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«Della partita non ce ne frega un cazzo». La nascita della cultura ultras in Italia

Redazione Spazio70

E' il Sessantotto a cambiare il modo di manifestare dissenso nelle piazze così come allo stadio, secondo logiche di aggregazione e contrapposizione che fino a quel momento erano appartenute alla militanza politica di destra e di sinistra

Vincenzo Paparelli, di professione meccanico, nasce a Roma il primo maggio 1946: dopo la licenza elementare e diversi anni di apprendistato si sposa con Vanda, commessa, aprendo un’officina col fratello Angelo, prima in via Boccea e poi in via Cornelia, sempre a Roma. È un appassionato di auto: la sua preferita è un’Alfa 1750 a cui ha sostituito il motore con uno ancora più potente, 2000 di cilindrata. Il 28 ottobre 1979 la prende per andare a vedere il derby Roma-Lazio, nel corso del quale viene colpito nell’occhio da un razzo nautico di segnalazione sparato dalla curva romanista.

Muore sul colpo: il medico che lo soccorre dirà di non aver mai visto una lesione così, nemmeno in guerra.

Tra i quotidiani italiani, la foto del tifoso laziale riverso a terra con l’orbita vuota viene pubblicata solo dal Tempo.

Il responsabile della morte di Paparelli viene individuato quasi subito: si tratta di Giovanni Fiorillo, un disoccupato di diciotto anni che si dà immediatamente alla latitanza per poi costituirsi quattordici mesi dopo. Viene condannato a sei anni e dieci mesi di carcere; durante la contumacia prova diverse volte a mettersi in contatto con la famiglia Paparelli riuscendo a ottenerne il perdono.

Il caso di Vincenzo Paparelli non rappresenta alcuno spartiacque: la violenza negli stadi italiani non inizia né finisce lì. Semmai quel momento rappresenta il punto in cui si radicalizza l’odio dei laziali verso i romanisti: per anni, sulle pareti dello stadio Olimpico, si leggono scritte come «Paparelli sarai vendicato» o «Paparelli non dimenticheremo». I media dell’epoca speculano sulla vicenda costruendo artificiosamente un dibattito sul tifo violento che porta alla criminalizzazione degli aspetti più folcloristici del tifo romano e alla proibizione di tamburi e striscioni, nell’illusione di far tornare il tifo degli anni Settanta alla tranquillità di uno o due decenni prima.

UN NUOVO MODO DI VIVERE LO STADIO. L’ASCESA DEL TIFO ORGANIZZATO

In Italia cominciano a delinearsi nuovi modi di vivere lo stadio già all’inizio degli anni Cinquanta, con i «Circoli biancocelesti» della Lazio e i «Fedelissimi granata» del Torino. Nel decennio successivo è Helenio Herrera, celebre tecnico della grande Inter, a caldeggiare la costituzione di club di tifosi organizzati capaci di «esaltare la folla» e guidare l’incitamento verso la squadra nerazzurra: da qui i «Moschettieri» e gli «Aficionados» interisti. Il tifo organizzato vero e proprio vede di fatto la luce solo alla fine dei Sessanta: a Firenze viene fondato il «Viola club settebello», nella curva Fiesole, mentre a Milano nel 1968 prende corpo la «Fossa dei leoni».

Il tifo organizzato―la palestra del fenomeno ultras―si delinea di fatto col Sessantotto introducendo negli stadi elementi che fino a quel momento erano stati estranei al calcio. Grazie alla politica dei prezzi popolari lo stadio si riempie di giovanissimi, spesso appartenenti ai ceti più poveri, e così cambia non solo il modo di tifare ma anche quello di vestire: le giacche, le cravatte, e gli abiti composti dei decenni precedenti lasciano spazio a uno stile quasi paramilitare fatto di mimetiche e anfibi. All’adozione di atteggiamenti machisti si accompagna l’utilizzo di simboli politici estremi, a destra come a sinistra: l’ascia bipenne, la stella a cinque punte, la «A» cerchiata anarchica.

Il tifo inizia a contaminarsi con la politica extraparlamentare: un fermento narrato bene dallo scrittore Nanni Balestrini nella parabola di Zigolo, personaggio del romanzo I furiosi incentrato sulle vicende delle «Brigate rossonere» milaniste. Nato in una famiglia comunista, Zigolo entra presto in conflitto con la linea ufficiale del Partito e si avvicina ad Autonomia operaia il principale gruppo di sinistra extraparlamentare dell’epoca, spesso tacciato di vicinanza al terrorismo.

«In via De Amicis, a Milano, eravamo nei pressi di quelli che sparavano, quelli della foto famosa», dice Zigolo riferendosi alla foto di Giuseppe Memeo nell’atto di sparare, uno scatto, appunto, diventato il simbolo degli anni di piombo. «Cercavamo sempre lo scontro più duro e visto da adesso si può dire che per noi lo stadio era un po’ una palestra di quella guerriglia che poi avremmo portato dentro la città nel ’77».

LA FEDE POLITICA TRA I CALCIATORI. I NUOVI PERSONAGGI DEL TIFO ROMANO

I Fedayn romanisti negli anni Settanta

E’ il Sessantotto a cambiare il modo di manifestare dissenso nelle piazze così come allo stadio, secondo logiche di aggregazione e contrapposizione che fino a quel momento erano appartenute alla militanza politica di destra e di sinistra.

La nomenclatura scelta è ampiamente ispirata alle vicende politiche del tempo o comunque tende a esprimere una certa bellicosità: le «Brigate gialloblù» del Verona, le «Brigate rossonere» del Milan, le «Brigate nerazzurre» dell’Atalanta, il «Potere nerazzurro» dell’Inter, il «Commando ultrà curva b» del Napoli, i «Fighters» della Juve, la «Armata rossa» del Perugia, la «Fossa della morte» del Torino e il «Collettivo autonomo viola» della Fiorentina, senza dimenticare il gruppo granata «V Kolonna» dagli striscioni vergati con caratteri gotici e l’aquila imperiale.

Paolo Sollier (a sinistra) e Giancarlo Raffaeli

La fede politica è diffusa anche tra i calciatori: nel Perugia gioca Paolo Sollier, militante di Avanguardia operaia, che prima di ogni partita saluta il pubblico col pugno alzato; ma in quella squadra c’è anche un iscritto al Pci: è Giancarlo Raffaeli che come Sollier non fa mistero delle proprie idee politiche. Sul fronte opposto personaggi come i laziali Luciano Re Cecconi e Gigi Martini, simpatizzano per il Msi di Almirante, ma non sono pochi i giocatori della Lazio di metà anni Settanta che portano al collo catenine ornate di croce celtica. Qualche anno più tardi, il capitano giallorosso Agostino Di Bartolomei manifesterà pubblicamente simpatie democristiane, in particolar modo per Giulio Andreotti.

Il derby Roma-Lazio diventa la partita «politica» per eccellenza.  Ai militanti che vogliono entrare nella tifoseria organizzata giallorossa, i capi ultrà fanno il discorso molto chiaro del «qui si tifa la Roma e basta». Nonostante ciò, i «Fedayn» mutuano il nome dai guerriglieri palestinesi esplicitando un certo fanatismo nel sostenere una «Rometta» ancora ben lontana dai fasti di Falcao e compagni. In un simile contesto è fortissima la contrapposizione con la Lazio e il suo leader, quel Giorgio Chinaglia deriso dalla tifoseria romanista con cori cantati sulle note di «Faccetta nera». Questi comportamenti fanno della Roma la società più multata d’Italia, spingendo il presidente Gaetano Anzalone a  costituire,  a metà anni Settanta,  un vero e proprio servizio d’ordine di circa 300 persone  col compito di mediare tra gli ultras della squadra e la polizia. Nel 1977 nasce il «Commando ultrà curva sud», un’organizzazione di coordinamento interno volto a controllare  il tifo romanista. 

La curva laziale è invece spesso tacciata di simpatie per il fascismo ostentate con  l’esibizione di saluti romani e precise simbologie come  l’aquila imperiale, l’ascia bipenne e la runa othala. All’interno del tifo biancoceleste si distinguono due gruppi:  da una parte gli  «Eagles», nei quali convergono soggetti dalle più varie estrazioni sociali―sbandati, avvocati, dipendenti pubblici―e dall’altra i «Viking» più radicali e politicizzati, con il simbolo del drakkar vichingo e l’ascia bipenne. In questo ambiente si muovono personaggi caratteristici di quegli anni come «Er Tassinaro», ragazzo della Magliana e capo ultras laziale, «un istintivo, un esempio per i più giovani» — dicono di lui alcuni vecchi ultras — uno che faceva il tassista ma «si arrangiava anche con altro» come quella volta che «lasciò il carro funebre in mezzo alla strada per andare a vedere la Lazio». Oppure «Er Maciste» così chiamato per la forza fisica, uno che «era  stato capace di rigirare da solo una 500 durante una carica con i bergamaschi», come racconta l’ultras Francesco Cerasi che ha fatto parte della curva laziale negli anni Settanta e Ottanta. Ancora oggi sulla via Olimpica, all’altezza di villa Pamphili, si possono vedere sciarpe laziali e mazzi di fiori messi lì a ricordare il suo fatale incidente stradale. 

IL VERSANTE MILANESE. L’EROINA SUGLI SPALTI

Ma non c’è solo Roma. Sul versante milanese, nel 1968 si ha la fondazione del primo gruppo ultras italiano: è la «Fossa dei leoni» che assieme alla «Brigate rossonere», nate nel 1975, monopolizzerà il tifo milanista. Gli interisti si organizzano nel gruppo «11 Assi. Boys-Le furie nerazzurre», riprendendo il personaggio di «Boy» protagonista del fumetto che compariva sulla rivista ufficiale del club nerazzurro. A metà anni Settanta nascono poi gli Ultras dell’Inter che si sposteranno in curva Nord solo nel 1979.

La differenza tra tifosi milanisti e interisti non è soltanto basata sulla fede sportiva, ma è anche di censo, di classe sociale: i supporters rossoneri sono solitamente persone provenienti dai ceti popolari e operai, nei quali forte è l’apporto di immigrati meridionali, mentre gli interisti provengono spesso dalle zone più borghesi e benestanti della città. Anche gli ultras juventini, organizzati nei «Panthers», compaiono nel 1975: la svolta arriva però con la fondazione dei Fighters nel 1977, realtà raccontate dal regista Daniele Segre in due docufilm: «Il potere deve essere bianconero» e «Ragazzi di stadio». In questi lungometraggi emerge l’aspetto del sostanziale disinteresse per ciò che accade in campo: «A me interessa solo l’ambiente da stadio», dice il bianconero Beppe Rossi, esempio paradigmatico di ultras anni Settanta, «perché quando sono in balconata vedrò qualche azione, ma per il resto della partita sono sempre girato indietro a far gridare la gente. Insomma, il gol lo vedi e non lo vedi», perché l’importante è esserci in un contesto in cui a essere determinante è la sfida del tifo: un concetto bene espresso dal coro «A noi della partita non ce ne frega un cazzo» cantato in molti stadi d’Italia.

I cori ultras anni 70 contengono in qualche caso espressioni molto forti: le «Brigate rossonere» intonano un inno, con le tre dita della mano a mimare il gesto della P38, sulle note della vecchia «All’armi siam fascisti» del Ventennio alternandolo a un altro che riprende il canto per i morti di Reggio Emilia del 7 luglio 1960, quando la polizia aveva sparato in una manifestazione sindacale uccidendo cinque persone: «Tifosi rossoneri, tifosi milanisti, teniamoci per mano in questi giorni tristi. Sangue nei popolari, sangue giù nei distinti, le abbiamo prese ma non siamo vinti. E’ ora di rifarci, è ora di lottare, per quel che abbiamo subito, dobbiamo vendicare. Spariamo giù al Marassi, spariamo al Comunale, adesso siete voi che andate all’ospedale. Spariamo negli stadi dell’Italia intera, siamo la Brigata rossonera».

Non è solo la politica a esercitare un certo fascino presso i giovani che decidono di frequentare lo stadio a cavallo tra anni Settanta e Ottanta: c’è anche la droga. Tanta droga, di tutti i tipi. In particolare l’eroina che compare sul mercato tra il 1974-75.

Le siringhe usate dai tossici iniziano a trovarsi ovunque: sui treni, nei cessi pubblici, nei giardini comunali, sulle spiagge. E anche nelle curve degli stadi, con «l’ero» che si diffonde presso coloro che sono portatori di una cultura antagonista: una reazione, questa, dovuta al fallimento delle speranze del ’77 e alla successiva repressione poliziesca. Insomma, i gruppi frequentati dal già citato «Zigolo» del libro di Balestrini, anche se poi, negli Ottanta, l’eroina viene provata da impiegati e professionisti.

Il già citato Segre, in una intervista al quotidiano «La Repubblica» del 6 febbraio 2007, ricorda la sua esperienza da documentarista del tifo juventino e torinista: «Ho avuto modo di vedere cose strane all’interno dello stadio», dice il regista, «come pistole che giravano e persone che poi rivedevo nei cortei politici. I gruppi organizzati facevano il servizio d’ordine delle stesse squadre di calcio. Li ho seguiti, negli anni, e molti di loro sono diventati manodopera criminale, mentre altri sono morti per droga e qualcuno è stato incriminato per traffico internazionale di armi. C’erano già grossi intrecci, tra la malavita organizzata e le frange estreme del tifo. E lì dentro non c’era solo il sottoproletariato urbano, ma anche i rampolli della buona borghesia torinese».

«STADI MAI COSÌ VUOTI, MAI COSÌ TRISTI»

Nel corso del derby Roma-Lazio del 18 marzo 1979, la tifoseria biancoceleste espone uno striscione in romanesco che recita «Ve’ mannamo in B»

Le droghe entrano addirittura nei cori da stadio. Come riportato nel libro-inchiesta «I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras in Italia», scritto da Pierluigi Spagnolo, giornalista della Gazzetta dello Sport, le canzoni ultras sul tema si pongono a metà strada tra «amara realtà e semplice desiderio di apparire ancora più trasgressivi».

«Cominciamo il lunedì, con l’Lsd», cantano i laziali, «prendiamo anfetamine fino a mercoledì. Rompiamo e ci sballiamo come piace a noi, ma ci sconvolge di più la Lazio in serie B». «Anche il Papa fumerà, se il Commando conoscerà, e sconvolto si farà eroina con gli ultrà», rispondono i romanisti del Cucs, il Commando ultrà curva sud, sulle note di «Yellow submarine», la celebre canzone dei Beatles. Anche in provincia le droghe sono buone compagne di parte del tifo ultras: «Né gnugna (eroina), né bagna (cocaina), Marulla in canna», scrivono gli ultras del Cosenza riferendosi, naturalmente, a Gigi Marulla, grande bomber della serie cadetta a cavallo tra anni Ottanta e Novanta.

La realtà attuale del calcio italiano non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella degli anni Settanta e Ottanta. «Stadi mai così vuoti, mai così tristi», si potrebbe dire: in un contesto di generale disaffezione anche l’aumento del costo dei biglietti ha contribuito ad allontanare il pubblico, con una serie A che si trova oggi a competere per numero di spettatori con la serie B tedesca (21 mila di media per entrambe nella stagione 2016-17). Gli stadi in Italia hanno perso, dall’inizio degli anni Ottanta a oggi, più del 40 per cento degli spettatori. Nel novembre 2005 avviene un fatto importantissimo nel contesto ultras: si scioglie, dopo trentasette anni di vita, la “Fossa dei leoni” milanista, uno dei gruppi storici della tifoseria organizzata italiana. La ragione ufficiale è la sottrazione di uno striscione da parte dei Viking juventini: nelle regole non scritte del mondo ultras il furto di uno striscione è un episodio infamante, tale da giustificare lo scioglimento del gruppo che lo subisce. Negli ultimi anni cambia anche la geografia politica del tifo italiano: molti dei gruppi organizzati nati negli anni Settanta assumono connotazioni politiche diametralmente opposte rispetto a quelle originariamente di sinistra: uno degli esempi più clamorosi riguarda la curva romanista che in un Roma-Parma del 25 aprile 1999, proprio nel giorno della Liberazione, esibisce lo striscione «25 aprile 1943, quando i vigliacchi si proclamano eroi». Sempre la curva della Roma espone, nel gennaio 2006, lo striscione «Gott mit uns»«Dio è con noi», noto slogan nazista. Secondo l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive del ministero dell’Interno, nel 2015 risultano attivi 382 club di cui 151 caratterizzati da un “orientamento politico”: tra questi, 40 gruppi si attestano su posizioni di estrema destra, 21 su posizioni di estrema sinistra, mentre 45 hanno assunto una generica connotazione di destra e 33 di sinistra; 12, infine, i sodalizi che hanno manifestato una «ideologia mista», secondo la definizione data dal ministero degli Interni. Con riferimento alla consistenza numerica, degli oltre 39 mila supporter riconducibili alla tifoseria organizzata, oltre 17 mila risultano appartenere a gruppi politicizzati. Tra repressione poliziesca, provvedimenti normativi ai limiti della costituzionalità, ricambio generazionale e dominio delle tv, il fenomeno ultras vive un momento di «riflessione» complice anche la politica del «tutto è filato liscio» propria di chi gestisce l’ordine pubblico, in un contesto nel quale l’intera tifoseria organizzata tende a essere criminalizzata: un errore grave, in un calcio, come quello italiano, che ha bisogno di ritrovare non solo un livello tecnico e infrastrutturale tale da porlo di nuovo al pari dei maggiori campionati europei, ma soprattutto l’affetto del pubblico.