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«Ho iniziato a 13 anni». Intervista con un’eroinomane

Redazione Spazio70

da: Stampa Sera, 1° Ottobre 1979

Daniela B, 22 anni, di Modena racconta la sua storia. È una vicenda angosciosa, dove i pochi momenti di pace mentale si alternano a lunghi spazi di disperazione. «La disperazione non ti fa pensare ad altro. È allora che aspetti soltanto l’altro buco che ti fa respirare meglio e che ti fa sentire più contenta». Daniela B. afferma di non «bucare» più; di essere riuscita a non sentire il bisogno di eroina. «Completamente e irreversibilmente guarita — dice — almeno mi sembra per ora, ma direi proprio di non dovere più ricorrere al buco per sentirmi bene».

«I MIEI? NON SE N’ERANO ACCORTI. O FORSE NON VOLEVANO ACCORGERSENE»

La incontriamo nel cortile della cascina Abele a Murisengo. «Vengo qui da tre anni — spiega — una esperienza determinante ai fini di un recupero». Parla sempre sorridendo con gli occhi dolcissimi, quasi a scusarsi delle parole che dice e che usa con proprietà. Ha accettato di raccontare le sue esperienze dopo che Don Ciotti le ha detto: «Daniela, c’è un giornalista. Fai come credi però. La tua storia per loro può essere interessante: da far sentire anche agli altri amici che hanno bisogno». È seduta su una panchina nel cortile e il sole chiaro del mattino le fa socchiudere i grandi occhi scuri. L’aspetto generale è quello di una sana ragazza in vacanza in campagna.

«Ero ridotta a uno straccio. Ma andiamo per ordine — si ferma un attimo e continua — Ho iniziato a 13 anni: fumo soltanto; poi per provare — ma erano già trascorsi due anni — ho iniziato con la morfina. I miei poveretti, non se ne erano accorti o forse, non so, non volevano accorgersene. Una volta però hanno sentito una telefonata mia strana e hanno cominciato ad accusarmi che io portavo quella “roba ” agli altri». Non volevano pensare che fosse proprio la loro figlia a drogarsi. «Ho un’altra sorella e un fratello, io sono la seconda — continua dopo una breve pausa — loro non ne hanno mai voluto sapere, conoscere: hanno paura e basta e non intendono parlarne. Mio padre ha una tipografia mia madre è impiegata, io frequentavo il primo anno di segretaria di azienda. Quando sono passata dalla morfina all’eroina avevo quindici anni. Ed è qui che è cominciato il calvario delle disintossicazioni. Dimenticavo — puntualizza — che ho iniziato a “fumare” durante una vacanza di lavoro, dove ero stata a raccogliere prugne. C’era un gruppo che fumava e allora ho fumato anche io. No. Non sentivo crisi di alcun tipo, allora».

«IL LAVORO NEL GRUPPO È L’UNICA TERAPIA POSSIBILE»

«L’ero può essere davvero una soluzione a tutto. Ti senti bene dentro e hai ritrovato l’armonia che ti manca da sempre. Non t’importa che il fegato diventi come un pallone e che il fiato si spezzi come se morissi, quella paura che avevi, svanisce. Poi quando soffri fisicamente cerchi di uscirne, vuoi guarire ma è difficile. Sono finita al primo centro che usava il metadone, quello di Firenze. Una pazzia. Il metadone è una droga come l’ero, ma senza il rituale della siringa non conta nulla. E allora dopo il metadone ti fai di nuovo. Ricordo, sono ricordi recenti — spiega e sorride scostandosi i lunghi capelli dal viso — la situazione terribile nella quale erano i miei che non sapevano più che cosa fare ed è difficile davvero poter fare qualcosa. Sono andata in clinica a Modena, poi sono uscita e andata in vacanza con i miei. Mi guardavano, poveretti, senza parole. Avevano esaurito ogni possibilità: l’amore, le attenzioni, i ragionamenti intelligenti: tutto».

Daniela B. adesso ride. «Sì, il suicidio — ripete — ma non ci credevo mica davvero. Mi sono tagliata i polsi, poi tutto quel sangue mi ha spaventata da morire. Comunque di nuovo la clinica. Poi uno mi ha parlato del gruppo Abele, della cascina dove si lavora insieme e perché non provare? Tanto laggiù sarei passata da una cura all’altra senza uscirne più. Sono venuta su per un certo periodo, dopo sono tornata in famiglia quindi sono ritornata qui. Il lavoro nel gruppo è l’unica terapia possibile. Nuova fiducia, responsabilità quando credevi, ti rendevi conto di essere tagliata fuori Adesso? Adesso non buco più. Qui, all’Università della strada mi interesso dei risvolti sociologici della grande questione droga. Vengono a sentirmi assistenti sociali, magistrati, insegnanti. Mi sentivo viva. Certamente capisco quanti anni ho perso dentro una solitudine che volevo io. Che cosa dico ai ragazzi che si fanno? Come consiglio? Ecco — sorride ancora e guarda fisso davanti a sé — Ecco — ripete — Dico di non rinchiudersi ma comunicare, stare in mezzo agli altri e fare delle cose per non sentirsi morire dentro e dover ritornare al buco».