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Massimo Barbieri, la testa calda che osò sfidare Abbruciati

Redazione Spazio70

Barbieri aveva cominciato la sua carriera criminale nel 1974, coi furti e le rapine. Sospettato di traffico di droga, nel ’75 era stato accusato di riciclare i soldi del «clan dei Marsigliesi» con l’acquisto di immobili e appartamenti

di Matteo Picconi

«Ieri mattina, in una discarica vicino l’Ostiense, in via di Mezzo Cammino, un uomo di circa trent’anni è stato trovato carbonizzato dalla polizia». Era la mattina del 19 gennaio 1982 e la notizia riportata in cronaca dall’Unità di «un altro corpo senza nome», ritrovato nelle campagne a Sud della Capitale, non fece molto scalpore. Per identificare quel cadavere legato mani e piedi, dai capelli e barba rossicci, gli inquirenti ci misero poco più di ventiquattro ore: si trattava di Massimo Barbieri, trentuno anni, personaggio già noto della criminalità romana. Figura di secondo piano della famosa banda della Magliana, Barbieri non ha trovato posto nelle celebri ricostruzioni televisive degli ultimi anni. Eppure la sua carriera criminale iniziò molto presto, nella prima metà degli anni Settanta, nella Roma delle «tre B» e delle batterie. Nato nella Capitale il 16 gennaio 1951, crebbe tra le borgate della Garbatella e di Tor Marancia, roccaforte di Sergio Maccarelli detto Maccarello, il pugile, ucciso nell’ottobre 1972 da sicari rimasti ignoti. Nella sua batteria c’erano nomi di tutto rispetto, come Tiberio Cason, molto vicino a Berenguer e Bergamelli, Amleto Fabiani detto er voto, Angelo Angelotti e Manlio Vitale, er gnappa, quest’ultimo tornato sotto i riflettori nel 2016 nell’ambito di una maxi retata dei carabinieri. Nomi importanti, che sul finire del decennio si ritagliarono un ruolo chiave nel giro degli stupefacenti orchestrato dai gruppi della Magliana e del Testaccio.

UN «QUASI» INTOCCABILE

Non solo bassa manovalanza alle dipendenze di Giuseppucci e Abbruciati. Come si evince dai verbali della DIA, all’interno del processo Pecorelli (la c.d. Operazione Tacito), il nome del già deceduto Barbieri emerge più volte in concorso di reato. Risulta tra i protagonisti degli omicidi di Antonino Sbriglione, spacciatore di Centocelle, e del rappresentante di gioielli Umberto Vazzoler; ha partecipato al sequestro di Carlo Teichner nel gennaio dell’80, riscattato con ben 407 milioni; è tra gli assalitori di un ufficio postale milanese, un colpo che frutta al commando circa 70 milioni. Nel 1978 viene inquisito e successivamente prosciolto per il sequestro Grazioli. Rapine, sequestri, omicidi, spaccio di stupefacenti, la collaborazione con i Marsigliesi: un curriculum, appunto, di primo piano per un criminale comune, degno di un intoccabile. O quasi, perché gli intoccabili, all’epoca, erano altri e Barbieri lo avrebbe capito a sue spese.

Dagli atti processuali relativi alla banda della Magliana, in particolar modo dalle deposizioni di Claudio Sicilia, Maurizio Abbatino e Fabiola Moretti, emerge sempre lo stesso profilo di Massimo Barbieri: un ribelle, una testa calda, «un molestatore delle donne dei testaccini» riferirà il crispino*. Saranno proprio la sua tossicodipendenza da cocaina e le donne a metterlo in conflitto con pesci molto più grandi di lui. Il primo attrito avvenne con Claudio Sicilia nel 1979, davanti al noto bar De Angelis di via Chiabrera, base operativa della banda. Così lo racconta, in «Ragazzi di Malavita», il giornalista Giovanni Bianconi: «Scese dalla sua Mini 90 e raggiunse Claudio Sicilia che, come sempre, stava lì a chiacchierare con gli amici. “Sei tu Sicilia?” chiese. Il vesuviano rispose di sì. Barbieri lo colpì con uno schiaffo e si mise a insultarlo davanti a tutti. Sicilia gli si avventò contro e cominciò a picchiarlo…». Il vesuviano non era il tipo dal grilletto facile e, quando la sera stessa Manlio Vitale si recò in via Chiabrera per dare spiegazioni, diede l’impressione di voler lasciar perdere l’accaduto. Barbieri si era convinto che Sicilia andasse a letto con la sua amante, la storia poteva anche finire così. Riprendendo Bianconi: «Il giorno dopo Sicilia stava di nuovo al bar di via Chiabrera, appoggiato a una macchina. A un tratto sentì un colpo di pistola, si girò e vide un uomo col cappello e gli occhiali da sole che gli stava sparando. Si gettò a terra tra le macchine, poi riconobbe Barbieri…». Il vesuviano si rivolse a Giuseppucci per risolvere il problema, ma il negro, che verrà ucciso dopo pochi mesi, gli consigliò di aspettare la scarcerazione di Marcello Colafigli. La proposta di eleminarlo gli arrivò, poco tempo dopo, dal boss Danilo Abbruciati: «So dove sta adesso, tu guidi la moto e io gli sparo» ma Sicilia, come riportato ancora da Bianconi, esiterà anche questa volta.

IL TRADIMENTO DI UN AMICO E LA VENDETTA DI ABBRUCIATI

Se la storia col Sicilia passò in cavalleria, l’affronto a Danilo Abbruciati, giunto all’apice della sua carriera criminale, non poteva passare inosservato. Siamo alle porte del 1980, alla base dello scontro c’era, tanto per cambiare, una questione di donne. Ne parla Fabiola Moretti nell’ordinanza-sentenza di Otello Lupacchini: «Contemporaneamente alla “guerra” con Bebo Belardinelli, Danilo Abbruciati ebbe uno scontro con Massimo Barbieri. Questi, mancandogli di “rispetto”, aveva organizzato un festino con la madre di sua figlia Danila e la sorella. Danilo lo aveva convocato e, mentre erano in macchina, il Barbieri alla guida, aveva tentato di sparargli, ma l’arma si era inceppata. Sicché aveva dovuto ripiegare su un pestaggio selvaggio col calcio della pistola». Sopravvissuto miracolosamente all’ira del boss, Barbieri scelse comunque la via della vendetta. Prosegue il racconto della Moretti nell’interrogatorio del maggio 1994: «Fu così che, una sera, mentre l’Abbruciati si recava a Campo di Mare a trovare la figlia Danila che era lì in vacanza, la sua BMW bianca venne affiancata da una moto condotta dal Barbieri ed a bordo della quale viaggiava Gianfranco Casilino. Questi esplose all’indirizzo di Danilo colpi d’arma da fuoco. l’Abbruciati venne attinto alla testa da un proiettile che venne trattenuto dalle ossa craniche all’altezza della tempia sinistra. Danilo non fece asportare la pallottola, rinviando l’operazione a quando avesse trovato il Barbieri e regolato con lui i conti».

La vendetta di Abbruciati si fece attendere, in primis per la convalescenza dopo l’attentato subìto a Campo di Mare, successivamente per un breve periodo di detenzione. C’era poi da escogitare uno stratagemma per avvicinare Barbieri, sempre più pericoloso e imprevedibile, e la soluzione stava proprio nella sua rete di conoscenze. Secondo la versione di Antonio Mancini fu proprio Angelo Angelotti, detto «er caprotto», a tradire l’ex compagno di batteria. Questa la ricostruzione dell’accattone nel libro «Con il sangue agli occhi» di Federica Sciarelli: «Angelo era grande e grosso, ma con il coraggio di un coniglio. Aveva due buoni motivi per tradire Massimo. Innanzitutto era terrorizzato perché il suo amico aveva osato sfidare la banda della Magliana. E lui si trovava proprio dalla parte di quell’imbecille». La seconda motivazione, prosegue Mancini, riguarda (ancora una volta) una questione di donne: «Ma c’era un altro motivo, una ragione inconfessabile. Angelo Angelotti era innamorato pazzo della moglie di Barbieri». Per Mancini, dunque, Angelotti si sarebbe proposto ai testaccini, De Pedis e Abbruciati, per portare il suo vecchio amico «a dama».

L’occasione si presenta nella notte del 18 gennaio 1982; appena due giorni prima Barbieri aveva compiuto trentuno anni. Il pretesto è un droga-party, tra «amici», a casa di Manlio Vitale. Questa la ricostruzione di Bianconi: «Avevano organizzato una festa a casa di gnappa e con la scusa di andare a prendere un po’ di droga, uno uscì con Massimo. Lo accompagnò fino a un capannone poco distante, dove ad aspettare c’erano Abbruciati e altre due persone. Quando vide Danilo, Barbieri capì che era finito in trappola…». Il resto è cronaca di quei giorni: la vittima viene legata, seviziata, finita con due colpi alla nuca. Il corpo abbandonato in una discarica lungo la via Ostiense, in zona Mezzo Cammino. Finiva così la storia di un «boss in ascesa», come poi titolarono i giornali. Danilo Abbruciati, che cercò invano di crearsi un alibi simulando un viaggio in Brasile, morirà tre mesi dopo a Milano durante l’attentato fallito a Roberto Rosone. Angelotti (che successivamente verrà soprannominato Giuda per aver tradito anche Renatino De Pedis) morirà invece nell’aprile del 2012, nel corso di una rapina a due gioiellieri di Spinaceto. Sul caprotto merita di essere citata la chiusura di Bianconi sull’intera vicenda: «Sicilia seppe anche che uno degli assassini di Barbieri era già l’amante della moglie della vittima, e dopo l’omicidio era andato a vivere con lei e i figli del morto. Al collo, adesso, portava un medaglione dove c’era su un lato la fotografia di Massimo, e sull’altro una dedica. “Ma tu l’hai ammazzato, come fai ad andare in giro con questa e a stare con la moglie?” chiese Sicilia. E quello: “era uno schifoso, se l’è meritato”…».

Nota: * «La banda della Magliana» di Gianni Flamini, ed. Kaos., Milano, 1994

HANNO SCRITTO SU BARBIERI: «Un piccolo boss in ascesa, ex sorvegliato speciale, con un mucchio di precedenti per rapina, ricettazione, sequestro di persona.» («L’Unità», edizione del 21 gennaio 1982), «Barbieri aveva cominciato la sua carriera criminale nel 1974, coi furti e le rapine. Sospettato di traffico di droga, nel ’75 era stato accusato di riciclare i soldi del “clan dei Marsigliesi” con l’acquisto di immobili e appartamenti» («Ragazzi di malavita», Giovanni Bianconi, ed. Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004), «Ma quello che rovinava Massimo era la cocaina. Ne faceva uso in quantità industriale. Così tanta che diventava paranoico, ossessivo. Aggrediva con le mani e con la pistola, senza alcun motivo. E naturalmente si era fatto tanti nemici…» («Con il sangue agli occhi» di Federica Sciarelli con Antonio Mancini, ed. Rizzoli, Milano, 2007), «Gonfio di droga e di soddisfazione, andava in giro dicendo che finalmente era riuscito a togliersi dal cazzo quel miserabile di Abbruciati» («Con il sangue agli occhi» di Federica Sciarelli con Antonio Mancini, ed. Rizzoli, Milano, 2007), «Visto che questa volta non era possibile regolare il conto in fretta e furia, per eliminare dalla faccia della terra quel paranoico cocainomane bisognava cogliere l’occasione e agire in silenzio» («Con il sangue agli occhi» di Federica Sciarelli con Antonio Mancini, ed. Rizzoli, Milano, 2007), «Primo: pippava troppa coca, era inaffidabile. Secondo: aveva dato fastidio alla figlia di uno di noi. Ci aveva provato: non si fa» (Dichiarazione di Maurizio Abbatino riportata in «La Repubblica», di Massimo Lugli, edizione del 18 aprile 1993)