logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

I Guglielmi Grazioli Lante della Rovere. Le vicissitudini di una nobile famiglia romana

Matteo Picconi

Quattro storie che hanno visto protagonisti alcuni esponenti dell’antico casato

Quando ci si immerge nella folta letteratura criminale degli anni Settanta e Ottanta si incontrano personaggi di ogni tipo: mafiosi, terroristi, criminali comuni, faccendieri senza scrupoli, infiltrati dei servizi segreti, massoni ed eminenti uomini di Stato. Protagonisti di un copione complesso, che ormai abbiamo imparato a leggere. Ma quando ci si imbatte in personaggi appartenenti alla classe nobiliare, in marchesi, duchi o principi, la cosa desta naturalmente sorpresa. Ne costituisce un esempio l’antico casato che raccoglie in sé gli stemmi di quattro nobili famiglie: i Guglielmi Grazioli Lante della Rovere. Nomi importanti e ricorrenti, che occupano un ruolo non marginale negli anni più turbolenti della prima Repubblica e che si mischiano (loro malgrado o per presunte connivenze) a vicende altrettanto torbide, collegate alla criminalità organizzata, ai sequestri di persona, alla speculazione edilizia e finanziaria. A tal riguardo, vale la pena ripercorrere alcuni vecchi fatti di cronaca, più o meno noti, che coinvolsero questa famiglia.

IL SEQUESTRO-OMICIDIO DEL DUCA GRAZIOLI

Il primo episodio è certamente il più noto: il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. «In cinque armati e mascherati l’hanno rapito vicino alla sua azienda agricola, sotto gli occhi del fattore», si legge su un articolo de La Stampa del 8 novembre 1977, il giorno dopo il rapimento. «Il duca Massimiliano Grazioli, 66 anni, membro di una famiglia della nobiltà romana e ricco proprietario terriero, è stato sospinto su un’auto, mentre uno dei malviventi teneva sotto la minaccia delle armi il fattore; i 5 sono poi ripartititi a grande velocità, rubando anche l’auto sulla quale viaggiava Grazioli. I rapitori si sono già fatti vivi ai familiari chiedendo un riscatto di 10 miliardi».

Il rapimento di Grazioli è l’ennesimo di quel 1977, un anno da primato, che si concluderà con ben settantacinque sequestri di persona. Ma è il rapito a colpire l’opinione pubblica. Il duca discende da una delle famiglie più antiche e influenti dell’aristocrazia italiana. I suoi avi erano stati i mugnai del Papato, saliti a rango aristocratico nel corso del Settecento. Un profilo dettagliato lo rende la già citata edizione de La Stampa: «Uno dei più ricchi proprietari terrieri del Lazio, duca, possessore di una azienda agricola, di un allevamento di cavalli di vaste proporzioni, di un castello in rovina nei pressi della Bufalotta e del famoso palazzo Grazioli nella centrale via del Plebiscito: Massimiliano Grazioli, 66 anni, marito di Isabella Perrone, sorella dell’ex direttore del Messaggero, è l’ultima facoltosa vittima della drammatica catena dei sequestri di persona».

Di quel sequestro non si seppe nulla per diverso tempo. Nel 1977 la formazione della famigerata Banda della Magliana è ancora in itinere e il rapimento del Grazioli è il frutto di una collaborazione tra diverse bande criminali, tra le quali partecipano la batteria dei «testaccini» di Abbruciati e Renatino De Pedis, il gruppo della Magliana e del Trullo guidati da Maurizio Abbatino, e la banda di Montespaccato di Antonio Montegrande. Secondo il collaboratore di giustizia Fulvio Lucioli, la mente del sequestro è quella del futuro leader della banda: «Il Giuseppucci mi parlò del sequestro del duca Grazioli e mi disse che aveva parlato a lungo con l’Abbatino di come condurre avanti l’operazione», si legge in un interrogatorio del 1983 sull’ordinanza-sentenza del magistrato Otello Lupacchini, «mi fece capire che lui e l’Abbatino erano i conduttori del sequestro, mentre gli esecutori materiali – sempre a dire del Giuseppucci – sarebbero stati Danesi Renzo, Castelletti Emilio, Paradisi Giorgio, Colafigli Marcello e il Siciliano del Trullo con altri due o tre ragazzi».

È solo con l’arresto e le rivelazioni di Maurizio Abbatino del 1992 che si fa piena luce sulla vicenda. In primis sull’identità del basista, Enrico Mariotti: «Giuseppucci aveva avuto a sua volta l’indicazione dell’ostaggio da tal Enrico, gestore di una sala corse ad Ostia, di cui non ricordo le esatte generalità», ha dichiarato il «Crispino» nel corso di un interrogatorio del novembre 1992, «si trattava di un personaggio singolare, il quale vestiva solitamente abiti militari e oltre ad una Volvo SW possedeva anche una strana vettura (mezzo militare) a sei ruote, il quale frequentava il figlio del duca Massimiliano Grazioli con cui condivideva la passione per le armi».

In secondo luogo, nel medesimo interrogatorio Abbatino spiega anche le presunte motivazioni che hanno indirizzato lui e il «Negro» a scegliere il duca come obiettivo del rapimento: «Si era tenuto conto a tal fine delle seguenti circostanze riferiteci dal basista Enrico: i Grazioli, già mugnai del Papa, proprietari di tenute agricole nei pressi della Salaria, dovevano disporre di notevole liquidità avendo subìto un esproprio o comunque per aver consentito il passaggio dell’autostrada su terreni di loro proprietà».

Il resto è storia assai nota. Dopo il trasferimento dell’ostaggio in più località isolate e la lunga trattativa con il figlio Giulio Grazioli, col conseguente pagamento del riscatto di circa un miliardo e mezzo di lire avvenuto il 4 marzo del 1978, il duca viene ucciso poco tempo dopo. È sempre Abbatino a svelare il tragico epilogo della vicenda: «La morte avvenne successivamente al pagamento del riscatto. Il gruppo di Montespaccato ci informò del fatto che l’ostaggio aveva visto in faccia uno dei carcerieri, di tal che ci fu detto che non si poteva fare a meno di ucciderlo. A questa decisione, la quale non fu nostra, non ci opponemmo, in quanto l’individuazione dei complici poteva significare anche la nostra individuazione».

Le prime indiscrezioni circa la presunta morte di Grazioli, che sempre secondo il Crispino sarebbe stato sepolto in una località in Campania, luogo dell’ultima prigionia dell’ostaggio, trapelano nel corso di un’altra indagine di quei giorni, quella del sequestro di Giovanna Amati, figlia del re del cinema Giovanni Amati, in cui uno dei fermati si lasciò sfuggire che il duca era già stato eliminato. Nel mirino del giudice Ferdinando Imposimato finiscono tre esponenti della mala di Roma sud, Manlio Vitale, Amleto Fabiani e Massimo Barbieri. I tre, che in seguito risulteranno affiliati alla Banda della Magliana, vengono presto prosciolti in quanto risultati estranei ai fatti.

YACHT, CANOTTI E CARABINE, IL CASO DIRK HAMER

Nell’estate del 1978 una notizia irrompe nelle cronache di tutti i quotidiani nazionali. La notte del 18 agosto, presso l’isola del Cavallo, in Corsica, un giovane di nazionalità tedesca, Dirk Hamer, viene raggiunto da un colpo di carabina a una gamba. A colpire l’opinione pubblica è l’identità del presunto sparatore, niente poco di meno che il principe Vittorio Emanuele di Savoia. La dinamica dei fatti, stando alle ricostruzioni ufficiale, è complessa e surreale. L’ex pretendente al trono d’Italia, accortosi che gli era stato prelevato indebitamente un canotto nei pressi della sua abitazione, si dirige poco al largo in direzione di alcuni yatch dove pernottano decine di rampolli dell’alta nobiltà e imprenditoria italiana. E ci va in compagnia del suo fucile. Una volta ritrovata la preziosa «refurtiva», ha un alterco con il playboy romano Nicky Pende, ex marito dell’attrice Stefania Sandrelli. Sarebbe quello il momento in cui partono almeno due colpi di fucile, uno dei quali raggiunse il diciannovenne di Heidelberg. Secondo altre testimonianze, invece, il principe avrebbe sparato al buio, al grido «italiani di merda», in direzione degli altri yacht. L’incredibile storia ha risvolti drammatici e il giovane Dirk, dopo l’amputazione alla gamba, morirà dopo quattro mesi di agonia.

Nella vicenda che coinvolge lo «scavezzacolli» di casa Savoia, non nuovo a certe intemperanze e grande appassionato di armi, emerge un altro personaggio di spicco dell’alta società che, certamente, non passa inosservato: il marchese Vittorio Guglielmi Grazioli Lante della Rovere. La sua famiglia d’origine, i Guglielmi, appartengono al Libro d’oro della nobiltà italiana col titolo di marchesi di Vulci e Montebello, di fatto signori delle campagne che dividono Civitavecchia e il viterbese. Unitisi tramite matrimonio ai Grazioli, entrano a pieno titolo nel giro dell’aristocrazia romana. Il giovane Vittorio non era nuovo alle cronache, fin a quel momento «rosa», come si evince da un articolo pubblicato nel febbraio del 1985 dal quotidiano La Stampa: «Il marchese Guglielmi era molto noto negli ambienti mondani della Capitale anche per una sua recente relazione con Antonellina Interlenghi, figlia di Antonella Lualdi e Franco Interlenghi».

Anche il Guglielmi assiste alla tragedia dell’isola del Cavallo. È suo lo yacht dove dorme il giovane Dirk Hamer quando viene raggiunto dal presunto colpo di Vittorio Emanuele. Ma c’è di più. Nel corso della lunga vicenda giudiziaria, che si protrarrà per più di un decennio, i legali del Savoia punteranno il dito proprio su di lui: «La sua difesa insinuò il dubbio che quella notte ci fu un secondo sparatore, oltre al principe. Tutto nasceva dal fatto che venne trovata una pistola (regolarmente denunciata) nello yacht di Vittorio Guglielmi, dove dormiva il povero Dirk», si legge in una recente ricostruzione dei fatti pubblicata da La Nuova Sardegna il 15 gennaio del 2013, «al processo ebbe spazio la grottesca testimonianza dell’avvocato Isolabella che disse di aver sentito, tempo dopo, in un bar di Portofino due sconosciuti parlare tra loro. Uno diceva all’altro: “Quella notte non è stato l’erede al trono a sparare al giovane nordico, ma un altro”. Chi? Chiese il Presidente della Corte di Parigi. “Vittorio Guglielmi, il proprietario della barca sulla quale dormiva il ragazzo. È lui che ha sparato” rispose Isolabella».

Già nel corso delle indagini svolte dalle autorità francesi Vittorio Guglielmi risultò assolutamente estraneo al fatto, in quanto venne verificato che la pistola, trovata a bordo della sua imbarcazione, non aveva sparato di recente. Ma i dubbi avanzati dalla difesa, se fosse stato effettivamente il proiettile del principe a colpire il tedesco, raggiunsero comunque l’effetto sperato, tanto che nel 1991 Vittorio Emanuele venne prosciolto dall’accusa di omicidio e condannato a sei mesi per porto abusivo d’arma da fuoco. Il giovane Guglielmi ne uscirà senza macchie, ma tornerà nuovamente sotto i riflettori per altri fatti di cronaca del tutto inaspettati.

L’ARRESTO DI UN «GIOVANE MARCHESE D’ANTICO CASATO»

«Arresto a sorpresa per l’inchiesta dell’Ufficio istruzione di Roma contro i due clan alleati di Flavio Carboni e Pippo Calò», si legge su L’Unità del 19 febbraio 1985: «Domenica pomeriggio a Fiumicino, appena rientrato da un safari In Tunisia, un giovane marchese d’antico casato ha trovato ad attenderlo gli agenti della squadra mobile e della Criminalpol con un lungo mandato di cattura per associazione a delinquere».

In quei primi mesi dell’85 la stampa diede un discreto risalto all’arresto del marchese, all’epoca poco più che trentenne. Tra le motivazioni principali vi era la grande attenzione mediatica rivolta alle inchieste sulla mafia siciliana e sugli affari di Pippo Calò, uomo di fiducia di Totò Riina, nella Capitale. L’anno precedente, infatti, le autorità italiane avevano ottenuto l’estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta che di lì a poco sarebbe diventato collaboratore di giustizia, inaugurando così la lotta dello Stato ai vertici di Cosa Nostra.

All’arresto di Guglielmi, e di altri personaggi eccellenti, il 30 marzo 1985 segue la cattura del cassiere di Cosa Nostra Pippo Calò, latitante da quasi quindici anni. Gli inquirenti mettono le mani su un traffico che dall’alta finanza fino al mercato dell’edilizia frutta alla mafia parecchi miliardi di lire. Riciclaggio di denaro sporco, esportazione ed accumulazione di capitali all’estero, false comunicazioni sociali, falsità in atti, appropriazione indebita, millantato credito e corruzione. Viene allora da chiedersi che ruolo ricopre il marchese in questa grande «mafia delle imprese», così come viene definita dalla stampa di quei giorni.

«Il sodalizio fra il nobiluomo, Carboni e i più noti boss romani non era avvenimento recente: dalle indagini condotte dalla Criminalpol e dalla squadra mobile, su ordine di un pool di magistrati, i rapporti del marchese con i malavitosi duravano da dieci anni, da quando cioè Guglielmi Lante della Rovere aveva appena venti anni», si legge sul già citato articolo pubblicato da La Stampa due giorni dopo l’arresto del nobile.

Figura che riveste un ruolo centrale nella vicenda che coinvolge il Guglielmi è Florent Ley Ravello, finanziere italo-svizzero, per lunghi anni sospettato di aver riciclato all’estero ingenti capitali mafiosi. In un interrogatorio del 1993, riportato nell’ordinanza-sentenza di Otello Lupacchini relativa al processo della Banda della Magliana, il faccendiere sardo Flavio Carboni descrive l’ipotetica origine dei rapporti tra lo svizzero e la famiglia Guglielmi: «A precisazione dei termini del rapporto tra me ed il prof. Florent Ley Ravello, debbo dire che questi godeva di grande prestigio ed autorevolezza per essere l’amministratore fiduciario di grandi patrimoni: egli era in rapporti con i Cini ed i Gaggia, per come ho detto, ma anche con i Ferruzzi, i Valeri Manera, i Pratolongo, i Guglielmi Grazioli, e tanti altri esponenti della borghesia imprenditoriale, per conto dei quali, tra l’altro, sembrava non disdegnasse di curare l’esportazione all’estero di valuta».

Sarebbe quindi tramite la conoscenza di Ravello e di Domenico Memmo Balducci (a sua volta legato alla Banda della Magliana) che, secondo gli inquirenti, il marchese si ritaglia un ruolo delicato nei traffici che coinvolgono mafia e mala romana. Alcune tra le tante società riconducibili a personaggi vicini a Carboni e Calò hanno sede nel palazzo Berardi, di proprietà dei Guglielmi, nella centralissima via del Gesù. Gli uffici dell’elegantissima palazzina cinquecentesca sono quindi a completa disposizione di Calò. Secondo quanto ripotato da Repubblica il 5 maggio 1985, il cassiere di Cosa Nostra, «presenta Buscetta a Domenico Balducci nell’ufficio del marchese Guglielmi Grazioli Lante della Rovere di via del Gesù».

In poco meno di tre mesi, tra la Capitale e Palermo, vengono raggiunte da mandato di cattura quasi una trentina di persone. C’è veramente di tutto: da un commercialista di nome Luciano Merluzzi all’usuraio Oberdan Spurio; dall’imprenditore Luigi De Giorgi a Luciano Mancini detto er principe. Se ci si aggiunge anche un nobile romano il quadro può dirsi ancor più completo, restituendoci uno spaccato che Yari Selvetella, in «Roma, impero del crimine», descrive molto bene: «A scrivere una sceneggiatura sulla mala di quegli anni, a Roma, la sua figura chiuderebbe il cerchio; ci sono proprio tutti: boss mafiosi e camorristi, faccendieri ben introdotti negli apparati deviati, sottoproletari con la rivoltella facile, fascistoni nietzscheani che sparano a comando, politici prezzolati, committenti di torve trame e, appunto, nobili avventurieri con la cassaforte sempre affamata».

Rinviato a giudizio alla fine dell’85 insieme ad altre ventotto persone, nel febbraio dell’anno seguente Vittorio Guglielmi viene assolto dalla quinta sezione del Tribunale di Roma per l’accusa di associazione a delinquere. Seguiranno solo lievi condanne per ricettazione per quanto riguarda i fratelli Carboni, Ernesto Diotallevi e lo stesso Pippo Calò. «A poco sono valsi dunque gli sforzi degli inquirenti», si legge in un articolo del L’Unità del 9 febbraio 1986, «che per oltre tre anni hanno messo in piedi centinaia di informazioni bancarie e societarie, per dimostrare che gli investimenti di questa banda in tutt’Italia non erano frutto del solo lavoro imprenditoriale».

IL SEQUESTRO DELLA MARCHESA ISABELLA

Il marchese esce definitivamente dalle cronache giudiziarie, in maniera pulita, e di lui non se ne sentirà più parlare. Ma in quello stesso 1985 il cognome della sua casata rimbalza sulle prime pagine dei giornali per un altro fatto di cronaca nera. Il 27 giugno un commando di cinque persone assale una Golf parcheggiata davanti a una villa in zona Montalto di Castro e rapisce una donna: è Isabella Guglielmi, sorella maggiore di Vittorio. La notizia attira l’attenzione dell’opinione pubblica. Innanzitutto perché la cosiddetta «anonima sequestri» (molto attiva nelle campagne a nord di Roma) non colpisce da più di un anno; in secondo luogo, è proprio il profilo della donna sequestrata a catturare l’attenzione dei media.

«La passione per l’ippica l’aveva legata alla scuderia, condotta a una vita semplice, tutta jeans e maglioni. Prima di cinque figli, si occupava dell’azienda con piglio deciso, senza legami finanziari con le attività di altri componenti della sua famiglia», si legge in un articolo de La Stampa del 28 giugno 1985. L’allusione agli affari del fratello, che proprio in quei mesi si trova sotto i riflettori per le sue presunte connivenze con la mafia, è evidente.

Le vicissitudini vissute da Vittorio risultano estranee al rapimento della sorella. Fin dalle prime battute, le indagini sul sequestro della marchesa si indirizzano esclusivamente sulla Anonima sarda. «I banditi spararono alcuni colpi verso il guardiano, e fuggendo lasciarono in terra un mitra Stern che contribuì a indirizzare gli inquirenti sulla pista sarda», si legge sull’edizione de La Repubblica del 30 ottobre 1985, «un’arma dello stesso tipo, infatti, era stata usata nei mesi precedenti dal MAS, l’ambiguo Movimento Armato Sardo, a cavallo tra delinquenza comune e terrorismo, guidato dal super latitante Annino Mele, di Mamoiada».

La nobile famiglia torna a vivere l’incubo vissuto sette anni prima per Massimiliano Grazioli. La trattativa, segretissima, porta infine alla liberazione della donna dopo quattro mesi di prigionia. Il 29 ottobre viene ritrovata, legata, su una piazzola di sosta nella zona di Terni; la somma del riscatto, secondo le cronache di allora, sembra che si aggiri intorno ai due miliardi di lire, quasi la stessa cifra versata per il duca, vanamente, nel 1978.

La nobile famiglia torna a vivere l’incubo vissuto sette anni prima per Massimiliano Grazioli. La trattativa, segretissima, porta infine alla liberazione della donna che il 29 ottobre, dopo quattro mesi di prigionia, viene fatta ritrovare su una piazzola di sosta dalle parti di Terni. Al rilascio della marchesa seguono presto gli arresti di alcuni pastori di origine sarda residenti tra la Toscana e l’Umbria e considerati vicini a Graziano Gratzianeddu Mesina, il noto bandito originario di Orgosolo. Una curiosità in merito alla somma versata per il riscatto: secondo le cronache di allora, sembra si sia aggirata intorno ai due miliardi di lire, quasi la stessa cifra versata per il duca nel 1978, con la differenza che la marchesa, per sua fortuna, poté tornare a casa.