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Principe Abbasi, l’ambasciatore (del) pakistano

Matteo Picconi

«Abbiamo preso il pesce grosso del traffico degli stupefacenti a Roma»

«Due colpi grossi nel giro di poche ore al traffico di droga. Un diplomatico è stato arrestato dai carabinieri la scorsa notte in un albergo di via Veneto a Roma: è un principe pakistano di quarantasei anni, Haroon Al Rashid Abbasi, ambasciatore a Tunisi, uno dei maggiori corrieri di hashish, che introduceva nel nostro paese grazie alla sua attività diplomatica».

A leggerlo a distanza di cinquant’anni l’articolo de L’Unità, pubblicato il 14 marzo 1970, sembra riportare una normalissima notizia di routine, come se ne leggono tante sulle pagine di cronaca. Tuttavia, all’epoca, la storia suscita un discreto clamore. Non solo per la singolarità dei protagonisti coinvolti, tra cui, appunto, un principe diplomatico e alcune attricette straniere, ma perché è proprio il «problema della droga» a essere un argomento «caldo»: un fenomeno in parte ancora sconosciuto, che desta parecchio allarme in una società, quella italiana, ancora un po’ provinciale e «bacchettona».

CAPELLONI, DROGA PARTY E «PARADISI ARTIFICIALI»

Il Corriere della Sera sull’episodio del New Sporting Club in un articolo del 22 marzo 1970

Prima di raccontare questo piccolo e dimenticato fatto di cronaca è necessario contestualizzarlo. Quando si parla degli anni Settanta, e in particolare del fenomeno delle droghe, l’immaginario collettivo rimanda come di consueto all’avvento delle droghe pesanti e, soprattutto, dell’eroina. Ma all’alba dei Settanta l’eroina, già molto diffusa tra i giovani d’oltreoceano, è pressoché assente nelle statistiche delle sostanze consumate; entrerà tragicamente in gioco solo nella seconda metà del decennio. A prevalere è invece il consumo dei barbiturici, in gran parte agevolmente reperibili nelle farmacie, e dell’alcol, mentre la cocaina rappresenta, ancora, la «droga dei ricchi» e del mondo dello spettacolo. Fino a che non irrompe sulla scena un nuovo protagonista nel panorama degli stupefacenti: l’hashish. Un arrivo, ovviamente, tutt’altro che improvviso, in quanto il consumo del derivato dalle infiorescenze della canapa, più comunemente denominata marijuana, era già ampiamente diffuso negli anni precedenti della contestazione giovanile, se non prima.

Ma è nel 1970 che il «fumo», lo «spinello», subisce un linciaggio mediatico degno della peggiore pubblicistica proibizionista degli anni Venti. Le principali testate nazionali trattano il fenomeno con grande inquietudine, lo etichettano come un reato di grave allarme sociale. I giovani consumatori di cannabis non vengono inquadrati nella ormai esaurita stagione della beat generation, non rappresentano più quella «gioventù bruciata» che da Kerouak e Gregory Corso arriva fino agli hippy di Berkeley: per la stampa italiana sono semplicemente drogati, sono i «capelloni» spesso e volentieri riconducibili all’area dell’estrema sinistra, sono gli avanzi di un Sessantotto che buona parte del Paese ancora non ha compreso. Espressioni come «fumerie», «sostanze eccitanti», giovani che «inseguono paradisi artificiali», rimbalzano frequentemente su tutti i giornali. La figura del tossicomane viene costruita ad arte quando in Italia i tossici, clinicamente parlando, superano a malapena i cinquecento casi (nessuno, ovviamente, riconducibile all’hashish). Dalle parole si passa rapidamente ai fatti e le istituzioni mettono in atto una durissima repressione.

L’arresto del principe Abbasi è strettamente collegato a un altro ben più noto fatto di cronaca, storicamente ricordato come il primo grande caso mediatico sulla questione delle droghe in Italia: la vicenda del New Sporting Club, più comunemente conosciuto come l’episodio del «barcone».

«Un club galleggiante sul Tevere», si legge sull’edizione del Corriere della Sera del 21 marzo 1970, «dove si riunivano studenti e studentesse per convegni a base di hashish e marijuana, è stato scoperto dai carabinieri che, nel corso di una irruzione, hanno sorpreso novanta minorenni, alcuni dei quali in stato soporoso per gli effetti delle droghe ingerite (…)».

La notizia ha un eco incontrollato sull’opinione pubblica: si parla di «droga-boat», di ragazze minorenni drogate e dedite al sesso, di siringhe, nonché di ingenti quantitativi di hashish. Oggi le chiameremmo fake news. Il sociologo Guido Blumir liquida così la vicenda del Tevere nel suo libro «Eroina, storia e realtà scientifica», pubblicato alla fine degli anni Settanta: «Solo tre anni dopo, l’opinione pubblica viene a sapere, da un dossier di controinformazione di Stampa Alternativa, che la storia del barcone era una truffa: in realtà, come risulta dagli atti dell’istruttoria, il corpo del reato era mezzo grammo di hashish, “trovato” in un cestino della spazzatura, e nessun giovane fu incriminato perché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti».

Tutta una montatura, insomma, che però non ferma la macchina repressiva dello Stato. Per tutto il 1970 la stampa italiana non fa che riportare notizie riguardanti centinaia di operazioni antidroga. Tra queste il primo caso riguarda proprio un innocuo e insospettabile ambasciatore pakistano, appena tre settimane dopo il «blitz» dei carabinieri sul Lungotevere Arnaldo da Brescia.

PRINCIPI, ATTRICETTE E CAMPO DE’ FIORI

II principe Haroon Al Rashid Abbasi e la fotomodella Roswita Schoeremberg

«L’operazione antidroga», si legge sul Corriere della Sera il 14 aprile 1970, «che prese l’avvio con la scoperta del New Sporting Club si allarga a macchia d’olio. Nelle ultime ore sono stati arrestati un diplomatico arabo, un’attricetta tedesca, una sua amica e un giovane italiano. Sedici chili di hashish sono stati scoperti all’aeroporto di Fiumicino, mentre un’altra persona, un corriere nigeriano, è stato arrestato in Svizzera su segnalazione della polizia italiana».

L’elegante signore arrestato dai carabinieri in un lussuoso albergo del centro di Roma scatena la curiosità della stampa. Haroon Al Rashid Abbasi ha quarantasei anni, è di stirpe nobile e ricopre il ruolo di ambasciatore del Pakistan a Tunisi. Per gli investigatori è proprio il principe pakistano a importare ingenti quantitativi di hashish nella Penisola e a gestire la rete di spaccio tramite collaboratori o, più precisamente, collaboratrici.

Se l’operazione del «barcone» probabilmente c’entra poco o nulla, a mettere gli investigatori sulle tracce di Abbasi è l’arresto, avvenuto pochi giorni prima, dell’attore Peter Chatel. Il ventisettenne tedesco, fresco di una pluripremiata collaborazione col regista Giorgio Albertazzi per il film «Gradiva» (uscito nelle sale lo stesso anno), viene arrestato nella notte del 9 aprile presso la sua abitazione in via dei Giubbonari per il possesso di cento grammi di marijuana. Condannato a due anni, sconterà dieci mesi a Regina Coeli per poi tornare in Germania.

Con l’arresto di Chatel le forze dell’ordine individuano anche la principale piazza di spaccio della «famigerata» sostanza proveniente dall’oriente: è piazza Campo de’ Fiori, già all’epoca meta preferita dagli artisti italiani e stranieri, incarnazione di una «dolce vita alternativa», in antitesi con quella dorata, e tanto decantata nel decennio precedente, di via Veneto e dintorni.

Poche ore dopo l’arresto dell’attore tedesco, in via Monserrato scattano le manette anche per un’attricetta berlinese di trentuno anni, Milly Pfaff, ritenuta dagli investigatori una delle pedine fondamentali nell’organizzazione con a capo Abbasi per quanto riguarda lo smercio dello stupefacente a due passi dalla statua di Giordano Bruno. Ruolo analogo viene attribuito anche a un’altra donna tedesca, la ventisettenne fotomodella Roswita Schoeremberg, anche lei residente in un altro appartamento di via Monserrato, dove viene tratta in arresto insieme a un italiano di ventotto anni, tale Adriano Podini. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, i due detenevano in casa sei chili di hashish.

A completare il quadro dell’organizzazione c’è Mohamed Saad, ventottenne di origine nigeriana. Secondo gli investigatori è lui il corriere di fiducia di Abbasi, e sua è la borsa ritrovata a Fiumicino il 4 aprile precedente, contenente ben sedici chili di hashish proveniente dal Pakistan. Riuscito in un primo momento a fuggire, Saad viene tratto in arresto dalla polizia svizzera all’aeroporto di Ginevra, nelle stesse ore in cui i carabinieri intercettano l’ambasciatore e la Schoeremberg. Per tutti quanti si aprono le porte del carcere romano di Regina Coeli, Abbasi compreso: «Il suo arresto», si legge sul già citato articolo del L’Unità del 14 aprile, «è stato possibile in quanto egli non è accreditato presso il governo italiano e quindi non gode dell’immunità diplomatica».

«PESCI GRANDI E PESCIOLINI»

Un ritaglio del Corriere della Sera sul caso Abbasi del 15 aprile 1970

«L’arresto dell’ambasciatore pakistano», si legge sempre sul Corriere della Sera del 14 aprile, «è stato uno dei colpi più grossi degli ultimi anni nella lotta al traffico degli stupefacenti».

L’operazione di Fiumicino e l’arresto del principe Abbasi desta sorpresa anche fuori dalla Penisola. La notizia viene ripresa brevemente anche dal New York Times, dove viene evidenziato che l’arresto del diplomatico è avvenuto per caso sugli sviluppi delle indagini seguite all’arresto di Chatel e della Pfaff. Stupore in un certo senso riscontrabile anche nella stampa italiana, tanto da trasformare l’insospettabile ambasciatore in una sorta di Pablo Escobar ante litteram. Queste le parole rilasciate dagli investigatori e riportati puntualmente dal Corriere: «Abbiamo preso il pesce grosso nel traffico degli stupefacenti a Roma, facendo accertamenti pazienti sui pesciolini che frequentavano il New Sporting Club, risalendo da loro agli intermediari, legati all’attore Peter Chatel, e da quest’ultimi a Milly Pfaff che ci ha condotto al principe».

Tanto clamore e, probabilmente, tante inesattezze. Dato anche il precedente episodio del barcone, le cifre di questi presunti quantitativi non sono molto attendibili. Che per qualche cronista l’argomento sia nuovo, e che non si sia affermata una terminologia giornalistica inerente al fenomeno droga, lo si evince proprio dagli articoli di quei giorni. Ecco la descrizione dell’hashish, trovato in via Monserrato, riportata sul Corriere della Sera nell’edizione del 15 aprile 1970: «I cinque chili di hashish sono costituiti da tavolette color tabacco, ossia più scure di quelle che provengono dalle coltivazioni di canapa del Medio Oriente. L’hashish scuro indiano, che nel gergo degli spacciatori viene chiamato semplicemente il “pakistano”, si trae dal filamento del gambo della canapa. Dalle foglie della stessa pianta si ricava la marijuana (detta nel gergo la “Maria Giovanna”) e, dalle radici, un altro stupefacente che gli spacciatori chiamano “treccia indiana” (…)».

Il pesce grosso nell’ampolla ci resta poco. Dopo appena dieci giorni trascorsi a Regina Coeli, il principe Abbasi viene scarcerato in data 24 aprile. Dalle cronache non si evince un motivo preciso. Per il Corriere della Sera «gli indizi che i carabinieri elencarono al momento dell’arresto non sono stati ritenuti sufficienti dal giudice istruttore»; per il quotidiano La Stampa, invece, «il rilascio dell’ambasciatore sarebbe stato sollecitato dal governo pakistano in base ad una norma della convenzione di Vienna sui privilegi diplomatici».

Il caso Abbasi finisce nel dimenticatoio, posto in ombra da altri fatti di cronaca dove hashish, barbiturici e cocaina contribuiscono, secondo la stampa dell’epoca, ad alimentare lo stesso, fumoso, allarmante fenomeno delle droghe in Italia. Il caso Tamara Baroni a Parma, le morti sospette nella Capitale delle attrici Jeanine Cavallaro e Caterina Peruzzi, nonché l’arresto di Walter Chiari per detenzione e spaccio di cocaina, sono solo alcuni tra i tanti casi che troneggiano sui giornali in quella calda primavera del 1970. Per capire il vero effetto devastante del fenomeno non si dovrà attendere molto: nel 1972 si stimano i primi decessi per abuso di anfetamine, la prima grande novità in tema di droghe pesanti; nel 1975, invece, si afferma stabilmente il consumo d’eroina che, per almeno un ventennio, segnerà tragicamente le sorti di intere generazioni.