1988

  7. L’Unità 22/02/1991