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Roma, i sequestri e il loro giudice: Ferdinando Imposimato

Tommaso Nelli

Dalla laurea in Giurisprudenza nella partenopea Federico II al decennio più caldo del nostro dopoguerra: gli anni Settanta

Ferdinando Imposimato

Il giudice dei sequestri. Raccontare in un articolo una figura poliedrica dell’Italia repubblicana come Ferdinando Imposimato sarebbe un ottimo esercizio di scrittura contorsionistica. Perché le sue numerosi vesti – magistrato, consulente ONU, senatore, saggista, avvocato – indossate in oltre quarant’anni di storia ne permetterebbero giusto una sintesi superficiale piuttosto che un’approfondita comprensione associata a quella dei fatti che lo videro protagonista.

Per coerenza nominale con questa sede e perché le storie devono essere raccontate sempre dall’inizio, la sua, dopo il prologo con i natali nella provincia di Caserta (Maddaloni, 9 aprile 1936) e la laurea in Giurisprudenza nella partenopea Federico II, trova ambientazione nel decennio più caldo del nostro dopoguerra (gli anni Settanta, terrorismo politico e tensioni sociali) e nel luogo che lo radicherà nell’immaginario collettivo anche dopo aver abbandonato la toga: il Tribunale di Roma, sezione penale, ufficio istruzione, dove svolge l’incarico di giudice istruttore. Colui che, secondo il codice di procedura penale in vigore fino al 1989 («codice Rocco»), conduceva le indagini insieme alle forze dell’ordine e al termine dell’iter investigativo formulava la richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio. In quest’ultimo caso, in sede dibattimentale il suo lavoro era sostenuto dal pubblico ministero che invece al giorno d’oggi, secondo quanto previsto dall’attuale ordinamento («codice Vassalli»), coordina anche le investigazioni.

DA LUCIANO «LIGGIO» AL QUESTORE ANGELO MANGANO

È il 1971 quando il suo nome balena sulle cronache giudiziarie. Ad accompagnarlo, il fragore del tuono. Imposimato è sulle tracce dell’allora numero uno di Cosa Nostra, Luciano Leggio, più conosciuto come «Liggio» per un errore di battitura di un carabiniere, scomparso da un paio di anni da Villa Margherita, clinica privata vicino piazza Bologna nella quale il boss era riparato per sottoporsi ad alcune cure all’indomani della sua surreale assoluzione al Tribunale di Bari (10 giugno 1969). Ma è una caccia ai fantasmi. Liggio si rende introvabile e sarà arrestato soltanto il 16 maggio 1974 a Milano. Dove, nel frattempo, aveva ripreso l’attività a lui più consona: delinquere.

Venti di mafia soffiavano però anche sul litorale romano, zona Tor San Lorenzo per la precisione. Una palazzina ospita il quartier generale del boss italo-americano Frank Coppola, condannato per traffico di stupefacenti e ribattezzato «Frank Tre Dita» per le evidenti menomazioni a una mano rimasta in una cassaforte durante una rapina quando viveva negli Stati Uniti. Sulle sue tracce c’è anche l’allora questore della Capitale Angelo Mangano, che nel 1964 aveva arrestato Liggio a Corleone, e che il 5 aprile 1973 scampa a un attentato a colpo di lupara davanti alla sua abitazione nel quartiere Tor Tre Teste. Mentre cerca di scoprirne gli architetti, Imposimato gli notifica anche l’iscrizione nel registro degli indagati per lo «scandalo della Regione Lazio». Mangano avrebbe manomesso quaranta bobine di conversazioni telefoniche per sviare i sospetti su un personaggio al centro dell’inchiesta, assunto alla Regione non certo per meritocrazia e proveniente da una famiglia del trapanese in odore di mafia e di massoneria. Mangano, un nome per una volta schierato dalla parte giusta sul fronte della lotta Stato-mafia, sarà poi prosciolto in istruttorio dall’infamante accusa.

IL CASO DI FRANCESCO PAPALDO

Nel frattempo, dicembre 1971, Imposimato aveva predisposto il ritiro del passaporto all’ex capo di Stato maggiore generale Luigi Aloia per una vicenda d’interesse privato relativa a una palazzina acquistata dal Ministero della Difesa a Roma che avrebbe dovuto accogliere le bande musicali dei corpi armati. Dai militari alle scommesse clandestine per finire ai diamanti. Alla fine del novembre 1972 riceve dall’allora sostituto procuratore Giorgio Santacroce il fascicolo sull’istruttoria del «racket delle corse», un giro d’illeciti e gare truccate nel mondo dell’ippica. E nel marzo 1973 risolve il caso dei diamanti rubati all’aeroporto di Fiumicino. Contenuti in un plico diretto da Johannesburg a Hong Kong, erano stati indebitamente sottratti nel giugno dell’anno precedente da quattro dipendenti della struttura.

Proprio la sera di quel 10 marzo scompare a Roma il ventiduenne Francesco Papaldo, studente di Giurisprudenza e direttore del locale notturno Francis. Da dove esce verso le 22:30, dicendo agli amici che si sarebbe assentato per pochi minuti. Non farà più ritorno. E soprattutto di lui si perderanno per sempre le tracce. Come se si fosse volatilizzato nel nulla. Si rincorrono più voci sulla sua scomparsa – lui coinvolto in un giro di droga, lui desideroso di rifarsi una vita lontano da tutto e da tutti – ma gli inquirenti brancolano nel buio e vanno a sbattere. Fin sulle rive del lago di Costanza, Svizzera, dove viene ripescato un cadavere. È il marzo 1974. Imposimato accorre, pensando fosse quello del ragazzo. Ma non è così. Soltanto grazie ai racconti di alcune donne dai facili costumi di via Veneto, l’indagine si disincaglia e nel febbraio 1975 i resti del giovane sono rinvenuti in una fossa della pineta di Castelfusano, sul litorale romano. A ucciderlo, Ivo Liberati ed Ermanno Sgobba, due sicari assoldati da Luigi Sarasini, «l’amico» che aveva convinto Papaldo a salire sulla sua macchina la sera della scomparsa. Il movente? Passionale. I due erano innamorati della stessa donna che però, dopo una relazione con entrambi in due differenti periodi, aveva preferito Papaldo. Ma Sarasini non era riuscito a farsene una ragione.

LA PIAGA DEI SEQUESTRI DI PERSONA NELLA CAPITALE

Per Imposimato un delitto pulp che fa da anteprima al noir che di lì a breve avrebbe caratterizzato il suo lavoro: i sequestri di persona. Negli anni Settanta un dramma diffuso a ogni latitudine d’Italia. Uomini, donne e bambini. Se facoltosi di famiglia, nessuno ne è immune. Anche se appena undicenne come Claudio Chiacchierini, figlio di un professore universitario, rapito la sera del 17 maggio 1975 nella tenuta dei nonni a Torrimpietra, poco fuori Roma, da una banda di pastori sardi. Lo liberano dopo diciassette giorni dietro il pagamento di un ingente riscatto. Ne sarà recuperata soltanto una piccola parte, due anni dopo, quando vengono arrestati i responsabili, poi condannati.

Un copione simile si ripete anche per la sedicenne Michela Marconi, portata via a forza alle 8:30 del 2 marzo 1978, in zona Grottaferrata (alle porte di Roma), mentre è in macchina, diretta verso scuola. Pur essendo un noto costruttore, il padre non dispone del miliardo richiesto dai rapitori e si affida alle forze dell’ordine. I carabinieri salvano la ragazza, tenuta prigioniera in una casa della periferia romana (Tor Bella Monaca) la notte dell’11 aprile. Determinante uno stratagemma ideato anche da Imposimato: un carabiniere, fingendosi il genitore della giovane, aveva dato appuntamento ai banditi per la consegna del riscatto, contenuto in due valigie piene però di banconote false. Al momento dell’incontro erano balzati fuori altri ufficiali, appositamente nascosti, per un conflitto a fuoco che aveva portato alla cattura di due dei banditi, uno dei quali decise di collaborare e rivelò dove fosse segregata la giovane. Il 12 febbraio, intanto, nelle mani dei delinquenti era finita Giovanna Amati, figlia dell’industriale cinematografico Giovanni, sequestrata davanti alla propria abitazione di via dei Villini intorno alle 20, mentre era in macchina con alcuni amici. Fu tenuta prigioniera in più covi prima di essere liberata a Casal Palocco il 24 aprile 1978 dopo un laborioso lavoro d’indagine che si scontrò anche con la scarsa disponibilità della famiglia a collaborare. Il responsabile del sequestro, Daniel Nieto, fu individuato grazie al ricordo di una sigla, «DBGA» (le iniziali dei nomi della mamma, della moglie e delle due figlie), tatuata sul braccio. Era il vertice di un’organizzazione formata anche da criminali romani e francesi. Per la precisione, marsigliesi.

LA BANDA «DELLE 3 B»

Come Jacques Berenguer, Maffeo Bellicini e Albert Bergamelli, meglio conosciuti come la Banda delle 3 B o il Clan dei Marsigliesi. Francesi di nascita o d’adozione, capaci di esercitare un fascino irresistibile su quella parte di pubblico femminile più sensibile al crimine che alla legalità, piovuti a Roma già con una consolidata fama delinquenziale, dopo la rapina all’ufficio postale di piazza dei Caprettari, dove morì l’agente di polizia Giuseppe Marchisella, virano sui sequestri di persona perché ritenuti più redditizi e meno rischiosi. La sera del 13 marzo 1975, in corso Italia, rapiscono Gianni Bulgari, quarant’anni, uno dei discendenti della nota famiglia di gioiellieri. Lo rilasciano dopo alcune settimane dietro il pagamento di un corposo riscatto: oltre un miliardo di lire. Il 10 giugno tocca ad Amedeo Ortolani, trentasei anni, presidente dell’azienda di televisioni Voxson e figlio di Umberto, imprenditore e banchiere, nel 1963 nominato da Paolo VI° «Gentiluomo di Sua Santità». È un sequestro-lampo, appena undici giorni, nei quali vengono messi assieme i soldi necessari alla sua liberazione: 800 milioni di lire. Infine, nell’ottobre 1975, a finire tra le grinfie del clan, Alfredo Danesi, re del caffè, catturato sotto casa e salvato dopo venti giorni per mano di un implacabile blitz delle forze dell’ordine.

Con la fuga negli Usa di Berenguer, grazie anche all’ausilio della polizia statunitense, tra il 1976 e il 1980 la banda è sgominata. I responsabili sono condannati all’ergastolo nella sentenza emessa dalla Corte di Appello del Tribunale di Roma il 25 febbraio 1981. Grande impulso all’attività investigativa, oltre che da Imposimato, era stato dato anche dall’allora sostituto procuratore Vittorio Occorsio, che da quelle azioni criminose aveva cominciato a percorrere sentieri che conducevano ad altre figure criminali, tipo il boss Francis Turatello, a esponenti del neofascismo romano e della massoneria. In particolare, a una loggia coperta, allora sconosciuta: Propaganda 2, il suo nome. Licio Gelli, il suo Gran Maestro. «P2», la sua sigla. Aveva sede a Roma, in via dei Condotti, sopra la gioielleria Bulgari. Una delle vittime dei Marsigliesi. Tra gli affiliati, Umberto Ortolani, padre di Amedeo. Un altro bersaglio del clan. Sarebbe stato interessante saperne di più, sennonché Occorsio fu assassinato il 10 luglio 1976. Era stato lui a mandare a via dei Condotti il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, ucciso il 13 luglio 1979 in un agguato dal movente mai del tutto chiarito. Come ancora ignoti i mandanti dell’omicidio di Occorsio, compiuto da Pierluigi Concutelli, militante fascista aderente a Ordine Nuovo.

DALLA BANDA DELLA MAGLIANA AL CASO MORO

E mai del tutto messo a fuoco anche il ruolo di un altro sodale dei Marsigliesi, Danilo Abbruciati. Originario della borgata romana di Primavalle, soprannominato «Er Pugile» in omaggio al padre Otello, campione italiano dei pesi piuma e leggeri, e soprattutto «Il Camaleonte» per la sua rapida capacità di mutare pelle criminale a seconda del momento. Dalle Tre B finisce alla BdM, Banda della Magliana, nuovo soggetto delinquenziale nato dall’aggregazione di più bande di quartiere, le cosiddette «batterie», che il 7 novembre 1977 aveva messo a segno il colpo che avrebbe cambiato la geografia del crimine romano: il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. Fu rapito mentre da alcune terre fuori Roma faceva ritorno alla sua residenza, situata nel palazzo di famiglia che in epoca contemporanea è stato teatro di eleganti cene presidenziali. Imposimato segue l’inchiesta, ma non cattura gli assassini. E nemmeno riesce a ritrovare il corpo dell’uomo, ucciso per aver visto in faccia uno dei rapitori, come avrebbe detto durante il processo dell’Operazione Colosseo (seconda metà anni Novanta) uno dei leader della Banda, Maurizio Abbatino, nonostante il figlio avesse versato una corposa tranche del riscatto con l’illusoria speranza di riabbracciarlo.

In quei giorni il giudice dei sequestri ancora non lo sapeva, ma pochi mesi dopo, esattamente il 9 maggio 1978, sarebbe cominciato il capitolo della sua carriera che lo avrebbe proiettato, con alterne fortune, nella galassia dei misteri d’Italia: il caso Moro.