logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

«Così ho liberato mio marito dal cancro dell’eroina». Milano 1977: una storia di tossicodipendenza

Redazione Spazio70

Da un articolo del «Corriere d'Informazione» (1977)

Droga: un viaggio senza ritorno. Ma una giovane donna, dopo cinque anni di lotta, sola contro tutti, contro quanti le dicevano che il marito era ormai irrecuperabile, con il solo aiuto dei figli, è riuscita a strapparlo alla schiavitù dell’eroina: dove hanno fallito ospedali, esperti, centri specializzati, ha vinto lei. Una storia di sacrifici e di coraggio. Ha per protagonisti Maria C. ed Eros P.: tutti e due di 30 anni, con due figli di 13 e 9 anni. Il bambino è in vacanza con i parenti in un paese del Sud. Prima di andarsene ha detto alla mamma: «Sono contento, il papà è guarito: ma lo sai perché? Gli avevo promesso che non gli davo più i bacini se continuava a prendere la droga. E’ guarito perché ha capito che gli volevo bene».

«LO LASCI FARE, NE HA PER POCO»

«Dopo tanti anni mi sento finalmente felice», dice Maria. «E’ stata dura, ma ce l’ho fatta: nessuno capiva, tutti mi dicevano che non c’era più niente da fare, ma io non mi sono arresa. L’ultima volta che Eros è stato in ospedale, il medico mi aveva detto: “Signora, anche se suo marito vuole prendersi venti dosi al giorno, lo lasci fare. Si rassegni, tanto ne ha per poco”».

La giovane donna, invece, non si è lasciata abbattere: aveva capito che doveva, ormai, lottare da sola. Aveva portato a casa il marito e, come se fosse la prima volta, aveva ripreso a curarlo. Aveva soprattutto isolato il campanello, perché non sentisse quando gli amici venivano a chiamarlo per trascinarlo via a prendere la «roba». Si era messa accanto al letto per praticargli le fleboclisi di calmanti e vitamine seguendo una tecnica che conosceva a memoria.

Questo avveniva un anno fa. Un tentativo angoscioso, fatto di notti insonni, di riprese e di ricadute. Di giorni di speranza e di ritorni «nel giro». A ogni ricaduta Maria non si rassegnava. Quando il marito riprendeva i contatti con la droga e non rincasava, lei lo andava a cercare e da sola girava per la città di giorno e di notte, raggiungendo i posti dove si incontrano i drogati. Affrontava gli spacciatori e riusciva a strapparlo dalle loro grinfie incurante dei pericoli e delle minacce. A casa c’erano i bambini che aspettavano e che vivevano lo stesso dramma: a ogni ritorno del padre drogato, scene di violenza, crisi tipiche di chi non può fare a meno della droga e, in risposta, la capacità di sopportazione dei familiari decisi a salvarlo come un malato che deve guarire a tutti i costi.

«LA NOSTRA VITA? DURISSIMA, ANCHE PRIMA DELLA DROGA»

«Quando ho incontrato Eros», dice Maria, «ho conosciuto anche la sua storia. Fin da bambino è passato attraverso le più crudeli esperienze, dalla scuola con bambini anormali, al manicomio, per mesi legato mani e piedi a un letto di contenzione a soli nove anni. E questo solo perché lo avevano fatto passare per epilettico quando invece non lo era. Se è arrivato alla droga, ci sono delle ragioni ben precise: ma io sapevo anche che al di là della rivolta contro le crudeltà che aveva subito c’era in lui un ragazzo buono, intelligente, vivace. C’era l’uomo che per sposarmi aveva accettato di mettersi anche contro i suoi familiari, l’uomo che amavo, il padre dei miei figli che, nonostante tutto, sapevo che ci voleva bene e che aveva bisogno di noi».

I due si erano conosciuti a sedici anni: lei, primogenita di tredici figli, era appena uscita da un collegio dove i genitori l’avevano rinchiusa per dodici anni. Era rimasta incinta e suo padre l’aveva cacciata di casa: si erano quindi sposati senza la sua autorizzazione. «Anche prima della droga», racconta ancora Maria, «è stata una vita durissima, piena di problemi e difficoltà di ogni genere. Adesso, però, ce l’abbiamo fatta. Quel che è passato non esiste più: ci serve solo per godere di più la felicità che ci siamo conquistati».

Adesso poi c’è un’altra ragione perché Maria si debba giustamente sentire soddisfatta: in questi giorni è diventata ragioniera. Ha conseguito il diploma dopo aver frequentato regolarmente di sera l’istituto tecnico commerciale «Cattaneo».

Studiava mentre curava e cresceva i figli e assisteva il marito: ora lui lavora in una officina dove è stimato, i figli sono sereni e lei vuole continuare gli studi. Vorrebbe frequentare una scuola per diventare assistente sociale: ma forse nessuna scuola le potrà ancora insegnare più di quello che ha già imparato nella vita.