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Mistero della fede – L’attentato al Papa e le sue ombre. La falsa «pista bulgara» (2^parte)

Tommaso Nelli

Quarant’anni dopo gli spari di piazza S. Pietro un rosario d’interrogativi continua a impedire l’accesso al santuario della verità

Pista bulgara, atto secondo. Perché fu un depistaggio? Perché se ne parlò già due mesi prima delle dichiarazioni di Alì Agca. E non solo. Il 17 agosto 1982 sulle colonne del New York Times esce un articolo della giornalista Claire Sterling, intitolato «Soviet and Bulgarian Role Hinted in Shooting of the Pope by Turk». Sostiene che l’attentato al Papa sarebbe stato un complotto internazionale ordito dai servizi segreti dell’Unione Sovietica (il KGB) con la complicità di quelli bulgari, fedelissimi storici di Mosca. Giovanni Paolo II doveva essere eliminato perché rappresentava un pericolo per la stabilità del blocco comunista in quanto proveniente da uno dei Paesi del Patto di Varsavia (Polonia).

Ripresa anche dal Corriere della Sera in un trafiletto, la notizia è ampliata in un reportage di tredici pagine della stessa autrice sul Reader’s Digest, mensile a stelle e strisce tradotto anche in italiano, dal titolo inequivocabile: «The Plot to Murder the Pope», il complotto per uccidere il Papa. Frutto di quattro mesi di lavoro, desta stupore e perplessità. Nessuno fino a quel momento aveva formulato accuse così pesanti, incolpando una delle due principali potenze mondiali e inquadrando l’episodio nell’ottica della guerra fredda. Nemmeno il suo autore, Alì Agca, che all’inizio della sua attiva collaborazione con gli inquirenti (3 maggio 1982) aveva indicato i mandanti nella Federazione degli Idealisti Turchi e aveva adombrato una partecipazione economica dei bulgari in caso di riuscita del piano. Secondo la sua versione sarebbe stato il trafficante d’armi Bekir Celenk a prefigurargli questa possibilità, quantificata in 3,5 milioni di marchi tedeschi, in un loro incontro a Sofia nell’estate 1980.

I DIFFICILI RAPPORTI DIPLOMATICI TRA ITALIA E BULGARIA

Siccome non erano agli atti dell’inchiesta, la Sterling dove aveva preso quelle informazioni? Aveva fonti vicine agli idealisti turchi o, addirittura, all’intelligence bulgara? Esperta di terrorismo internazionale, da molti anni corrispondente dall’Italia dove aveva una casa a Roma (zona Trastevere) e una a Cortona, nelle quali sarà rinvenuta e sequestrata molta documentazione sulla vicenda durante l’inchiesta del giudice Rosario Priore, la Sterling era una fervente anticomunista e aveva ottimi rapporti con l’establishment americano.

I suoi articoli mandano in subbuglio Sofia, che si sente vittima di un attacco politico. Al punto che i servizi segreti già il 26 agosto 1982 chiedono aiuto ai colleghi della Stasi, la polizia segreta dell’allora DDR (Germania Orientale). «Compagno Damm, ultimamente sono apparse nei mass-media di alcuni Paesi capitalistici notizie tendenziose e menzognere secondo le quali l’attentato al Papa sia stato l’opera degli organi del Kfs e dei Servizi per la sicurezza bulgari […] Si tratta evidentemente di una campagna diretta dai servizi segreti dell’avversario che ha lo scopo di screditare la Bulgaria. Di fronte a questi fatti si prega di accelerare la preparazione di documenti per l’operazione comune chiamata “Papa”».

Si subodora, insomma, la strumentalizzazione politica della vicenda che colpirebbe la Bulgaria in un Paese, l’Italia, dove i rapporti diplomatici non sono esenti da criticità. Negli anni precedenti diversi funzionari balcanici erano stati espulsi per spionaggio. Nel settembre 1980, il terzo segretario dell’ambasciata – Marin Petkov – perché aveva tentato di corrompere un funzionario del Ministero dell’Interno al fine di acquisire documenti della nostra intelligence su alcuni cittadini bulgari presenti sul territorio italiano. Quattro anni prima era toccato sempre ad altri due rappresentanti, Guerguiev Kostovski e Dimitar Slathov, rispettivamente vice-capo e consigliere della rappresentanza commerciale, perché avevano provato a mettere le mani sulla corrispondenza diretta al nostro Ministero degli Affari Esteri. Nel 1972, infine, foglio di via anche per il rappresentante delle linee aeree bulgare, Borislav Baltchev, e un altro diplomatico, Dimcho Vavov. Avevano cercato d’impossessarsi di atti politico-militari riferiti alla Nato. Di loro due scriverà anche Mino Pecorelli sul numero di OP del 9 maggio 1978, il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani.

IL «CASO» SCRICCIOLO

Ma in quel drammatico 1982 la Bulgaria è già coinvolta in un’altra misteriosa storia di terrorismo e spionaggio, sempre con l’Italia e gli Stati Uniti: il cosiddetto «caso Scricciolo». A chiamarla in causa, è Antonio Savasta, leader delle Brigate Rosse, arrestato a Verona il 28 gennaio di quell’anno perché uno dei sequestratori del generale americano James Lee Dozier. Nel primo interrogatorio afferma: «I bulgari erano disposti a fornirci armi e denaro». Motivo? Avrebbero desiderato rapporti per conoscere e supportare la strategia delle BR, che in cambio non avrebbero disdegnato appoggi sulla scena internazionale. A fare da tramite fra le due parti sarebbe stato un sindacalista della UIL, Luigino Scricciolo. Arrestato il 4 febbraio insieme alla moglie, Paola Elia, anch’essa iscritta al sindacato, si proclamerà fin da subito innocente. Ma non basta. Perché sarà indagato per oltre 7000 giorni, fino al settembre 2001, quando sarà prosciolto da tutti i capi d’imputazione. Avrà la vita segnata da questa storia, tanto che morirà nel 2009 appena sessantenne. Nelle sue deposizioni c’è però un particolare interessante. Le pressioni subìte nel 1980 da un ufficiale della rappresentanza bulgara, Ivan Tomov Dontchev, che lo aveva cercato a ripetizione per avere informazioni sulla visita in Italia di Lech Walesa, il sindacalista polacco leader di Solidarność, in programma dal 13 al 19 gennaio 1981. I due si conoscevano perché nel 1979, quando Scricciolo era responsabile dei rapporti internazionali per Democrazia Proletaria, aveva ricevuto sottobanco dall’uomo finanziamenti economici per conto del Partito dei Contadini bulgaro.

Il 21 giugno 1982 Scricciolo lo identifica in un album fotografico dei cittadini bulgari presenti in Italia predisposto dal SISMI. È lo stesso dove Agca indica quelli che sarebbero stati i suoi complici nell’azione contro Wojtyla: Sergej Antonov, Jelio Vassilev e Todor Ayvazov. Accade l’8 novembre 1982 – pochi giorni dopo aver fatto i loro nomi (28 ottobre) – ma soprattutto dopo l’articolo del Reader’s Digest e una sua lettera alla Sterling dal contenuto alquanto singolare. Perché Agca non si premura di chiederle se qualche suo complice avesse parlato, né appare preoccupato che la giornalista prosegua con la sua inchiesta mettendolo ulteriormente nei guai. Tutt’altro. Il turco le scrive per formularle una proposta editoriale che lo renda famoso. «21 settembre 1982. Cara Clara Sterling, potrebbe lei assistermi nello scrivere un libro? Nel quale vi sarà: a) l’attentato al Papa, b) alcuni obiettivi e complotti sovietici nel Medio Oriente e nella Turchia, c) psicologia terroristica, d) i miei anni trascorsi tra l’ala destra e l’ala sinistra, il contrabbandare ed altre cose […] Nessuno può essere più creduto sul terrorismo quanto posso esserlo io […] potrei iniziare a scrivere e finire nei prossimi tre mesi, con la sola condizione che il libro deve essere pubblicato da una famosa casa editrice americana». Tutto a dir poco sconcertante.

L’ESCALATION VERBALE DI AGCA

Siamo a una svolta dell’inchiesta. Perché dopo questi fatti la famigerata «pista bulgara» decolla. Come visto, Antonov, Vassilev e Ayvazov saranno assolti. Ma con formula dubitativa. Un verdetto che semina interrogativi. Se era emersa la fallacità delle affermazioni di Agca nei loro confronti, perché non ritenerli avulsi al fatto? La risposta è nella torrentizia quanto cangiante escalation verbale del turco, disseminata da alcuni particolari sul conto dei bulgari che trovano riscontro. Per esempio: Antonov amava i fiori e collezionava bottiglie mignon di liquori; Vassilev fumava molto e portava un orologio di marca italo-giapponese; Ayvazov aveva disposto di una Fiat 124, possedeva una calcolatrice portatile e aveva una dentatura non regolare. Informazioni però insignificanti ai fini di una loro eventuale partecipazione all’attentato e al massimo utili per ritenerli al centro di un processo più indiziario che probatorio, ma con un Agca ben informato sul loro conto. Al che ci si chiede: come faceva a esserlo? Li aveva già conosciuti?

Loro negano. Lui invece sostiene il contrario. E addirittura dal 29 dicembre 1982 li vuole suoi complici anche nel progetto di un altro attentato. Obiettivo? Lech Walesa. Da uccidere durante la sua visita in Italia «tra il 15 e il 20 gennaio 1981», come dichiara il 27 gennaio 1983 ai giudici istruttori Ferdinando Imposimato e Rosario Priore. Siccome si tratta della stessa visita che aveva spinto Dontchev a tartassare Scricciolo, è la prova che inguaia i bulgari, dipingendoli come pericolosi criminali al centro dei più efferati complotti? È quello che Agca tenta di far credere, ma che non riesce a dimostrare. Perché anche qui, come per Wojtyla, si contraddice. In prima battuta sostiene d’aver alloggiato all’hotel Isa di via Cicerone. Dove però risulta soltanto una notte (quella tra il 19 e il 20). Al che nella terza audizione (21 febbraio 1983, pm Domenico Sica) si ricorda di essere stato anche all’hotel Archimede. Ma dai registri della struttura la sua presenza, sotto la menzognera identità di Faruk Ozgun, termina l’11 gennaio (rapporto Digos 18/05/1981). Quindi dove avrebbe pernottato tra il 12 e il 19, periodo previsto per l’omicidio per il quale, sempre secondo lui, ci sarebbero state innumerevoli riunioni nell’ormai epica residenza dei bulgari di via Galiani? Infine, commette un altro passo falso nella ricostruzione del piano. «Se avessi dovuto nascondermi dopo l’attentato a Walesa, mi sarei potuto rivolgere alla persona che abitava in via Galiani 6», dice al giudice Imposimato. Sennonché – come riporta la sentenza di primo grado sull’attentato al Papa – a quel civico era «ubicato un negozio di mercerie».

PERCHÉ PRENDERSELA CON LA BULGARIA?

Se il sanguinario piano fosse davvero esistito, perché non è stato capace di dimostrarlo? Perché Agca ha atteso così tanto per raccontarlo e lo ha fatto soltanto dopo l’uscita del nome di Dontchev in un’altra inchiesta? E perché ha esplicitato i nomi dei bulgari dopo l’articolo della Sterling e non prima? O perché ha aspettato il gennaio 1984 per additare l’Unione Sovietica come mandante? Volendo definire tutto questo semplici coincidenze, ci sono altre due domande alle quali non si sfugge: se non ha mai provato nemmeno un incontro, quando avrebbe conosciuto quei bulgari? E come aveva fatto, il turco, a ricordare certi loro particolari, memorizzabili dopo un’assidua conoscenza di una persona, salvo poi sbagliare la ricostruzione di un attentato, evento non proprio ordinario e quindi destinato a rimaner impresso nella mente umana più a lungo rispetto, per esempio, alla marca di un orologio?

Per l’ambasciata bulgara il quadro era chiaro fin dall’inizio. Le indagini sui loro connazionali non erano che «una ritorsione delle autorità italiane al recente arresto in Bulgaria di due italiani coinvolti in un grave caso di spionaggio. […]. È una questione politica, non giudiziaria», si legge in un atto dei nostri servizi del 30 novembre 1982. Il riferimento è alla vicenda di Paolo Farsetti e Gabriella Trevisin, processati e condannati alla detenzione nelle carceri di Sofia con l’accusa di spionaggio. Saranno rimpatriati nel 1984. Il caso però aveva provocato frizioni tra i due Paesi, accentuata dall’arresto di Antonov, che sempre a via Rubens era stata ritenuta «tutta una montatura diretta e orchestrata dagli USA», come si legge in un atto del SISDE del 14 marzo 1983. Ma di documenti in tal senso non ne sono mai usciti.

Però dagli archivi del Ministero dell’Interno bulgaro ne salta fuori un altro, che assesta il colpo definitivo all’autenticità della Bulgarian Connection. È la fine del 1992 e sono caduti sia il Muro di Berlino che il regime comunista. Tracce del contenuto di questo documento sono anche tra le carte della Stasi, dove è bollato come «un falso», ma la sua provenienza è occidentale. Italiana, per la precisione. Perché l’aveva redatto il SISMI e accusava senza mezzi termini l’Unione Sovietica. «Secondo voci e indiscrezioni provenienti dalla stampa estera l’attentato a Giovanni Paolo II è stato progettato e organizzato dal GRU su indicazione del ministro della Difesa sovietico, maresciallo Ustinov […] La decisione finale fu presa nel novembre 1980 nel corso di una riunione segreta e ristretta avvenuta a Bucarest tra i ministri della Difesa del Patto di Varsavia. […] Ustinov formulò l’ipotesi che il Papa poteva essere soltanto intimidito oppure ferito in modo tale da essere messo in condizione di non nuocere per un bel po’ di tempo. […] Il GRU chiese in prestito al KGB un terrorista fra i migliori, catalogabile “di destra”, completamente dominabile. La scelta cadde su il turco Agca».

Una ricostruzione d’argilla. Esistente fin dai tempi di Lenin, il GRU (Gravnoe Rarvedyvatel’noe Upravlenie, «Direzione Principale delle Informazioni dello Stato Maggiore delle Forze Armate») era una cellula dell’intelligence militare sovietica ancora più segreta e potente del KGB. Quindi perché mai, per un’operazione delicata e di alto profilo come l’eliminazione del capo della Chiesa cattolica, avrebbe dovuto avvalersi di un personaggio esterno come Agca invece di affidarla ai suoi uomini? Perché l’URSS, regina del blocco comunista, avrebbe dovuto metterne al corrente gli Stati satelliti quando non si faceva problemi a invaderli se disobbedivano alla sua linea (Ungheria, 1956; Praga, 1968)? Senza dimenticare che Agca aveva detto di aver ricevuto la proposta di eliminare il Pontefice a Sofia nel luglio 1980. Quella riunione invece è di novembre. Lo scetticismo aumenta guardando la data dell’atto e la fonte della notizia: 19 maggio 1981, «stampa estera». Quindi sei giorni dopo l’attentato quali testate internazionali sarebbero state così ben informate sulla sua matrice, poi ripresa dalla Sterling e da Agca (coincidenza?), al punto da ben conoscere le attività di un servizio segreto anche dentro la stessa URSS? Per finire, due domande che sono il cuore del folle gesto contro Giovanni Paolo II: perché a un certo punto prendersela tanto con la Bulgaria, estranea alla vicenda come ricordò lo stesso Pontefice nel suo viaggio a Sofia del 2002? Chi si è voluto proteggere?

Quarant’anni dopo gli spari di piazza S. Pietro un rosario d’interrogativi continua a impedire l’accesso al santuario della verità.