logo Spazio70

Benvenuto sul nuovo sito di Spazio 70

Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
Il sito comprende sei aree tematiche e ben ventidue sottocategorie con centinaia di pezzi su anni di piombo, strategia della tensione, vicende e personaggi più o meno misconosciuti di un’epoca soltanto apparentemente lontana. Per rinfrescare la memoria di chi c’era e far capire a chi era troppo giovane o non era ancora nato.
Buona lettura e non dimenticare di iscriverti sulla «newsletter» posta alla base del sito. Lasciando un tuo recapito mail avrai la possibilità di essere costantemente informato sulle novità di questo sito e i progetti editoriali di Spazio 70.

Buona Navigazione!

«Si poteva fare di più?». L’emergenza eroina a Milano a metà anni Settanta

Redazione Spazio70

(Corriere della Sera, ottobre 1975)

«Un ragazzo di diciassette anni è stato ucciso a Sanremo da una dose eccessiva di eroina. Fino a tre mesi fa non si drogava. Giocava al calcio, suonava la chitarra. È stato contagiato frequentando una compagnia di coetanei che si riunivano di sera ad ascoltare canzoni. Il ragazzo, che si chiamava M. A., ed era figlio di uno spazzino, è stato raccolto sotto un androne. L’hanno portato all’ospedale. Il delitto dell’eroina si è compiuto all’alba di sabato. A. era consumatore e spacciatore insieme. Univa, nella sua travolta personalità, le due caratteristiche che la nuova legge sugli stupefacenti giustamente distingue. Aveva cominciato come consumatore. L’eroina, agli inizi, è offerta a basso prezzo. È una cupa, orribile, azione “promozionale” che fa leva sul vizio nascente sulle distorte curiosità che gli sono connesse. Il prezzo sale quando la vittima è conquistata. Allora occorre molto denaro. Nasce questo personaggio che ci turba e ci dà i brividi: il consumatore-spacciatore.

«BISOGNAVA PREPARARE TRE-QUATTROMILA PERSONE. FARE EDUCAZIONE NELLE SCUOLE»

A. guadagnava 170 mila lire al giorno come spacciatore e altrettante ne spendeva come consumatore. La sua giornata era tutta chiusa dentro questa disperata “partita di giro”: quindici milioni, in tre mesi, sono passati per le sue mani di diciassettenne e lo hanno condotto a morire. Chiedo a padre Giuseppe Brunetta, della rivista “Aggiornamenti sociali”, un gesuita che si occupa da anni dei problemi dei tossicomani: “La figura del consumatore-spacciatore è diffusa?”

“Ne esiste una rete molto capillare. È un passaggio quasi obbligato per chi non dispone di mezzi”.

“Ma è veramente possibile che un ragazzo possa aver maneggiato 170 mila lire al giorno?”.

“In certi ambienti, nelle vicinanze degli ospedali dove sono ricoverati tossicomani e anche all’interno degli ospedali stessi, si arriva a cifre anche maggiori. Dipende dalla qualità, quasi sempre presunta, dell’eroina o dalla disponibilità del commercio”.

“Questa diffusione dell’eroina era prevedibile?”.

“Certo che era prevedibile. Nel 1973, durante un dibattito, io dissi senza mezzi termini che avremmo avuto i morti nelle scuole e nelle strade. C’erano due anni di tempo per tentare qualche provvedimento. Bastava essere in contatto con qualche drogato per capire. Si stava verificando un fenomeno d’imboscamento dei derivati della canapa indiana. Era inevitabile, per gente già schiavizzata, cadere nell’eroina. Ci siamo lasciati prendere in contropiede. Oggi il fenomeno della diffusione dell’eroina è di dimensioni spaventose: parlo per Milano, in particolare, per Bergamo, per la Brianza, per certe zone del Cremasco e del Pavese, per Genova, per Roma, per certe zone del Veneto”.

“Oltre che prevedibile, il fenomeno poteva essere evitabile?”

“Bisognava preparare tre, quattromila persone. Aprire la scuola a una vera educazione alla sanità parlando delle droghe. Senza crociate, senza allarmismi, ma con estrema obiettività”.

È troppo tardi, dunque? Una società non può rispondere che è tardi, anche se tragedie come quella di Sanremo accadono con una frequenza che lascia smarriti. Una legge è pronta. Ma una legge non basta. Una legge indica gli obiettivi, fissa le pene, distingue. Poi si incontrano ragazzi come M.A. nei quali convive il doppio ruolo del colpevole e della vittima e ci si accorge che mai nessun codice potrà interamente contemplare lo strappo che ferisce a morte la loro esistenza, il buio passaggio che li colloca sul margine di un ambiguo confine.

Occorrono strutture che non ci sono. Troppo poche persone si interessano di un problema che è diventato collettivo. Si preferiscono le invettive. Ci si rifugia nel diniego di una generazione verso l’altra. Come se il dolore (perché questo è anche dolore, perché è dolore anche la deviazione) appartenesse a un mondo estraneo e non al nostro stesso mondo. Bisogna invece superare i rifiuti e le indifferenze, sapere dove andare se si ha bisogno di aiuto.

Milano, in un giorno di domenica, quando tanti telefoni non rispondono, è in grado di offrire aiuto? O ce la caveremo con la farisaica risposta che non si trova aiuto nemmeno per le altre malattie, per casi che dipendono dal destino e non dal vizio?

Cerchiamo di ricordare. Nessuno dice più che un ragazzo è morto per l’eroina. Si dice che è stato ucciso».