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Antonio Varisco: le contraddizioni delle Br nella rivendicazione di una morte con troppe ombre

Tommaso Nelli

Un omicidio dalle motivazioni quantomeno cervellotiche

Brigate del controsenso. Se ricostruiamo la fine di Antonio Varisco in base alle dichiarazioni dei suoi assassini, ci ritroviamo al cospetto di un’organizzazione dalla geometrica incoerenza. Perché a dominare, nelle parole, sono le incongruenze. A partire proprio dal volantino di rivendicazione, al quale avevamo accennato di recente e dove sorprende la data di stesura e annesso ritrovamento: 17 luglio 1979. Cioè quattro giorni dopo il delitto. Un lasso temporale enorme. Sia per attribuirsi un attentato, sia soprattutto se marchiato dalla stella a cinque punte, solita comparire il giorno stesso dell’atto terroristico o al massimo dopo ventiquattro, se non quarantotto (raramente) ore. Per Varisco invece ne trascorrono addirittura novantasei! Perché?

UN COLLAGE DI ACCUSE INFONDATE

Dai tempi ai contenuti. Solidità di marzapane per le motivazioni dell’agguato, che costituiscono il 25 per cento della rivendicazione (il resto è una somma di proclami dal costrutto pachidermico e dal linguaggio asfittico, inneggianti a un’imminente chiamata alle armi in nome della rivoluzione). Varisco è definito «boia e torturatore» per tre ragioni. Aver ordinato ripetute «cariche di CC e PS» contro i manifestanti di sinistra presenti nei processi contro Valpreda (piazza Fontana), Lollo (rogo di Primavalle) e Panzieri (omicidio Mantakas); aver arrestato chiunque protestasse «contro il comportamento sfacciatamente forcaiolo delle varie sezioni del Tribunale di Roma»; infine, aver comandato il «pestaggio in aula delle compagne Maria Pia Vianale e Franca Salerno».

Tutte accuse infondate. Gli imputati e i detenuti hanno sempre parlato bene di lui. Sia che fossero alti esponenti della criminalità romana, come il clan dei Marsigliesi«Noi Varisco lo stimiamo perché con noi si è sempre comportato bene. Basta dire che quando i processi si protraevano anche nel pomeriggio, era lui che dava ordine perché ci fosse assicurato il pranzo» si legge nel libro del generale Antonio Cornacchia, «Airone 1 – Storia di un’epoca» – sia che fossero esponenti della lotta armata. Durante le udienze il colonnello interveniva esclusivamente per ripristinare le condizioni necessarie a un loro svolgimento regolare senza però abbandonarsi ad alcun tipo di sopruso fisico. Come nei processi contestati, nei quali aveva sedato le risse tra i facinorosi; in una di queste occasioni aveva perfino rilasciato una testimonianza mai tenuta in sufficiente considerazione per dirimere la questione su chi avesse sparato allo studente greco Mikis Mantakas. Tra l’altro, completamente fuoristrada il presunto pestaggio alle due esponenti dei NAP (Nuclei Armati Proletari), Vianale e Salerno. Finché Varisco è rimasto in vita, di quel processo si era tenuta soltanto un’udienza e di breve durata perché le due imputate avevano revocato i loro avvocati.

LE VERSIONI DI ANTONIO SAVASTA ED EMILIA LIBERA

Antonio Savasta

Dal volantino all’azione. Fumi densi avvolgono le Brigate rosse anche per l’attuazione del piano terminato con l’eliminazione dell’ufficiale dalmata. Secondo la deposizione di Antonio Savasta, colui che si accusò dell’omicidio nel Moro-bis, l’operazione sarebbe iniziata «dopo un’azione cruenta contro Camilli». Il riferimento è alla gogna contro il giornalista RAI Pierluigi Camilli, vicino alla DC, che le BR incatenarono alla cancellata di casa, quartiere Centocelle, con un cartello al collo con la scritta «La DC deve sparire dai quartieri proletari». Era il 14 febbraio 1979. Sennonché, come aveva ricordato l’allora giudice Luciano Infelisi nella prima commissione parlamentare sulla morte di Moro (e come ribadirà nel corso dell’ultima commissione dedicata sempre alla tragica fine del presidente democristiano), il 30 maggio 1979, nel covo di viale Giulio Cesare dove furono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda, era stata rinvenuta una fotografia raffigurante lui e Varisco durante i giorni del sequestro Moro. Cioè aprile 1978. Il colonnello era quindi nel mirino dei brigatisti almeno dieci mesi prima la messa alla berlina di Camilli e sarebbe stato interessante sottoporre l’osservazione all’attenzione di Savasta per sentire una sua risposta.

Anche perché la sua versione è incrinata da quella della sua compagna di lotta, e in quel periodo anche di vita, Emilia Libera. Sempre nel Moro-bis: «L’azione era stata progettata, con un altro nucleo di cui doveva far parte Arreni, per dicembre ’78. Slittò per l’irregolarità degli orari di Varisco». Se poi si legge il dibattimento in aula, abbiamo ancora un altro resoconto con Savasta che afferma come a occuparsi di Varisco erano stati Gallinari, Braghetti e Algranati, riferendosi così alle insoddisfacenti ricognizioni compiute dalle BR a fine ’77 in via del Babuino dove egli abitava, che avevano portato a un accantonamento dell’inchiesta.

UNA «INCHIESTA» LACUNOSA

Nubi anche sull’imminente pensionamento della vittima. La notizia, sempre secondo l’allora compagno «Diego», era ignota alle BR che, altrimenti, lo avrebbero risparmiato perché loro colpivano il simbolo e non la persona. Se così fosse, ciò significherebbe che la loro inchiesta non era in continuo aggiornamento e quindi era venuta meno la loro proverbiale minuziosità e meticolosità nella raccolta d’informazioni sulla futura vittima a suon di ritagli di giornale, appostamenti, pedinamenti e schedature.

Infine, l’arma. Le BR hanno adoperato un fucile a canne mozze. Nella loro sanguinaria storia ne avevano fatto uso soltanto in pochi e sporadici altri casi, tipo il 15 dicembre 1978 nell’uccisione degli agenti Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu davanti alle Carceri Nuove di Torino. Proprio quella lupara, secondo un altro storico pentito dell’organizzazione quale Patrizio Peci, sarebbe stata usata quel 13 luglio 1979 sul lungotevere Arnaldo Da Brescia. Possibile? E quanto di vero c’è nelle parole pronunciate dal falsario Antonio Chichiarelli, che si vantava d’averla sotterrata nel giardino di casa?

LE VERE RAGIONI DELL’OMICIDIO VARISCO? IGNOTE

La Bmw di Varisco dopo l’agguato

È invece certo che più di uno spiffero soffiasse intorno al colonnello. Lo conferma la sorella Dora durante il Moro bis«Ricordo che gli prestai la mia auto perché la alternasse con la sua quando si recava al lavoro al Palazzo di giustizia» – e la sua ultima compagna, Cristina Nosella, al pubblico ministero Eugenio Mauro il 19 luglio 1979. Non è ancora trascorsa una settimana dalla morte. Parla di telefonate disturbate tra i due nei dieci giorni precedenti la morte – «si sentivano continui rumori e scricchiolii talvolta anche molto forti tanto che ciò rendeva la conversazione assai difficile» – e di strani sguardi sulla piazza di Sperlonga – «[…] disse a me: “Ci ha visti una giornalista di Lotta Continua che sta molto spesso a palazzo” (palazzo di giustizia, ndr) e si mostrò molto preoccupato». La signora Annamaria Alfieri, vicina di casa di Varisco, racconta di due ragazzi che l’11 e il 12 luglio, alle 7 del mattino, giocavano a tennis sui sampietrini all’angolo tra via Alibert e via Margutta, la strada parallela a via del Babuino dove lui sovente parcheggiava l’auto. Spariscono il giorno dell’assassinio e non si faranno più vedere. Un altro carabiniere, in servizio presso la stazione di piazza del Popolo, Giuseppe Coderoni, che racconta di un’auto ministeriale con tanto di autista che quarantott’ore prima dell’attentato chiese con insistenza dove abitasse l’ufficiale. «Mercoledì 11 luglio mentre espletavo un servizio di piantone del Comando Legione Lazio, in piazza del Popolo, si presentava un signore, che sceso da una Fiat 130 di colore bleu, che mi chiedeva dove abitasse il colonnello Varisco. Io rispondevo di non essere al corrente, per cui lo sconosciuto replicava che il colonnello abitava in via del Babuino, però non sapeva il numero civico. Al che io replicavo ancora una volta di non avere la minima idea in merito». Alto 170 centimetri, capelli neri e ordinati, viso rotondo e carnagione scura, in abito blu, «vestito classico di autisti ministeriali» precisò Coderoni, chi era quell’uomo? E quali furono le ragioni della sua pressante richiesta?

Una figura trascurata nelle indagini. Quando invece avrebbe meritato ben altri approfondimenti. Perché successivamente chiese «se vi fossero dei garage in via del Babuino», verso la quale si diresse dopo aver saputo da Coderoni che ve ne erano un paio nelle limitrofe via S. Sebastianello e via Belsiana. Come avrebbe meritato attenzione la figura del contrabbandiere di sigarette Enzo, confidente di Varisco, che pochi giorni dopo l’omicidio, in un piano bar dietro piazza di Spagna, parlandone con la Nosella le aveva detto di andare a trovarlo nella vicina via del Gambero. Infine, si sarebbe dovuto scavare anche sulle parole al telefono dello stesso Varisco alla compagna la sera del 12 luglio: «Ti devo parlare». Era appena ritornato da un viaggio-lampo a Milano, dove il giorno precedente era stato assassinato il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, Giorgio Ambrosoli. Motivo della trasferta? Ignoto. Come il contenuto celato da quella frase. Come la vera ragione della sua morte.