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Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
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«Ho bruciato tanti anni preziosi della mia vita». Intervista a Clelia, ex tossicomane ed ex prostituta

Redazione Spazio70

«Il maggior rimorso? Coinvolgere nella stessa follia anche il mio amico Matteo: è morto nel giro di due anni»

Il tema della dipendenza dalle sostanze stupefacenti – in particolar modo dall’eroina – è uno di quelli che abbiamo scelto di trattare più frequentemente qui su Spazio 70. Lo facciamo per l’importanza che il «fenomeno droga» ha indubbiamente assunto nel mondo occidentale, almeno dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nel rispetto di una linea editoriale, il più possibile descrittiva, capace di dare rilevanza e spazio a personaggi, fenomeni, mode e tendenze che hanno caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni del Novecento. Abbiamo però anche deciso di trattare un tema così impegnativo – a volte in maniera cruda, almeno secondo i moderni canoni tipici di una consolidata narrazione mainstream – in un momento storico nel quale, per ragioni tuttora oscure ai più, i temi legati al consumo delle sostanze stupefacenti sono stati completamente espunti dal dibattito pubblico.

L’intervista a Clelia*, che qui presentiamo, è allo stesso tempo descrittiva – come molto del materiale da noi proposto – e paradigmatica. Descrittiva di un’esistenza in gran parte condizionata, tra anni Settanta, Ottanta e primi Novanta, da una pesante dipendenza da eroina, e paradigmatica perché rappresentativa di tante vicende simili che hanno coinvolto, e spesso travolto, le vite di tanti giovani (e meno giovani) negli ultimi venti-trent’anni del Novecento.

«DOPO DICIOTTO ANNI DI EROINA, USCIRNE FUORI HA DEL MIRACOLOSO»

— Clelia, oggi sei una donna molto attiva, ti dedichi al volontariato, all’artigianato, al commercio equo e solidale, alla politica, alla tutela dei diritti degli esseri umani, degli animali e dell’ambiente. La tua vita è un continuo dedicarti al prossimo. Quanto ha a che fare tutto ciò con il tuo passato?

«Beh io oggi faccio tutto quello che avrei potuto fare da ragazza e che non ho fatto. Ho bruciato anni preziosi della mia esistenza e adesso in un certo senso mi ritrovo a recuperare un po’ di tempo perduto. Inoltre c’è da dire che io sono stata aiutata: a morte certa non sono scampata da sola, ho ricevuto non una ma mille mani tese. Arrivata a questo punto non posso non tenderle anche io, ma non è una cosa che mi impongo di fare, mi viene spontanea, credo sia naturale.»

— Hai parlato di anni bruciati e di morte certa, spiegaci meglio. Quale è stata la tua esperienza?

«Sono nata nel 1959. Dal 1976 al 1993-94, cioè dai diciassette ai trentacinque anni circa, sono stata vittima di una forte dipendenza dall’eroina. Dopo diciotto anni uscirne è un miracolo ma le disavventure non sono finite lì, perché liberatami da una prigionia sono incappata in un’altra. Nel 1997 sono finita in galera e ci sono rimasta per quattro anni e mezzo. Delle due esperienze la peggiore è stata sicuramente quella della droga, perché il carcere a suo modo, per quanto pessimo come istituzione, ha saputo insegnarmi alcune cose. L’eroina invece è stata una macchia nera nella mia vita, un vuoto, un televisore acceso su un canale morto, non so se hai presente. Non ho vissuto negli anni dell’eroina. In carcere invece ho riflettuto tanto, quindi ho vissuto. Se rifletti vuol dire che stai vivendo. Se ti fai delle domande vuol dire che sei vivo. Quando ti droghi invece no: non è che stai morendo, sei proprio morto. Sei morto e non lo sai.»

«NEL ’76 GIRAVO CON ALCUNI RAGAZZI DI CINECITTÀ: ERANO L’UNICA COSA CHE MI PIACEVA DI ROMA»

— Partiamo dall’inizio. Hai iniziato a drogarti nel 1976, all’età di diciassette anni. In quale contesto?

«Allora, la storia è un po’ lunga. Io sono nata a Napoli, ma sono sempre stata sballottata tra Napoli e Roma da quando avevo tredici anni più o meno. I miei genitori si sono separati perché papà aveva un’altra donna, da una vita, addirittura da prima che io nascessi. Infatti pochi mesi prima di me ha avuto un’altra figlia, con la sua amante romana, tenendo mia madre all’oscuro di tutto almeno per i primi anni. Un bel giorno, grazie alla cognata, mia madre ha scoperto che suo marito, cioè mio padre, che era un uomo piuttosto ricco, si era fatto una famiglia parallela e se l’era fatta con la scusa del lavoro, dell’ufficio a Roma, delle riunioni nella sua grande azienda, eccetera. Quando mia madre l’ha scoperto io avevo undici anni e inizialmente mio padre tentò di minimizzare, diceva che quella era una puttana che l’aveva incastrato, che in realtà quella bambina non era sua, che lo ricattava con questa storia della presunta figlia, eccetera. Quando poi non poteva più fare a meno di negarlo ha detto a mia madre: “Senti, le cose stanno così, è stata una scappatella, lei purtroppo è rimasta incinta, io che cosa dovevo fare? La dovevo ammazzare?” e cose di questo tipo. Insomma, presentava la figlia nata dalla relazione extraconiugale come un errore di cui era pentito. Col tempo invece ha dimostrato di tenere molto più a lei che a me e a mia madre messe assieme.»

— Quando andavi a Roma da tuo padre, in casa con lui c’erano anche la sua amante e la tua sorellastra?

«Inizialmente no. All’inizio aveva la decenza di tenermele lontane perché sapeva che io non le volevo vedere. Poi, come ti dicevo, lui era molto ricco, quindi aveva comprato un appartamento per loro mentre io andavo a trovarlo in un’altra casa. Per anni ho fatto Napoli – Roma, Roma – Napoli e viceversa. Mi spostavo spesso, andavo a trovarlo sempre con la speranza che lui abbandonasse quella donna e quella figlia per tornare da noi, anche se la mia casa principale era a Napoli con mia madre, almeno finché lei era in vita. Poi sfortunatamente nel 1976 mia madre è morta, ha avuto un ictus nel sonno, e io mi sono trasferita definitivamente a Roma. Lì mio padre ha avuto la bella idea di inserirmi nella sua seconda famiglia, chiamiamola così, ed è stato l’inizio della fine. Non solo non andavo d’accordo con nessuna delle due ma in più occasioni siamo venute anche alle mani e mio padre mi dava la sensazione di privilegiare sempre l’altra figlia, Giovanna. In quel periodo la sera giravo con alcuni ragazzi della zona di Cinecittà: erano l’unica cosa che mi piaceva del vivere a Roma. Eravamo una comitiva di cinque o sei, sette persone, tutti giovanissimi, della mia età più o meno, qualcuno giusto un po’ più grande. Andavamo sempre di nascosto a bere casse di birra nel garage di uno di loro, Matteo, un giovane simpaticissimo che aveva il papà salumiere e gli fregavamo un sacco di cose da bere. Avevo diciassette anni e ricorrevo sempre più spesso allo stordimento dell’alcol. Mi piaceva tantissimo. In quel periodo iniziai anche a fumare sigarette: le Marlboro mi procuravano un forte giramento di testa e la cosa mi aiutava a spegnermi, a non pensare. Quelle sono state le mie prime droghe: birra e sigarette. Poi nella comitiva è cominciato a spuntare il fumo anche se la cosa che mi piaceva più di tutte era sempre l’alcol. Mi ubriacavo quasi ogni sera. Dopo poco tempo le sigarette hanno iniziato a non farmi più effetto, continuavo a fumarle perché ormai avevo il vizio e allora presi a darci dentro anche con le canne, ma sempre dopo aver bevuto, rigorosamente dopo aver bevuto alcol, altrimenti pensavo troppo e andavo in paranoia. Birra e canne, canne e birra. Le nostre giornate passavano così. Il tizio che ci vendeva il fumo, un ragazzo alto alto, lo chiamavano Cecio, aveva un paio di anni più di me. Una sera mi disse che se volevo sentirmi meglio sul serio dovevo assolutamente provare la roba, che era una cosa eccezionale, diceva lui. Ricordo che eravamo per strada noi due soli, fermi a un semaforo, stavamo aspettando Matteo e altri due amici che dovevano raggiungerci per andare in un posto. Cecio preparò rapidamente due piccole strisce su una panchina: erano due striscette di ero. Le tirammo su per il naso. Ricordo ancora quel sapore amaro. Da quella volta in poi, per lunghi anni, non ho voluto altro che quello nella vita e ho coinvolto nella stessa follia anche Matteo che poi morì nel giro di un anno e mezzo, due anni circa. Questa cosa non me la sono mai perdonata, mai.»

«IN QUEGLI ANNI NON SI ERA INFORMATI COME OGGI»

— Quindi il tuo approccio all’eroina avviene tramite inalazione nel 1976, all’età di 17 anni, giusto?

«Sì, esatto. Io sono stata per quasi due anni dipendente dall’eroina senza mai toccare una siringa. La roba la sniffavo soltanto, l’ago mi faceva troppa paura. Il mio primo buco risale al 1978, me lo feci fare da Cecio, io non ne ero capace. Fu poco dopo la morte di Matteo che decisi di passare alla “spada”. In realtà speravo di morire anche io, fu una sorta di suicidio non riuscito.»

— Matteo invece aveva iniziato direttamente con la siringa?

«Non proprio, quasi. Cioè, le prime due o tre volte provò l’eroina sniffandola anche lui. Poi volle passare subito al buco seguendo il consiglio di Cecio.»

— Ma questo Cecio che vi vendeva l’eroina da quanto tempo si bucava?

«Cecio ci vendeva il fumo, non l’eroina. Poi quando abbiamo iniziato a prendere l’ero ha smesso pure di venderci il fumo perché non fregava più un cazzo a nessuno di farsi le canne, volevamo tutti la roba. Cecio era una vittima dell’eroina proprio come noi: l’ha soltanto scoperta prima e ce l’ha presentata, ma non lo ritengo colpevole. In realtà, all’epoca, non si era informati come oggi. Si cercava lo sballo senza conoscere tante cose.»

— Allora non dovresti essere così severa con te stessa nell’attribuirti responsabilità per la morte di Matteo, non trovi?

«Lo so ma non ci riesco. Razionalmente ci arrivo, ma emotivamente no. Ogni volta che penso a quel sorriso da bambino, a quegli occhioni azzurri e a quei boccoli biondi, da cherubino, mi sento male ancora oggi. Non posso farci nulla, era un ragazzo bellissimo, buonissimo e dolcissimo e ho contribuito a farlo morire. Questo è quanto».

— Quindi, a un certo punto, da semplici bevitori di birra e fumatori di hashish, vi siete ritrovati d’improvviso eroinomani. Come vi procuravate i soldi per la droga?

«Ah per me quello non era affatto un problema, almeno all’inizio. L’unica cosa che mio padre non mi ha mai fatto mancare è proprio il denaro e si è visto come sono finita, infatti.»

«ERA IL PERIODO DI MORO: MI TROVARONO UN PEZZETTONE DI HASHISH, MA FU TOTALMENTE IGNORATO»

— Tuo padre quando si è accorto della tua tossicodipendenza?

«Tardi, quando ormai già mi bucavo e se ne è accorto soltanto perché iniziavo a prosciugare troppi quattrini, altrimenti figurati… Lucrezia e Giovanna, cioè la sua seconda moglie e la figlia, chiesero subito di mandarmi in una clinica: ovviamente presero la palla al balzo per togliermi di mezzo. Io fortunatamente ho sempre avuto un carattere forte e riuscivo a impormi. Dissi che avrei fatto tutto da sola, che ne sarei uscita con le mie sole forze e che loro non dovevano permettersi mai più di dire a mio padre cosa fare con me. In quell’occasione spaccai un calice di vetro in testa a Giovanna e fu allora che me ne andai a vivere in un altro appartamento di mio padre, in un altro quartiere, un appartamento soltanto per me. Quello era il periodo in cui le Brigate Rosse avevano rapito Aldo Moro. Un giorno ci fu anche una perquisizione nel palazzo e le guardie trovarono del fumo che non era neppure mio, ma di un ragazzo che frequentava il mio appartamento. Credimi: così come erano entrati se ne andarono, erano talmente stressati dal terrorismo, dalle BR, da quella storia di Moro, eccetera, che quel pezzettone di hashish fu totalmente ignorato, come se non l’avessero visto, non se ne fregarono niente. Lo lasciarono lì, sul comodino, e non mi dissero neppure una parola.»

— In quell’appartamento hai fatto qualche tentativo per disintossicarti?

«No, al contrario, lì ho proprio toccato il fondo. Era un appartamento bellissimo, nel quartiere Prati. L’ho ridotto a un cesso. Iniziò ad essere frequentato da un sacco di drogati. Si era sparsa la voce: io ero quella che a volte offriva la roba agli amici che stavano a rota persa perché tenevo i soldi ed ero generosa, ma poi la pacchia finì per tutti perché mio padre a un certo punto chiuse il rubinetto. Niente più soldi: se li volevo dovevo andare a disintossicarmi.»

— E lo hai fatto?

«Per un periodo sì. Dal 1979 al 1981 sono stata seguita da uno specialista, un dottore che conosceva bene mio padre. Dovetti lasciare quella casa, ma anche quella città perché anche solo il ricordo di un posto in cui mi ero fatta era deleterio per il programma di recupero. Dovevo ricominciare una nuova vita. Me ne andai al Nord, a Reggio Emilia, costantemente monitorata da medici, infermieri, psicologi, esperti vari e cose così. Per un po’ andò anche bene, mi passò la rota, ma caddi in una depressione fortissima. Tentai il suicidio due volte e per due volte fui salvata per un pelo. Poi conobbi un ragazzo, uno che lavorava in una clinica privata come tirocinante o una cosa del genere. Si era appena laureato in medicina. Mi innamorai di lui e lui si innamorò di me. Purtroppo la cosa non durò a lungo, anche per via del mio carattere particolarmente difficile. Lo riconosco: la colpa fu mia, sostanzialmente. E niente, quando ci lasciammo ricominciai a farmi.»

«I PRIMI ANNI OTTANTA? ERANO TUTTI INCATTIVITI: AVREBBERO AMMAZZATO PUR DI FARSI UN BUCO»

— In che anno?

«Era il 1982 mi sa. Forse fine ‘81. Insomma, ricominciai a farmi. Non volli più sapere niente di medici e cliniche; me ne tornai a Roma e ripresi a frequentare il giro di Cecio e compagnia. Non avevo più soldi, però, mio padre non mi dava niente. Iniziai a fare le marchette. Non avevo altri mezzi per recuperare soldi, quella era la via più facile. Di nuovo in quell’appartamento, di nuovo pieno di drogati, tanto che a un certo punto la polizia arrivò sul serio in cerca di droga e portò via un po’ di gente, me compresa. Io lì me la cavai senza entrare in prigione, però i condomini, nei miei riguardi, erano diventati veramente ostili. Chiamavano le guardie in continuazione, me le aizzavano contro. Ero la puttana drogata del palazzo e loro non lo tolleravano. In effetti l’ambiente che frequentavo era diventato bruttissimo, peggiorato molto rispetto a qualche anno prima. Tutti terribilmente incattiviti, tutti disposti ad ammazzare pur di farsi un buco. In quel periodo Cecio si era dato pure alle rapine: spesso aveva con sé una pistola, vera, carica e funzionante. Me la fece pure vedere, un paio di volte. Io è da questo che a un certo punto mi sono voluta allontanare, non tanto dalla droga in sé. Drogarmi sì, sparare no: ma sparateve voi, che siete scemi? Dissi proprio così e un giorno dopo aver raccattato un po’ di soldi alla mia maniera feci ritorno a Reggio Emilia, andai a bussare in lacrime alla porta di Daniele, il mio ex di cui ti ho parlato prima.»

— E sei stata accolta?

«L’ho trovato sposato e con la moglie incinta di tre mesi, pensa un po’, dopo appena due anni e mezzo che ci eravamo lasciati. Era il 1984. Lui fu molto comprensivo e anche la moglie, devo essere sincera. Mi hanno aiutata tantissimo, mi hanno fatta riavvicinare a mio padre e ho ripreso il percorso di disintossicazione dall’inizio. Ho ricominciato da capo e sono stata invitata a entrare in una comunità in Toscana dove lavorava una mia amica che ormai si era ripulita del tutto. Si chiama Barbara e ancora oggi ci sentiamo su Facebook e qualche volta anche al telefono. Barbara era con me, Matteo e altri ragazzi quando ci facevamo le prime canne, le prime bevute e queste cose qui. Anche lei aveva iniziato a farsi di ero con me in quegli anni poi la persi di vista proprio nel periodo della morte di Matteo. I genitori l’avevano mandata subito a curarsi. E niente: lì stavo bene, lavoravo, diventai addirittura una responsabile. Imparai tantissime cose, imparai a coltivare la terra, imparai a dipingere, imparai a realizzare statuine in legno. Mi si aprì un mondo bellissimo.»

«NEGLI ANNI NOVANTA HO CONOSCIUTO MOLTI GIOVANISSIMI: AVEVANO BISOGNO DI QUALCUNO CHE SPIEGASSE LORO QUALCOSA»

— Tu però mi hai detto che sei guarita definitivamente soltanto nel 1993-94. Cosa è accaduto nel frattempo?

«Ecco, è accaduto che ero troppo sicura di me. Questo è stato il problema. Un giorno, era il 1987, uscii da sola, andai giù a Roma a trovare mio padre e venni a sapere che Cecio era morto. Io conoscevo la mamma di lui: pensai che non c’era niente di male ad andare a fare le condoglianze a quella donna. E niente, anche se erano passati alcuni anni non mi fece affatto bene ripercorrere quelle strade, rivedere quei luoghi, quelle facce, quei quartieri, quelle stazioni della metro e via dicendo. Era come se il tempo trascorso in comunità si fosse polverizzato in un istante, anzi, come se non fosse mai esistito. Volevo farmi, non volevo altro. Una parte di me era contraria, ma purtroppo non fu quella la parte che prese il sopravvento. Pensai: “Vabbè, faccio solo un tiro, una striscia piccolina per ricordare quella volta con Cecio sulla panchina, un estremo saluto al mio vecchio amico, tanto ormai so gestirla la cosa, non c’è problema”. Iniziai a pensare tutta una serie di stronzate e di giustificazioni ridicole che non stavano né in cielo né in terra. Erano tutte scuse, io in realtà non avevo superato proprio un bel niente. Comprai una bustina e andai lì, proprio su quella panchina sulla quale provai la roba per la prima volta e mi feci una striscia. La sniffai e in Toscana non ci tornai più. Tre anni di recupero buttati nel cesso. Ho ripreso a farmi in vena per due anni, poi nel 1989 finalmente entrai per l’ultima volta in una comunità. Di nuovo in Emilia Romagna. Sono stati gli anni più duri della mia vita: questi qua erano molto severi, ma era ciò di cui avevo bisogno. Le cose troppo fricchettone, le cose troppo permissive, troppo libere, con me non funzionavano. Quando sono uscita, nel gennaio del 1994, ero ripulita da capo a piedi, ero davvero una persona nuova. La mia esperienza con la droga finisce qui. Tre anni dopo invece ha inizio la mia esperienza di merda numero due: il carcere. In un certo senso questa vicenda c’entra anche con la droga. Ti spiego. Quando mi sono ripulita ho abbracciato la causa del recupero dei giovani tossicodipendenti. Per me è diventata proprio una religione, una ragione di vita. Non avendo figli, non avendo famiglia, non avendo marito eccetera, mi sono sposata con la mia attività. Per anni ho seguito e aiutato gruppi di ragazzi e quando dico che li ho seguiti non mi riferisco solo alla comunità, ma anche alla strada. La comunità ci vuole, ma è per le strade che serve tanto aiuto. È lì che i ragazzi si rovinano, fuori, non dentro.»

— Quindi tu, precisamente, cosa facevi per le strade?

«Guarda io ho fatto la puttana, in passato. Sono stata una tossica persa, in passato. Sono quindi una che la strada la conosce benissimo, una che conosce benissimo determinate dinamiche, determinate situazioni e determinate tipologie di individui. Un giorno ho iniziato a girare proprio nelle zone di spaccio: oltre a essere enormemente soddisfatta nel constatare quanto mi fosse indifferente quel contesto, cioè voglia di droga zero, per capirci, mi accorsi anche che c’erano tanti ragazzi, anche giovanissimi, che avevano bisogno di qualcuno che spiegasse loro qualcosa. Con tutto il rispetto per i genitori, con tutto il rispetto per gli insegnanti eccetera, ma quella è gente che non sa un cazzo. Parlano ai ragazzi per sentito dire perché sulla loro pelle non hanno mai vissuto nulla di tutto ciò, almeno nella maggior parte dei casi, e quindi il messaggio che vogliono comunicare, per quanto giusto e sacrosanto possa essere, non ha alcun mordente, non fa presa, poiché non è veicolato a dovere e si rivela la copia di una copia di una copia. È un messaggio sbiadito, quasi illeggibile, non so se riesco a spiegarmi. E così iniziai a parlare con dei giovani che vedevo spesso in un parco. Intendiamoci: parlare non significa fare la morale, fare il “pippone” su quanto la droga faccia male, altrimenti quelli ti mandano a cagare subito e fanno bene, perché con le frasi fatte non si risolve niente. Insomma, era il 1997 e c’era questa comitiva che mi ricordava tanto quella in cui ero io: si facevano un po’ di tutto, specialmente di MDMA, di ecstasy, quella roba lì. Spesso offrivo loro le sigarette, qualche volta offrivo a qualcuno di loro una birra e si faceva due chiacchiere su un muretto o al tavolino di un bar. All’inizio credevano che volessi abbordare i giovanotti più carini, invece poi capirono che il mio scopo era proprio quello di raccontare la mia esperienza per metterli in guardia e magari allontanarli da quell’ambiente di merda. Però loro mi stavano a sentire perché non ero pesante, non facevo la morale, non parlavo come i genitori, non parlavo come i professori a scuola, parlavo proprio come loro, mi sentivano vicina perché in realtà lo ero. Venivo da lì. Quello che stavano iniziando a vivere loro io l’avevo iniziato a vivere vent’anni prima. Un bel giorno succede questo: arriva la polizia. Nel parco avviene un vero e proprio blitz, veniamo circondati nei giardinetti».

«IL CARCERE? FUNZIONA MALE, MALISSIMO, MEGLIO LE COMUNITÀ»

— Qualcuno ti ha messo la droga in tasca?

«Ma no, assolutamente. A parte che quei ragazzi non l’avrebbero mai fatto, ma poi figurati se me lo lasciavo fare da un gruppo di pischelli… Non scherziamo. Niente, uno di loro viene perquisito e un poliziotto in borghese gli trova un bel malloppo di cocaina in una tasca del giubbotto. Quello scemo invece di starsene zitto fa lo sbruffoncello e lo sbirro gli molla un ceffone di quelli pesanti, scaraventandolo contro una giostra. Non contento il ragazzino cosa fa? Reagisce sputando in faccia alla guardia. Non l’avesse mai fatto. Inizia a prendere tante di quelle botte, ma tante di quelle botte, che io avevo paura che quello lì potesse ammazzarlo e secondo me se non fossi intervenuta sarebbe successo proprio quello. Ho raccolto un sasso da terra e istintivamente l’ho scagliato in faccia al poliziotto, fratturandogli il naso. Beh, il resto lo puoi immaginare. Non vado fiera di quello che ho fatto perché agendo d’impeto ho dato un cattivo esempio a quei ragazzi, ma se potessi tornare indietro, non dico che lo rifarei in quel modo, ma comunque cercherei lo stesso di fermarlo anche a costo della galera. Ti giuro, lo stava massacrando. Io tra l’altro avevo anche un paio di precedenti di poco conto, ma non ero mai finita in galera. Quella volta mi toccò e ci rimasi per quattro anni e mezzo. Ecco, il carcere è proprio da riformare completamente: peggiora le persone invece di migliorarle. Io che di recupero me ne intendo parecchio posso dire che il carcere non recupera un bel niente. Anzi, se entri buono esci cattivo, se entri cattivo esci ancora peggio. Non educa, annichilisce.»

— Però ti ha anche fatto riflettere, lo hai detto tu. Quindi a qualcosa è servito, no?

«A farmi riflettere è stata la condizione di allontanamento dal resto delle attività che si compiono fuori. Quella ci vuole, in alcuni casi è addirittura necessaria, perché se sai trasformarla in qualcosa di buono diviene meditativa, ma dipende da te. Tutto il contesto, nell’insieme, invece, funziona male, malissimo. Ad esempio: in comunità ho riflettuto molto di più e ho messo in pratica le mie riflessioni perché ho preso parte a quello che era un vero e proprio progetto riabilitativo, non punitivo. La punizione, per carità, ci vuole, è giusto che ci sia: senza però essere accompagnata da un percorso realmente riabilitativo la condizione punitiva non solo è inutile, ma è assolutamente deleteria. Fa solo male e non aiuta la società perché incattivisce le persone. Quando esci di galera hai voglia di delinquere molto più di prima. A rimetterci poi è la società intera: siamo tutti quanti noi, nessuno escluso.»

*Nome di fantasia a tutela della persona intervistata