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Italia 1974. Tra i giovani italiani compare l’eroina

Redazione Spazio70

Un modello, quello punitivo, destinato, secondo il professor Luigi Cancrini, al fallimento: «il tossicomane cerca la propria distruzione, quindi non avrà paura, non si fermerà»

Roma, 4 aprile 1974. L’eroina è comparsa sul mercato italiano: ormai non ci sono più dubbi, l’Italia, oltre ad essere un punto di transito della droga “dura” è diventata una piazza di consumo. Il 19 febbraio due studenti vengono arrestati a Roma mentre confezionano dosi di eroina cinese, da rivendere al dettaglio. La notte del 26 marzo gli agenti sequestrano, in casa di un giovane, un chilogrammo di eroina pura, anch’essa destinata al mercato romano.

Come si è arrivati a questa situazione? Fino al 1972 il problema della droga, in Italia, si basava prevalentemente sui prodotti a base di anfetamina. Erano una ventina di specialità, circa, venivano vendute in farmacia dietro presentazione di ricetta medica, che però il farmacista aveva l’obbligo di trattenere. Circa due anni prima erano state tolte dal commercio le anfetamine in fiale. Ma il provvedimento era servito a poco: si era infatti trovato il modo di sciogliere e filtrare le pasticche, eliminandone gli eccipienti e ricavandone, così, un liquido iniettabile. I danni che l’abuso di anfetamina procurava erano notevoli: poteva risultare indebolito il cuore, danneggiato il fegato, logorato il sistema nervoso centrale. Un dimagrimento vistoso era il segno più evidente dell’abuso di anfetamina.

L’hashish, gli allucinogeni, gli oppiacei in genere, costituivano un problema minore, perché la loro diffusione era ancora contenuta in limiti modesti; le possibilità di rifornimento erano relativamente difficili. La situazione cominciò a mutare radicalmente quando, in seguito alla grande diffusione raggiunta e a causa dei pesanti danni che provocava, nell’aprile 1972 l’anfetamina fu inclusa con un decreto ministeriale nell’elenco delle sostanze stupefacenti, con il risultato di renderne praticamente impossibile l’acquisto in farmacia. II provvedimento ha raggiunto lo scopo di togliere ai giovani consumatori un farmaco diventato ormai pericolosissimo. Ma ha creato però un vuoto che e stato presto colmato: il mercato dell’hashish, già esistente, ha registrato un incremento notevole, ed ha raggiunto in due anni, dimensioni allora impensate. Accanto al fumo è aumentato l’uso degli allucinogeni, e, recentemente, hanno fatto la loro comparsa sul mercato italiano anche la morfina e l’eroina. Questo fenomeno, cioè l’apparizione di un nuovo tipo di droga, ha un significato che va al di là della semplice notizia: la morfina (un alcaloide naturale dell’oppio) e il suo derivato, l’eroina, sono le droghe più pericolose. Causano una dipendenza fisica, grazie alla facilità con cui l’organismo diventa tollerante ad esse. L’eroinomane divenuto dipendente dal farmaco, può arrivare ad assumere dosi giornaliere fino a 100 volte superiori a quella iniziale. Dapprima l’eroina dà una una sensazione quasi di orgasmo, che si prova immediatamente, appena iniettata; poi subentra una netta sensazione di rilassamento, che può durare varie ore. «Si vive in una dimensione di benessere e di pace, non si avverte più l’ostilità della lotta, si dimenticano i propri problemi», dichiarano coloro che la usano.

DISTINGUERE TRA SPACCIATORE E CONSUMATORE. LA NUOVA LEGGE

L’assuefazione dell’organismo all’eroina avviene molto in fretta: presto, per avere gli stessi effetti, occorreranno dosi sempre maggiori, fino a quando prendere la droga non darà più alcun sollievo e servirà solo ad evitare le crisi di astinenza. I segni dell’astinenza da eroina appaiono circa 15-20 ore dopo l’ultima dose e si aggravano nelle ore successive. L’intossicato in preda alla crisi soffre orribilmente, è colpito da intensa sudorazione, il corpo diventa dolorante, con contrazioni, crampi. Subentra uno stato di ansia, poi la febbre alta, il vomito e la diarrea. Si può arrivare fino al collasso cardiovascolare, che richiede la somministrazione di eroina, per evitare la morte.

Prendere l’eroina vuol dire uccidersi nel giro di 3-4 anni: se non si riesce a venirne fuori, soprattutto psicologicamente, evitando le ricadute dopo essersi sottoposti a disintossicazione fisica. Nei paesi scandinavi e in quelli anglosassoni, ma soprattutto negli Stati Uniti, le tossicomanie hanno raggiunto proporzioni paurose. Di fronte a questi fatti è importante sapere come le autorità italiane pensano di affrontare il fenomeno, che ora ci riguarda direttamente.

In un dibattito promosso dall’Alga (Associazione italiana giovani avvocati), dal titolo «Criminali e vittime della droga», si è cercato di fare il punto sull’attuale situazione legislativa italiana, in materia di droga.

Il senatore De Carolis, membro della commissione Giustizia del Senato, relatore su due disegni di legge attualmente allo studio della medesima commissione, il progetto Torelli e la legge Gaspari, così si è espresso: «Alla base delle nuove norme dovrà esservi l’indirizzo fondamentale di distinguere nettamente fra trafficante e consumatore, perché solo differenziando queste situazioni si potranno separare le persone da curare da quelle da perseguire: essi sono attualmente legati ad una unica prospettiva perché sono puniti dalla stessa norma con una pena unica (da tre a otto anni di reclusione). Nell’ambito dei consumatori sono previsti, inoltre, un’adeguata opera d’informazione, di prevenzione e di assistenza sociale, e, nei casi più gravi, un idoneo trattamento sanitario per la disintossicazione, il recupero e, quindi, il reinserimento nella società».

Il senatore De Carolis ha espresso quindi la speranza che si possa arrivare al più presto a una revisione e fusione dei due disegni di legge in esame.

Il prof. Luigi Cancrini, dell’università di Roma, intervenuto al dibattito, ha affermato che negli altri Paesi tutti i tentativi per arginare il fenomeno della droga, adottando misure di tipo punitivo o repressivo, sono sempre miseramente falliti. Il tossicomane, ha detto, cerca inconsciamente la sua distruzione, quindi non avrà paura, non si fermerà.


Articolo di Nicola Dellisanti per «La Stampa», 4 aprile 1974