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La testimonianza di Raffaele Cutolo al processo Pecorelli

Redazione Spazio70

«Nicolino Selis? Era mio capozona a Roma»

Perugia, 9 ottobre 1998, processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. L’ex «boss» della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, in qualità di testimone, risponde alle domande dell’avvocato Carlo Taormina. Le sue dichiarazioni vertono su ‘Ndrangheta calabrese, banda della Magliana e servizi segreti.

Signor Cutolo, lei può dire se vi fossero rapporti tra la Nuova Camorra Organizzata e la ‘Ndrangheta calabrese?

«Sì, ci sono stati, ci sono stati, però solo con la famiglia De Stefano».

— Ecco, allora ci può dire di questi rapporti della Nuova Camorra…

«La Nuova Camorra? la NCO, gentilmente! vabbé dite come volete, comunque…».

«LA NCO? È NATA COME RIVOLUZIONE, DOPO È DIVENTATA CAMORRA»

— Perché? c’è differenza tra NCO e Nuova Camorra Organizzata?

«Eh, l’hanno scelto gli inquirenti “Nuova Camorra Organizzata”. La NCO era nata come una rivoluzione, diciamo così. Poi dopo il mio isolamento all’Asinara è diventata camorra anche la NCO, ecco».

— Ho capito. Quindi quando lei si riferisce ai rapporti tra la NCO e la ‘Ndrangheta calabrese, anche se poi soltanto con De Stefano, si rifierisce a questo tipo di rapporti cioè a quello che vedeva la NCO nei termini che lei adesso ha descritto.

«Sì ma io l’ho conosciuto in carcere tanti anni fa a Paolo De Stefano e poi ci siamo incontrati durante la mia latitanza, quando è successo il fatto di Aversa».

— Quindi erano rapporti personali tra lei e De Stefano chi? Paolo o Giorgio?

«Paolo».

— Giorgio l’ha conosciuto? il cugino di Paolo.

«No, no, già era stato ammazzato».

— Ho capito. Ecco, il rapporto era tra le persone che facevano capo a lei e quelle che facevano capo a Paolo De Stefano o era un rapporto personale tra lei e Paolo De Stefano?

«Era un rapporto personale, mio. Logicamente quando io mi recavo da lui andavo con tre, quattro dei miei della NCO. Quando lui si recava da me veniva con tre o quattro suoi…».

— Avete fatto affari insieme? avete assunto iniziative insieme di qualche genere?

«No, no. Ci siamo scambiati qualche arma, qualche cosa…».

— Ho capito. Quindi lei ha trattato solo con Paolo De Stefano.

«E con quei due o tre che stavano con lui».

— Vi vedevate in Calabria?

«In Calabria e anche in Campania. Quando lui veniva da me».

— Senta, lei ha mai potuto sapere se vi fossero dei collegamenti tra la Ndrangheta calabrese, o comunque la cosca De Stefano, e personaggi della criminalità romana?

«Parliamo della Banda della Magliana? io la conosco benissimo. Comunque no, credo di no».

— C’erano rapporti di solidarietà?

«No. Forse per quell’episodio mio, quando io mandai a uno da De Stefano per una pistola».

— Di questo poi parleremo ma più in generale lei non è a conoscenza dell’esistenza di rapporti?

«No, rapporti stretti no».

— Lei quando parla di Banda della Magliana che intende?

«Il gruppo della Magliana, che aveva più capi. Quelli collegati a me erano Nicolino Selis, che era un mio capozona a Roma, e…».

— Nicolino Selis che ruolo aveva nella banda?

«Era uno dei capi. E poi Giuseppucci, lo chiamavano il negro».

— Lei ha conosciuto Giuseppucci?

«Personalmente».

— Poi dopo ne parleremo. Lei ha conosciuto altre persone della Banda della Magliana?

«Sì, ma comunque Nicolino Selis era il mio referente, diciamo così».

— E Casillo che c’entrava con la Banda della Magliana?

«Casillo, quando non c’ero io, rappresentava me».

— E Casillo le ha mai detto di rapporti della Banda della Magliana con alcuni della cosca De Stefano?

«Vede, avvocato, non glielo posso confermare. Casillo stava sempre a Roma, può darsi anche ma a me non lo ha detto».

— Per quel che riguarda, invece, i rapporti della NCO con la Banda della Magliana, li teneva Nicolino Selis per lei.

«Ma non i rapporti. Era un mio capozona a Roma».

— Che significa? può spiegare, per cortesia?

«Era quello che comandava per conto mio su Roma. Nonostante fosse un capo della Banda della Magliana, era proprio un mio capozona».

«SELIS? MI DISSE CHE SAPEVA DOV’ERA MORO»

— Sì, ma Nicolino Selis faceva parte della sua organizzazione? cioè di quella di Raffaele Cutolo?

«Dal principio faceva parte della Banda della Magliana, era uno dei capi della banda. Poi ha conosciuto me in carcere, vi parlo di venti anni fa, venticinque anni fa, ed è diventato uno dei miei. Un mio capo segreto a Roma».

— Ma si era sganciato dalla Banda della Magliana?

«No, no, no. Era sempre uno dei capi, finché poi è scomparso. Adesso non lo so se è vivo, se è morto, non lo so».

— Nonostante fosse della Banda della Magliana, tuttavia, rispondeva a lei?

«Sì, sì. Rispondeva a me. Non so se l’avesse detto anche ai suoi, al suo gruppo, diciamo così».

— Invece Casillo che cosa curava nei rapporti con la Banda della Magliana rispetto alla Nuova Camorra Organizzata?

«Avvocato… purtroppo tutto, ma sempre con Nicolino Selis, voglio specificare, e con Giuseppucci, quello che chiamavano “er negro”».

— Senta, attraverso Selis o attraverso Casillo, ha mai saputo della esistenza di rapporti tra la Banda della Magliana e servizi segreti istituzionali o deviati?

«Chiedo scusa, lei ha parlato di Enzo Casillo? eh… chiamiamoli sempre deviati, però io non so se sono deviati o meno. Lei sa bene della vicenda Cirillo. Io mi trovo isolato da sedici anni e ho fatto liberare un uomo dello Stato, lo sa bene quello che è successo. Enzo Casillo ha cominciato ad avere rapporti con questi servizi segreti “deviati”, come li chiama lei, quando è successo il fatto Cirillo, che rapirono a Napoli. Vennero da me tanti personaggi ad Ascoli ed io mi feci portare anche Enzo Casillo, il quale era latitante e lo fecero entrare con un tesserino dei servizi segreti, come colonnello o come maggiore, non lo so, non mi ricordo. Quindi da allora Casillo ha avuto contatti con i servizi segreti».

— La mia domanda era un’altra: da Nicolino Selis, o da Enzo Casillo, lei ha mai saputo se la Banda della Magliana o alcune persone della Banda della Magliana avessero rapporti con i servizi segreti?

«Da Nicolino Selis, personalmente…».

— Ci può dire con precisione, secondo il suo ricordo, quello che le disse?

«Maggiormente questi rapporti erano con Pecorelli, questo che è morto, come si chiama… Nino?».

— Mino.

«Mino Pecorelli. Con questo qui».

— Ma perché Selis le ha detto che Pecorelli era un uomo dei servizi?

«Non era dei servizi. Le spiego, avvocato. Mino Pecorelli in sostanza stava in combutta con questi della Banda della Magliana, però nello stesso tempo diceva tutto al Generale Dalla Chiesa, andavano a fare perfino perquisizioni nelle carceri».

— Ma Selis le ha detto se alcuni componenti della Banda della Magliana fossero legati o in collegamento con i servizi?

«Sì, c’erano, c’erano. Le posso raccontare un episodio. Io l’ultima volta che ho visto Selis è stato due giorni prima che fosse ammazzato quel grande statista che era Moro. Lui abitava quasi… vicino a via Montalcini. Mi disse che sapeva dov’era Moro. L’ho spiegato in altra sede».

— Ecco, e ha fatto riferimento a persone della Banda della Magliana che avevano rapporti con servizi istituzionali o deviati?

«Nomi e cognomi no, genericamente».

— Dei rapporti tra la cosca De Stefano e i servizi, lei ha mai saputo?

«Qualcosa c’era, avvocà!».

— Può dire cosa le risulta?

«Quello che mi diceva Paolo, che lui disponeva di questi apparati dello Stato. Chiamiamoli pure deviati…».

— Ecco, io allora le faccio una domanda precisa: Paolo De Stefano…

«Mi sembra una cosa assurda però, io devo parlare dei morti?».

— Eh, purtroppo questa è la realtà.

«No è che poi non ci sono riscontri e non vorrei che fossero menzogne…».

— No ma queste cose che sta dicendo lei sono state già dette da altri.

«Non lo so, io è da sedici anni che sono totalmente isolato, comunque Paolo De Stefano mi ha sempre detto che disponeva di queste forze a Roma, comunque…».

— Disponeva in che senso?

«Si scambiavano favori, credo…».