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Il Vangelo a Cinisello Balsamo. Don Corrado Fioravanti e i suoi «diversi»

Redazione Spazio70

Da un articolo di Alberto Salani per «Epoca» (1977)

Don Corrado Fioravanti

«Don Corrado, ho bisogno di soldi per comprare dei chiodi»; «Don Corrado, manca la nafta, che facciamo?»; «Faccio un salto in ospedale, posso prendere la bicicletta?». Don Corrado mette la mano in tasca, estrae qualche biglietto di banca, e sospira: «Finché ce n’è…». E aggiunge: «Mi raccomando, riportate la bicicletta, serve a tutti». Sorride sempre, ottimista, detta una lettera («dobbiamo far sapere che cosa siamo in grado di fare qui»), risponde al telefono («non preoccuparti, quel bambino lo vado a prendere io, starà con noi»), dà consigli, sdrammatizza situazioni con un gesto, una frase, una battuta.

Il Centro della fraternità di via S.Saturnino, a Cinisello Balsamo, è un porto di mare della sventura e lui, questo prete di 57 anni, romano, antico compagno di don Franzoni e di Gerard Lutte, ne è il pilota. Come timoniere nelle cupe acque della miseria, della violenza, dell’emarginazione, del vizio, di tutto ciò che la società considera «diverso», don Corrado Fioravanti ha fatto le prime esperienze negli anni del dopoguerra, a Roma, stando sempre in mezzo al mondo delle bande giovanili, delle prostitute, dei poveri senza cibo e senza un tetto.

«NON HO FIDUCIA NELLO STATO, HO FIDUCIA SOLO NEGLI UOMINI»

«E’ a Trastevere, al Testaccio, a Campo dei Fiori, in quegli anni senza speranza che ho imparato a fare il prete», dice; «ho capito allora come deve essere la Chiesa e che cosa noi preti dobbiamo fare». Che cosa, don Corrado? «Applicare il Vangelo, stare tra la gente, aver fede nell’uomo. La verità va cercata nella realtà, giorno dopo giorno. Che mi importa della Chiesa? La mia Chiesa è questa gente. Lo Stato dovrebbe fare questo, fare quello? Non ho fiducia nello Stato, ho fiducia solo negli uomini, negli individui. La Chiesa parla dei poveri, io li servo».

Dice queste cose d’un fiato, quasi per liberarsene. Vuole che non ci siano equivoci. «Certo, sono un prete scomodo, hanno cercato tante volte di convincermi a rientrare nel gregge, ma io non ho abboccato. Volevano farmi arciprete, ma a me non importava nulla, dicevano che se proprio volevo stare fra i poveri, gli emarginati, ebbene la Chiesa mi avrebbe aiutato. No, non voglio aiuti da nessuno, tranne che da loro». Loro sono le centinaia di ex drogati, prostitute, alcolizzati che da circa dieci anni frequentano questo centro, tre edifici dell’ex chiesa di Cinisello Balsamo che don Corrado ha trasformato in dormitori, in laboratori, in ultima oasi della disperazione. Qui approdano coloro che la società ha spinto ai margini, ha cancellato.

«LA SOLIDARIETÀ? OGNI TANTO ARRIVA QUALCHE ASSEGNO DA GENTE CHE NON CONOSCO»

«Un piatto di minestra c’è sempre, anche un letto. Noi non chiediamo niente, se restano hanno però l’obbligo di dare una mano, di lavorare. Questo è un impegno preciso, dei fannulloni non sappiamo che farcene. A forza di cambiali, una montagna, sono riuscito a mettere in piedi varie attività, un laboratorio di restauro di opere d’arte, un reparto di erboristeria, un’officina meccanica. Produciamo e dividiamo gli utili, tolte le spese per far andare avanti questa baracca. Ogni giorno ci vogliono solo per il vitto 300 mila lire, è un livello minimo di sopravvivenza. Ogni tanto ci arriva qualche assegno di gente che non conosco. Bene, dico, la solidarietà umana funziona».

Gli altri parroci, don Corrado, l’aiutano? La gente di Cinisello che dice di questo centro? Ha mai avuto dubbi, momenti di sconforto? Un gesto vago, un altro sorriso. «Dei miei colleghi non mi curo, qualcuno è solidale con me, altri stanno chiusi nelle loro certezze, altri dicono che sono un pazzo idealista. All’inizio qui a Cinisello hanno fatto di tutto perché non restassi: la notte scrivevano sui muri “via don Corrado e i suoi drogati, le sue puttane”, poi ci hanno tollerato, ora credo che ci rispettino. Noi non chiediamo altro».

Entra un vigile urbano, chiede a don Corrado di mandargli in ufficio al pomeriggio un tale. «E’ per una questione di tasse», dice il vigile. Don Corrado si mette a ridere. «Le tasse… soltanto ieri quel tale voleva togliersi la vita e questi lo cercano per le tasse». Riprende: «No, non ho mai avuto dubbi, momenti di scoramento, ci mancherebbe altro. Ho fiducia negli uomini anche quando, come è accaduto, qualcuno cerca di farmi fuori. Un pappa, una volta, gli avevo portato via la donna, diceva lui: sono pericolosi, quei tipi, sa, e qui di prostitute ne abbiamo tante. Molte restano, altre ci lasciano poi ritornano, altre non le vediamo più. E’ la vita».

«HO QUINDICI COLLABORATORI. COSA LI SPINGE? LA FIDUCIA NELL’UOMO»

Una filosofia spicciola, realistica, portata a sdrammatizzare anche le situazioni più tremende, a ricercare nel buio più profondo la luce che deve esserci, della speranza. Dietro il sorriso di Don Corrado c’è tutto questo assieme a una naturale diffidenza verso ogni classificazione politica, l’odio verso gli «ismi», dice lui. Riempie le sue giornate di problemi umani, la sistemazione di una famiglia di eritrei senza un soldo, uno scappellotto di conforto («due schiaffi ogni giubileo fanno bene»), la lotta contro le scartoffie della burocrazia che non dimentica nessuno, nemmeno questi «diversi», la creazione di lavoro per i giovani drogati, qui occorrono brande, di là bisogna imbiancare un muro, «se quel pappone si ripresenta, lo pesto», la bolletta del telefono, il riscaldamento, la pastasciutta per la mensa.

Attorno a questo personaggio vulcanico, mai stanco, senza dubbi, il Centro della fraternità diventa un cantiere, una fabbrica coi suoi ritmi, obblighi e doveri. Nel panorama di una periferia squallida, tutta casermoni e strade senza colori, simbolo della speculazione e della incapacità a costruire per l’uomo, fra fabbriche nel deserto, don Corrado Fioravanti ha costruito un castello di solidarietà, di aiuto reciproco, in cui il lavoro ha come fine soltanto la salvezza di ognuno. Gli operai di questo cantiere sono fuori dalle liste di collocamento, non hanno un solo requisito richiesto dalle convenzioni e dalla crudeltà della società: molti sono vecchi, ed è già una colpa, altri continuano a bucarsi di droga, altri sono appena scesi dal marciapiede, altri ancora sono reduci dai più totali fallimenti.

Poi ci sono quelli che sono capitati qui per caso, gente che ha scelto questo posto e queste regole solo dopo averle imparate dagli altri; e allora ha rinunziato alla sua parte di successo «fuori» per dare una mano fra queste mura senza alcuna remunerazione se non quella della felicità di fare per il prossimo. Dice don Corrado: «Qui ci sono ebrei, musulmani, cattolici, deve vedere che spettacolo quando dico messa. E’ un caravanserraglio incredibile dove si parlano tante lingue diverse e ci si capisce attraverso i problemi comuni. Ho quindici collaboratori fissi che non guadagnano una lira, i medici vengono gratis, qualcuno viene a darci una mano per mezza giornata. Che cosa li spinge? Ciò che ha sempre spinto me, la fiducia nell’uomo».

ALLA MENSA SI DISTRIBUISCE PASTASCIUTTA E MORTADELLA

Ora al centro di Cinisello ci sono centocinquanta persone, altre centocinquanta stanno fuori in appartamenti che don Corrado è riuscito ad affittare. Negli edifici molto poveri del centro le donne stanno da una parte con i bambini, gli uomini da un’altra. Letti a castello, panni stesi ad asciugare, valigie di cartone. Alla mensa si distribuisce pastasciutta e mortadella, si mangia in silenzio e poi tutti fuori a prendere il pallido sole di questa periferia senza luce.

Nel laboratorio di restauro, su un tavolo, c’è un Cristo in legno. Dice don Corrado: «Bisogna dargli una ripulita a questo signore, ne ha bisogno». Lo faranno domani, per ora c’è altro lavoro da portare avanti, la routine di tutti i giorni, quella che permette la sopravvivenza di una comunità che ha bisogno soprattutto di se stessa, del rapporto reciproco. I drogati, gli alcolizzati, le «donne di strada», i falliti, i vecchi, tutti i «diversi» di don Corrado, si allontanano per le vie di Cinisello, si siedono su una panchina, entrano in un bar.

Nell’intervallo di mezzogiorno anche a loro è permesso l’ingresso nella società; fra un’ora saranno di nuovo qui a cucirsi le ferite reciprocamente. Fuori il mondo ha fretta, corre veloce sull’autostrada, non ha tempo per i «diversi» di don Corrado.

ANNA, GIUSEPPE, GINO E GIORGIO. QUATTRO STORIE DI VITA «DIVERSA»

«Sono in questo centro da pochi mesi. Ci sto bene e ho intenzione di restarci. Per aiutare gli altri e perché qui ho trovato tante cose che non sospettavo esistessero: la solidarietà, l’amore per il prossimo, la comprensione. Ci sono capitata per caso, ero scappata di casa perché ancora una volta avevo litigato con mio padre. A lui non è mai andato giù il mio modo di vestire, il mio modo di comportarmi. Litigavamo spesso e ogni volta io scappavo. L’ultima volta mi sono rifugiata nei giardini pubblici di Cinisello, mi sono seduta su una panchina senza sapere che cosa fare. Mi si è avvicinato un giovanotto e mi ha chiesto: “Sei scappata di casa, vero?”. Gli ho risposto che si facesse i fatti suoi. Lui mi ha detto: “Se non sai dove andare, ti accompagno da don Corrado”. Ci sono andata ed eccomi qua. Faccio di tutto, lavoro in cucina, aiuto chi sta male, cerco di far stare allegro chi ha tanti guai. Mio padre non l’ho più visto, mia madre ormai si è rassegnata alla mia scelta. Le cose che hanno gli altri giovani non mi interessano, penso proprio che il mio futuro sarà fra queste mura con questa gente. Qui, mi creda, sono serena» (Anna, 20 anni, di Lissone)

«Ho cominciato a bucarmi sette anni fa e mi hanno buttato fuori di casa. Io non sono un tipo che va a dormire sotto i ponti per cui in qualche modo, per trovare la droga, mi sono dato da fare. Ho continuato a prendere l’eroina e sono finito in vari ospedali, in vari centri per tossicomani, a Pavia, a Voghera, a Roma. Sono tutti posti che sono in mano ai preti e io coi preti non voglio avere nulla a che fare. Per cui dopo un po’ scappavo, anche perché quei centri non servono a niente, non ti offrono niente, nessuna alternativa. Sono due mesi che sono qui a Cinisello e spero di riuscire a non bucarmi più anche se è dura e ogni tanto ci ricasco. Però qui da don Corrado ho trovato un lavoro: io sono diplomato in chimica industriale, ma faccio di tutto. E’ bello aiutarsi l’un con l’altro, ammazzarsi di fatica, costruire qualcosa; serve a dimenticare la droga, se non altro. Speriamo di farcela». (Giuseppe, 20 anni, di Cremona)

«Perché sono qui? Una storia molto semplice, eccola. Avevo un ottimo impiego, ero redattore in una casa editrice, poi in un’altra, poi in un’altra ancora. Guadagnavo bene, il mio lavoro mi piaceva. Poi dopo vent’anni di matrimonio, sono stato abbandonato da mia moglie che se ne è andata con un altro più giovane lasciandomi con quattro figli. Mi è crollato tutto addosso, ho messo tre bimbi in collegio e uno l’ho affidato a mia cognata. Poi mi sono messo a bere, in tre mesi di alcool ho speso il milione e mezzo che avevo da parte,nel bicchiere cercavo di dimenticare tutti i miei guai. Finiti i soldi ho trovato un lavoro come cuoco in un locale che dopo alcuni mesi ha chiuso. Mi sono trovato ancora disoccupato e con una gran voglia di farla finita. Ho ripreso a bere, dormivo sulle panchine, chiedevo l’elemosina. Poi ho conosciuto una persona che mi ha detto che esisteva questo centro: ci sono venuto, ho smesso di bere e do una mano nel reparto assemblaggio del nostro laboratorio. I miei figli li vedo molto di rado perché non ho i soldi per andare a trovarli. Mia moglie non l’ho più rivista, spero proprio di non incontrarla. Potrei ucciderla» (Gino, 45 anni, Milano)

«Avevo una piccola azienda tessile che per anni è andata molto bene. Poi è successo qualcosa, ho osato troppo e tutto è andato a rotoli. Sono fallito. I carabinieri mi cercavano, io volevo uccidermi per la vergogna. Ho comprato un flacone di barbiturici ed ero deciso a farla finita. Mi creda, è davvero difficile vedere una vita di lavoro che va in rovina, gli amici che non ti salutano, gli operai che ti accusano, tu che non hai più un soldo, solo debiti. Non avevo soldi in Svizzera, non sono di quelli. Sono capitato qui per caso, in mezzo ad altra gente, una sera d’inverno di due anni fa. Don Corrado mi ha offerto un letto e un piatto di pastasciutta. Il giorno dopo abbiamo parlato: mi ha detto che qui al centro uno come me con la mia esperienza di organizzazione, di industriale, poteva servire. Io credevo che mi prendesse in giro, al principio. Diceva sul serio. Allora, mi ricordo, gli ho consegnato il flacone di barbiturici e gli ho detto: va bene, incominciamo. Ora tengo i conti dei vari laboratori, svolgo le pratiche, offro consigli: non mi sento più un fallito, un disperato. E’ bello lavorare per la comunità, guadagnare per tutti». (Giorgio, 54 anni, brianzolo)