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La triste storia di Antonio Canepa, il deputato vittima dell’eroina

Redazione Spazio70

Nei primi anni Ottanta l'eroina si presenta sempre più come un fenomeno interclassista

Roma, 8 luglio 1978. Ore 12:57. Un lungo e scrosciante applauso accoglie in parlamento il nome del nuovo Capo dello Stato. Il Presidente della Camera Pietro Ingrao nomina per la cinquecentoseiesima volta l’avvocato Sandro Pertini. Per i socialisti sono momenti di grande gioia ed entusiasmo. Con la sua elezione al Quirinale, Pertini si congeda dalla Camera lasciando il posto al trentottenne Antonio Canepa, laureato in giurisprudenza, assistente universitario presso la facoltà di scienze politiche di Genova e segretario regionale del Partito Socialista Italiano

Figlio dell’omonimo combattente antifascista e autonomista siciliano, il genovese Antonio Canepa «junior» aveva già varcato la soglia del parlamento nel 1972, a soli trentadue anni. Definito da molti colleghi «un astro nascente della politica italiana», viene inaspettatamente sconfitto nel 1976. Al suo ritorno tra i banchi del Parlamento, Canepa non nasconde una certa commozione nel parlare ai giornalisti delle proprie origini: «Papà era una specie di Che Guevara, un capo rivoluzionario, anche se il suo gruppo aveva scarsi contatti col popolo e si nutriva dell’apporto e dei finanziamenti soprattutto degli intellettuali siciliani. La mia famiglia è originaria di Diano Marina e fu quasi per caso che mio nonno si trasferì al Sud. Vinse la cattedra di diritto amministrativo a Palermo, aprì uno studio, si sposò, imparentandosi con Restivo, l’ex ministro dell’interno. Anche mio padre vinse una cattedra di dottrina dello Stato a Catania. Poi insegnò a Pisa e a Genova: io nacqui in uno di questi trasferimenti al Nord.»

UN TERRIBILE SEGRETO

Tra strette di mano, sorrisi e flash fotografici, il giovane parlamentare nasconde però un terribile segreto: è da tempo afflitto da una feroce dipendenza da eroina, un continuo e incessante bisogno di droga che neppure il lauto stipendio da parlamentare riesce a tenere a bada. «Mi facevo dieci dosi a settimana» dichiarerà qualche anno dopo «e un grammo di eroina mi costava duecentomila lire». Per far fronte all’inesauribile bramosia dell’oppiaceo Canepa è costretto a privarsi anche di un prezioso quadro di Giorgio De Chirico. I soldi per saldare i debiti con gli spacciatori sembrano non bastare mai. 

Canepa


La verità sale a galla nel 1981 e l’eroinomane di Montecitorio diviene l’ennesima fonte di imbarazzo per il PSI, partito già vessato dal recente scandalo P2 e dal caso Machiavelli. Nell’ambito di un procedimento penale a carico di uno spacciatore, il politico socialista è interpellato dalla Corte di Genova in qualità di teste e ammette pubblicamente di essere affetto da una grave dipendenza da eroina. Egli considera la propria condizione alla stregua di una vera e propria malattia dalla quale però si dice pronto a guarire, avendo già intrapreso un arduo percorso di disintossicazione: «Resto a completa disposizione dell’autorità giudiziaria per qualsiasi chiarimento. Come è noto a molti miei amici, sono stato a lungo sofferente a causa di uno stato di malattia, dal quale mi vado gradualmente rimettendo».

L’OVERDOSE

Da quel brutto male, invece, non guarirà mai. Antonio Canepa muore il 31 marzo 1983 nel bagno della propria abitazione in via Solferino a Genova, all’età di quarantatré anni, stroncato da un’overdose. Solo, con in casa cinque siringhe, qualche bustina di eroina e alcune pagine di un manoscritto che avrebbe dovuto sigillare la fine del suo terribile incubo: un testo autobiografico sull’uscita dal tunnel della droga.

Intervistato dal quotidiano La Stampa nel 1982, il deputato si mostrava ancora ottimista: «Non credo che questa faccenda possa influenzare in alcun modo la mia carriera. Ritengo che ogni persona intelligente sappia distinguere fra vita personale e vita politica. Sono due cose distinte: questa malattia non ha niente a che fare con la mia attività parlamentare (…). Questa battaglia è incominciata tanto tempo fa. Il peggio è passato, adesso bisogna soltanto avere pazienza.»

La morte di Canepa scuote tutto il mondo socialista. Bettino Craxi commenta così la triste notizia: «Purtroppo ciò che si poteva temere è tragicamente successo. Malauguratamente non sono valsi a salvare un uomo e una vita l’affetto, la comprensione e gli sforzi di assistenza che sono stati compiuti. È una tragedia che si aggiunge alle tante tragedie dei molti che, vittime della droga, non riescono a sottrarsi a un destino di disperazione e di morte. Da tempo Antonio Canepa era malato e questa vicenda ha rappresentato per me e per noi un vero dramma. Una ennesima morte che deve suonare di monito per elevare sempre più salde difese contro il minaccioso dilagare di questa pestilenza moderna».

Ai funerali partecipano diversi esponenti del PSI, tuttavia, le esequie vengono celebrate con sobrietà, in forma civile e senza discorsi.