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Riccardo Palma: un delitto mai completamente chiarito

Tommaso Nelli

L'omicidio del capo dell’ufficio VIII della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena porta con sé tanti interrogativi

Sedici anni. Quelli necessari a saperne di più sull’omicidio di Riccardo Palma, consigliere della Corte di Cassazione ucciso dalle Brigate Rosse a Roma il 14 febbraio 1978. Un lungo periodo di tempo comunque non sufficiente a fare definitiva chiarezza. Perché anche l’assassinio di quel giudice benvoluto da tutti i suoi colleghi è disseminato di anomalie e contraddizioni. Sulla dinamica dell’agguato, su chi vi prese parte e sul perché sia stato risparmiato dalla giustizia.

È un martedì d’inverno e sono da poco passate le 8:30 quando Palma, sessantadue anni, come altri giorni, esce dalla sua abitazione di piazza Lecce, dove vive con la moglie e uno dei due figli, per recarsi al Ministero di Grazia e Giustizia. È a capo dell’ufficio VIII della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, si occupa di edilizia carceraria. Attraversa la strada e raggiunge la sua Fiat 128 verde chiaro parcheggiata all’inizio di via Forlì. Sta per mettersi al volante quando si volta in direzione di una voce che ha fatto il suo nome. Vede due uomini. Uno ha in mano una borsa di plastica nera dalla quale spunta la canna di una mitraglietta che, da distanza ravvicinata, gli scarica addosso diciassette proiettili Browning calibro 7,65. Dei nove che raggiungono Palma al tronco, sei perforano cuore e polmoni causando la morte pressoché istantanea del magistrato.

«ABBIAMO GIUSTIZIATO RICCARDO PALMA»

Il giudice Riccardo Palma da giovane

Aria fredda quel giorno nella Capitale. Ma umori torridi. Palpabili le tensioni sociali e ricorrenti gli scioperi. Sui luoghi di lavoro e nelle scuole. Come all’istituto per odontotecnici George Eastman di viale Regina Margherita, dove le lezioni sono annullate all’ultimo momento. Così quattro studenti colgono l’occasione per mettersi in pari con gli appunti di inglese e si dirigono verso la casa di una di loro, Miriam Aliquò. Sono quasi arrivati, quando vedono gli assassini in azione. Proprio la ragazza si getta al loro inseguimento, ma deve subito nascondersi dietro una macchina parcheggiata a bordo strada perché minacciata dal killer. Anche gli altri tre giovani cercano riparo. Chi in un palazzo vicino, chi dietro un’altra vettura, chi dentro il negozio di un ottico da dove viene chiamata la polizia. Intanto gli assassini sono fuggiti a bordo di una Fiat 128 verde scuro. È stata presa la targa: risulterà rubata al pari della vettura, ritrovata alle 11:50 a poco più di un chilometro di distanza in via Paolo Zacchia. Nel frattempo una telefonata all’Ansa ha rivendicato l’azione: «Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato Riccardo Palma, servo delle multinazionali». Seguirà un comunicato che viene recuperato a tarda sera in una cabina telefonica di via Merulana. C’è scritto che la vittima ha pagato il suo impegno nella costruzione di nuove case circondariali deputate alla «distruzione totale dei comunisti e dei proletari detenuti».

Dilagano sgomento e incredulità. Palma era un magistrato estraneo a ribalta e riflettori. Non si occupava di terrorismo o violenza politica e il suo nome era conosciuto soltanto nel suo ambiente di lavoro. Dunque le BR come avevano fatto a individuarlo? Comincia a prendere corpo il sospetto, poi accertato anni dopo, di una talpa dentro gli ambienti giudiziari. Il 16 febbraio, in una basilica dei SS. Apostoli colma di gente, il cardinal Ugo Poletti celebra i funerali del giudice.

Le indagini partono immediate, ma risultano subito vischiose. Si fatica a ricostruire l’esatta dinamica dell’azione. Così la Aliquò: «Siamo arrivati a piedi in via Catania-angolo via Forlì […] proprio davanti a noi, sul marciapiedi […] si trovava in sosta una Fiat 128 verde chiaro. In quel momento un signore anziano si accingeva a sedersi al posto di guida. Contemporaneamente gli si sono avvicinati due individui che si trovavano dietro le sue spalle. Uno aveva in mano una borsa di plastica nera […] e ha sparato una raffica con un mitra nascosto nella borsa stessa […] A questo punto i due attentatori sono corsi verso la parte alta di via Forlì ma, percorsi pochi metri, si sono fermati presso una Fiat 128 parcheggiata ai margini dello stesso marciapiedi e sono saliti a bordo […] e poi sono partiti a folle velocità svoltando per via Imperia». Una versione confermata anche dai suoi amici. Uno di loro, Fabio Ambrosini, fornisce ulteriori particolari come la posizione dell’auto. «L’uomo (il killer, ndr) è passato davanti alla macchina (la 128 di Palma), ha superato una Fiat 500 lì parcheggiata e proseguendo è salito a bordo di una Fiat 128 verde scuro parcheggiata davanti o poco oltre». Poi ci sono le modalità della fuga. I due si sarebbero messi al volante e sarebbero ripartiti senza troppa fretta. «L’uomo che aveva sparato era seguito da un altro uomo più giovane, il quale ha raggiunto la Fiat 128 verde scuro mettendosi al posto di guida mentre l’altro al posto a fianco. […] Subito dopo la macchina è partita ad andatura normale per via Forlì».

UN OMICIDIO SCIVOLATO NELLE «RETROVIE»

Ben diverso invece il racconto di un altro testimone oculare, Sante Verdini. Mentre era in servizio nella via come netturbino, aveva notato «una persona (Palma, ndr) aprire lo sportello di una 128 di colore pisello […]. Contemporaneamente giungeva un’altra autovettura dello stesso tipo e cilindrata, però di colore più acceso, la quale si è affiancata fermandosi. A questo punto ne è sceso dalla parte posteriore destra una persona e, avvicinandosi al magistrato, gli ha rivolto qualche parola. Ho visto che imbracciava un oggetto rivolto verso il torace del magistrato, il quale si accasciava lentamente. Nello stesso momento la persona è risalita lentamente in macchina ed è partita con andatura a passo d’uomo. […] L’azione è durata circa 40-50 secondi». Verdini apre poi all’esistenza di un altro complice, addirittura al volante della 128: «Nella vettura vi erano altre due persone, di cui una alla guida e l’altra seduta sul sedile posteriore, le quali sono rimaste sempre in macchina. Lo sparatore è risalito occupando il posto posteriore, in quanto lo sportello era rimasto aperto». La presenza di una terza persona sulla scena, però fuori dall’auto, è confermata anche dalla Aliquò – «Nel momento in cui salivano a bordo di detta autovettura, ho notato che c’era con loro un terzo complice, che ho visto solo di sfuggita» – e da Ambrosini: «Un terzo uomo, che si trovava sul marciapiedi opposto di via Forlì, con calma ha attraversato la strada e ha raggiunto la Fiat 128 verde scuro mentre si stava avviando, ha aperto lo sportello posteriore sinistro ed è salito, prendendo posto sul sedile posteriore». Questo soggetto avrebbe fatto da vedetta per poi accomodarsi sull’auto come passeggero. Senonché è possibile che un delitto in un luogo trafficato a quell’ora – siamo vicini a piazza Bologna e alla Sapienza – venga eseguito con la macchina degli assassini parcheggiata e con loro che poi si mettono al volante?

L’INDIVIDUAZIONE DI «CARLETTO»

Gli inquirenti di certo hanno soltanto la descrizione dei due uomini. Chi ha sparato era alto circa 170 cm, fra i quaranta e i cinquant’anni, viso quadrato, corporatura robusta, capelli corti e scuri, un po’ stempiato. Il complice, pistola a canna lunga in mano, era mingherlino, non superava i 165 cm, volto rotondo e giovanile da avere massimo venticinque anni. Ma non c’è più tempo per approfondire. Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro e uccidono gli agenti della scorta. È il punto più basso della stabilità democratica, le istituzioni vacillano e l’omicidio Palma, al pari di altri a sfondo politico ancora insoluti, scivola nelle retrovie.

Dai cinquantacinque giorni culminati in via Caetani inizia però, anche se tra mille difficoltà, la risposta dello Stato. E il 24 gennaio 1983 la Corte di Assise del Tribunale di Roma pronuncia la sentenza del cosiddetto Moro bis. Comprende tutte le azioni sanguinarie compiute fino a quel momento dalle Brigate Rosse, almeno quelle dimostrate grazie alla collaborazione di ex appartenenti all’organizzazione. C’è però un problema. Su più di un omicidio non si riesce a fare piena luce. E Palma è uno di questi. Perché al momento del verdetto non si sa ancora chi abbia sparato: «Autore materiale dell’omicidio fu probabilmente Prospero Gallinari». Bisogna aspettare cinque anni per aggiungere qualche tessera al mosaico: 12 ottobre 1988, sentenza Moro ter che si avvale anche dei contributi di altri due ex brigatisti, Adriana Faranda e Valerio Morucci. Proprio la compagna Alessandra in istruttoria racconta che il delitto Palma «era stato sollecitato da militanti detenuti, ed eseguito dal settore romano della Contro» – quello che individuava gli obiettivi nella magistratura e nelle forze dell’ordine – composto da lei, Casimirri, Algranati, Lojacono, Gallinari e un sesto. «Costui», dice la Faranda, «nell’operazione aveva il compito di sparare direttamente sulla persona. Non se la sentì e si tirò indietro. Subentrò immediatamente Gallinari che aveva il compito di copertura ravvicinata o sull’uomo». Di questo militante si conosce soltanto il nome di battaglia, Carletto. Sennonché il 18 novembre 1993, durante un’udienza del Moro quater, come riporta l’ordinanza del GIP del Moro quinquies (i due procedimenti si svilupparono nello stesso periodo), Morucci fornisce un’indicazione più che eloquente per individuarlo: la persona che doveva sparare su Palma era colui che fece da suo prestanome per il reperimento della base terroristica di via dei Savorelli.

Si trattava di un covo situato nel quartiere Aurelio, dove le BR avevano preso in affitto un appartamento intestato al figlio di un avvocato e di una segretaria di redazione di un giornale: Raimondo Etro. Amico di Rita Algranati e di Alessio Casimirri, aveva militato nelle BR da irregolare, cioè senza mai entrare in clandestinità. Dopo il 1980 era fuggito in Francia e poi in Thailandia, da dove nel 1985 era rientrato in Italia per costituirsi. Agli inquirenti dice di aver fatto parte delle BR soltanto dopo il sequestro Moro. Bisogna aspettare l’8 giugno 1994 perché si decida a raccontare che non era vero. Etro dirà che la sua militanza risaliva anche a prima del 16 marzo 1978 e che Faranda aveva ragione: era lui l’uomo designato per sparare a Palma. Dopo sedici anni divengono quindi note le identità dei due uomini armati visti dai quattro studenti in quella mattina di San Valentino.

LE PAROLE DI ETRO DAVANTI ALLA COMMISSIONE MORO II

La testimonianza di Etro confluisce nel Moro quinquies, ma è funzionale anche al Moro quater, incentrato soprattutto sulla figura di Alvaro Lojacono. Il 3 giugno 1996 la sentenza di secondo grado conferma l’ergastolo per il compagno Otello per l’omicidio Palma. C’era anche lui «tra i componenti del nucleo operativo a bordo di un’autovettura dislocata nelle vicinanze in funzione di copertura armata». Un giudizio che però, senza volerlo, non chiarifica la dinamica dell’omicidio. Tutt’altro. La ingarbuglia ancora di più. Perché se Lojacono era nella 128, non poteva essere il terzo uomo che fu visto attraversare la strada e mettersi dietro al guidatore. E perché la 128, stando ai testimoni, era ferma e partì soltanto dopo la salita a bordo di Gallinari ed Etro, con quest’ultimo al volante.

Quindi? È vera la versione del netturbino Verdini con Gallinari che scende da destra per risalirvi dopo aver sparato senza però la presenza del complice, cioè di Etro? Però Etro è stato visto da tutti gli studenti e lui stesso ha ammesso di aver partecipato. Dunque? Come andarono esattamente le cose? Chi era l’uomo che attraversò la strada? Chi c’era al volante della Fiat 128? E da quanti uomini era composto il commando? Il 31 gennaio 2017 la seconda Commissione Moro convoca Etro e, richiamando la sua deposizione del 1994, gli contesta di non aver fatto i nomi dei partecipanti al delitto. Etro prima obietta il contrario sennonché poi, sollecitato dal presidente Giuseppe Fioroni, risponde: «C’ero io, che avevo il compito di sparare, a fianco a Prospero Gallinari, che poi sparò; Alessio Casimirri guidava la macchina e Alvaro Lojacono aveva la funzione della copertura. Eravamo in quattro e basta«. Sono affermazioni che scompigliano di nuovo il quadro dell’accaduto perché aggiungono per la prima volta sulla scena Alessio Casimirri, il rivoluzionario figlio di un portavoce della sala stampa vaticana. E perché, facendo di lui l’autista, contraddicono le risultanze del Moro quater, basate però sempre sulle parole di Etro, che avevano assegnato quel ruolo a Lojacono.

Ma le anomalie non sono finite. Condannato per l’omicidio Palma mentre era detenuto in Svizzera per il delitto del giudice Girolamo Tartaglione, Lojacono non ha mai scontato nemmeno un giorno di pena. Perché? Certo, in base alle leggi elvetiche questo sarebbe potuto avvenire soltanto attraverso la celebrazione di uno specifico processo nella Confederazione. Allora perché questo non è avvenuto? E perché, tenendo conto anche di questo verdetto, nel 1999 gli fu comunque concessa la semilibertà?

Anche per l’omicidio Palma dunque tanti interrogativi con l’unica certezza di una nebulosa ancora più fitta sulle Brigate Rosse. Un’organizzazione in perenne conflitto. Prima col mondo, poi con la verità. E se il primo è finito male, il secondo è rimasto irrisolto. Perché la verità chiede di mettersi in discussione senza sconti per la propria coscienza. Ma per farlo, occorre coraggio. E come scrisse il Manzoni «uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare».