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Padova, 5 febbraio 1981. L’arresto di Valerio Fioravanti

Redazione Spazio70

Nel 1981 e la cosiddetta «lotta armata» sta per giungere al capolinea, anzi, per i ragazzi dello «spontaneismo armato» romano è un'idea che sembra ormai finita da un pezzo

Enea Codotto

Padova, 5 febbraio 1981. Sono da poco passate le 22.00 quando una telefonata anonima giunge alla centrale operativa dei carabinieri. Nel quartiere del Bassanello, vicino al ponte dei Quattro Martiri, una BMW sospetta è stata avvistata sulla riva sinistra del Canale Scaricatore. Qualcuno ipotizza che siano in corso attività criminali in prossimità delle acque. Allertata via radio si reca sul posto la «gazzella» con a bordo l’appuntato Enea Codotto, 26 anni, friulano di Latisana (recentemente promosso per meriti di servizio) e il carabiniere Luigi Maronese, ventitreenne di Treviso. I militari notano la vettura segnalata che gira nei paraggi. C’è anche una Golf di colore nero con due persone a bordo. È in sosta a due passi dal canale, mentre un uomo con attrezzatura da sub si sta accingendo ad immergersi in acqua con una corda. I carabinieri avvisano la centrale poiché la situazione appare fin troppo sospetta. I giovani agenti dimostrano di essere prudenti, ma non abbastanza, poiché non sanno di trovarsi al cospetto dei terroristi neri più ricercati d’Italia. Nella BMW siedono Giorgio Vale e Gilberto Cavallini. Nella Golf ci sono Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. In acqua con la muta da sub c’è Cristiano Fioravanti.

«UN IMBECILLE HA NASCOSTO LE ARMI IN FONDO A UN CANALE»

Valerio Fioravanti

Cosa ci fanno i capi dei NAR presso il Canale Scaricatore di Padova?

Siamo nel 1981 e la cosiddetta «lotta armata» sta per giungere al capolinea, anzi, per i ragazzi dello «spontaneismo armato» romano è un’idea che sembra ormai finita da un pezzo. Le attività del gruppo che ruota attorno agli ex missini di Monteverde sono ormai limitate unicamente alle rapine e alle vendette personali. L’ambizioso progetto di far evadere Pierluigi Concutelli, più volte sfumato, è definitivamente scivolato via. Con il trascorrere dei mesi la strage di Bologna sta diventando una questione sempre più ingombrante e tra mandati di cattura, blitz e perquisizioni, l’aria si è fatta irrespirabile. Negli ambienti neofascisti in tanti hanno già scelto la latitanza preventiva. Alcuni militanti dell’area sono approdati da tempo in Medio Oriente, coniugando la fuga dall’Italia con l’addestramento militare su un autentico fronte di guerra: il Libano dei falangisti di Bashar Gemayel.

Mentre Alessandro Alibrandi, Walter Sordi, i fratelli Lai e altri neofascisti si trovano impegnati sul fronte di guerra combattendo al fianco delle milizie cristiane, il resto del gruppo di Fioravanti continua ad operare in Italia, da Nord a Sud, mantenendosi con le rapine, soprattutto in Veneto. Tra i colpi più eclatanti: quello del 19 dicembre 1980 in una gioielleria di Treviso, un bottino da mezzo miliardo. La latitanza in Italia, tuttavia, si è fatta troppo rischiosa e un’ultima rapina prima di scappare potrebbe garantire un lungo periodo di tranquillità a tutti i membri dell’organizzazione. L’obiettivo è una società finanziaria di Milano. La data fissata è il 5 febbraio 1981. C’è solo un problema, un grande problema: le armi. «Un imbecille le ha nascoste in fondo ad un canale!» rivela Gilberto Cavallini al cospetto di un adirato Valerio Fioravanti. Fiorenzo Trincanato, delinquente comune al quale Cavallini aveva affidato un borsone pieno di «ferri», ha pensato bene di nascondere tutto in un posto in cui nessuno sarebbe mai andato a cercare: sott’acqua. Rapina rinviata, bisogna recuperare il materiale.

LO SCONTRO A FUOCO

Cristiano Fioravanti

Cristiano Fioravanti è pratico di immersioni subacquee e spetta a lui l’ingrato compito di entrare nelle acque gelide del canale, mentre la BMW con Vale, Cavallini e Trincanato gira in perlustrazione e nella Golf, parcheggiata a pochi metri, siedono Giusva e la Mambro che fanno da copertura. L’autopattuglia Eden 8 con i due carabinieri a bordo è giunta proprio lì, davanti a Cristiano. Puntandogli contro un faro accecante, i militari intimano al sub di risalire dall’acqua lentamente e con le mai alzate. Nel frattempo Valerio e Francesca sono intenti a «pomiciare», fingendo di essere la classica coppietta in cerca di intimità in un luogo isolato, ma quando l’appuntato Enea Codotto si avvicina a Cristiano con le armi in pugno, Valerio estrae la pistola, scende dall’auto e inizia sparare.

I carabinieri rispondono al fuoco. Vale e Cavallini sono troppo distanti dal luogo della sparatoria e Trincanato, vista la situazione, ha preferito tagliare la corda. Anche la Mambro è armata, ma totalmente in preda al panico e per giunta con la pistola inceppata. Nel corso dell’interrogatorio del 7 febbraio 1981, Valerio Fioravanti racconterà così gli ultimi concitati momenti del drammatico conflitto a fuoco:

«Mi gettai a terra sotto il cofano motore […] e puntando entrambe le pistole intimai al capopattuglia, che stava tenendo sotto tiro uno dei miei amici con il mitra o la pistola, di arrendersi. Ci fu un momento di attesa e io, sentendomi in pericolo sotto l’autovettura che aveva il motore acceso, indietreggiai strisciando a terra e mi venni a trovare sulla scarpata verso la campagna, dando così modo al capopattuglia, che era nel frattempo salito sull’argine, di dominarmi dall’alto. Feci fuoco allora nuovamente vuotando tutto il caricatore della pistola automatica e il tamburo del revolver. Non so se ho colpito o meno il capo-pattuglia, il quale rispose al fuoco colpendomi prima alla gamba sinistra e poi la destra. Tutto si svolse quasi contemporaneamente: io rotolai lungo la scarpata sparando per cercare di tenere lontano il capo-pattuglia, e quest’ultimo a sua volta sparava verso di me. Scaricate le pistole, le gettai via e gridai: “Basta, basta, butto tutto!”, manifestando chiaramente l’intenzione alla resa, ma quando vidi il carabiniere distrarsi, poiché si guardava intorno, mi venne in mente che avevo un altro caricatore della pistola automatica e pensai di cercare la pistola per sparare ancora. Si trattò di attimi perché mentre pensavo tutto ciò, uno dei miei amici sparò a sua volta contro il carabiniere colpendolo. Dopo finì tutto».

SALVARE LA VITA AL FRATELLO PER TOGLIERLA A UN ALTRO RAGAZZO

Luigi Maronese

Cristiano salva la vita al fratello e la toglie ad un altro ragazzo. Luigi Maronese ed Enea Codotto giacciono al suolo privi di vita. Il primo è morto per mano di Valerio, al secondo ha pensato il giovane in muta da sub, con un colpo di grazia dritto al viso. Non è finita, per i NAR c’è ancora un grave problema da risolvere. Giusva è gravemente ferito e sta perdendo molto sangue. Ha bisogno di urgenti cure mediche che soltanto un ospedale potrebbe garantire. Consegnarlo ai dottori significherebbe anche condurlo a braccetto verso l’ergastolo.

La situazione appare disperata. Bisogna scegliere: carcere o morte? Dopo lunghe e concitate discussioni Valerio Fioravanti viene lasciato in un appartamento al civico 186 di via San Francesco. È un appoggio del quale i NAR dispongono grazie ad un amico. L’abitazione è vuota e a loro disposizione ma si trova al terzo piano. Mentre Cristiano e Francesca cercano di trasportare il ferito agonizzante su per le scale, i vicini notano degli strani movimenti. E poi c’è il sangue, tanti copiosi fiotti che tingono di rosso l’intera scalinata. Per i condomini la situazione è fin troppo evidente: qualcuno è rimasto ferito e sta cercando di nascondersi.

Fioravanti afferma che a breve arriverà la polizia e intima agli altri di lasciare immediatamente l’abitazione. Poco più tardi sarà proprio il ferito, ormai solo e ad un passo dalla morte, ad alzare la cornetta del telefono per chiamare il 113. Assieme all’ambulanza giungono anche le forze dell’ordine. Ormai non c’è più scampo, il leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari passerà a breve dalla sala operatoria alla cella di isolamento di un carcere di massima sicurezza.