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«Basta abusi, vogliamo testimoniare davanti al giudice». San Vittore 1975, la lettera manifesto dei carcerati-tossicomani

Nicola Ventura

«La giustizia? Ignora la vera identità del drogato e l'esatta dimensione del fenomeno delle tossicodipendenze»

«Aiutate mio figlio, sta morendo a San Vittore!». E’ l’aprile del 1975 quando, tra le colonne del «Corriere d’Informazione», si materializza il grido d’aiuto di Cesarina, madre di un tossicomane detenuto nel carcere milanese. La denuncia è pesante e circostanziata: «E’ drogato», dice la donna, «e nessuno lo aiuta, anzi lo mettono nel letto di contenzione. Per protesta contro le terribili condizioni carcerarie, mio figlio e altri trecento drogati del secondo raggio stanno facendo da giorni lo sciopero della fame».

A metà anni Settanta le carceri scoppiano e sono da tempo in agitazione, secondo una mobilitazione più o meno permanente che finisce per allarmare l’opinione pubblica e il mondo politico. Il risultato sarà l’approvazione della nuova legge sull’ordinamento penitenziario (l. 354/1975). La successiva istituzionalizzazione del cosiddetto «circuito dei camosci», ovvero le carceri «speciali», avverrà attraverso un decreto interministeriale (il 450 del 1977), in un contesto di forte repressione della lotta armata e netta differenziazione tra detenuti politici e «comuni».

LA DROGA A SAN VITTORE

Nella primavera del 1975 Cesarina si reca spesso a San Vittore per visitare il figlio ventunenne, un bel ragazzo dagli occhi chiari e il viso da «hippie». Un giorno, Mario, questo è il nome del giovane recluso, durante un colloquio, riesce a passare in qualche modo alla madre una «lettera-manifesto», scritta dai detenuti, nella quale sono illustrate, con qualche incertezza grammaticale, le numerose angherie subite dai carcerati. Nel documento viene in particolar modo riportata la condizione dei reclusi bisognosi di cure a seguito di una tossicodipendenza conclamata.

Le docce fredde, il letto di contenzione come sistema punitivo, i ripetuti pestaggi e le umiliazioni sembrano essere il pane quotidiano per una buona parte della popolazione carceraria di San Vittore. La droga, poi, arriva lo stesso e deve essere pagata il doppio.

La lettera, scritta su un paio di fogli di quaderno, si conclude con l’eloquente firma «noi tutti», con la quale i tossicodipendenti reclusi nel carcere milanese certificano la volontà di testimoniare in tribunale contro gli spacciatori, sui metodi utilizzati per portare la droga dentro il carcere, e sugli abusi perpetrati dalle autorità del penitenziario. L’obiettivo è insomma quello di essere finalmente trattati come malati e non alla stregua di «delinquenti della peggior specie». Un obiettivo ancora molto lontano in un’Italia come quella di metà anni Settanta nella quale anche a livello legislativo non si fa distinzione tra la figura del consumatore e quella dello spacciatore.

«PER LA LEGGE IL DROGATO È UN DELINQUENTE DA PUNIRE»

«Sono quasi cinque giorni che al secondo raggio del carcere di San Vittore è in corso uno sciopero completo della fame», si legge nella lettera, «per protestare contro la fredda ed intollerabile giustizia costituita alla quale ci siamo appellati ma inutilmente e siccome siamo rinchiusi in una prigione al di fuori del mondo e rifiutati come uomini e visto che la burocrazia si giustifica senpre con dei ritardi, cerchiamo di forzare pacificamente la coscienza dei giudici e degli uomini anche perché abbiamo sufficienti motivazioni per esercitare certe pressioni».

«La giustizia», continuano i detenuti di San Vittore nella lettera, «ha senpre ignorato la vera identità del drogato e l’esatta dimensione del fenomeno considerando il drogato un delinquente della peggiore specie rinchiudendolo in celle di punizione e addirittura legandolo in letti di contenzione giungendo anche a veri e propri pestaggi, a docce ghiacciate infierendo sul drogato privo di forza con studiate e selvagge repressioni causando danni irreversibili sul piano psicofisico. Siamo tutti pronti a testimoniare davanti ai giudici quando scritto».

«SIAMO DEI CAPRI ESPIATORI. GLI SPACCIATORI? NON VENGONO TOCCATI»

Una tossicomania che, scrivono i firmatari del documento, non può quindi essere curata con le «punizioni fisiche», o la reclusione in «manicomi criminali», in generale imponendo un regime vessatorio privo di «conprensione». Il «drogato», viceversa, avrebbe bisogno di cure e non di «terapie d’urto», considerando anche l’età media piuttosto bassa di chi entra nel mondo delle tossicodipendenze.

I detenuti di San Vittore ne hanno però anche per gli spacciatori. «Il capitalista della droga», scrivono, «non viene minimamente toccato dalle mani della giustizia in quando dispone di possibilità finanziarie e di organizzazione ed inoltre non fa uso di droga quindi sfrutta il fenomeno lucrosamente ed è questo l’unico reato […] non il drogato che usa droga e al massimo danneggia se stesso. L’inpotenza della polizia è abnorme come d’altronde lo è in altri fatti quindi si cerca di strumentalizzare, responsabilizzare il drogato che diventa nella sua inpotenza il capro espiatorio di tutto il fenomeno. Si giunge anche alla corruzzione del drogato costringendolo a testimoniare il falso accusando altri drogati di spaccio in cambio di eroina e della libertà. Questo siamo disposti a testimoniarlo davanti al giudice».

Un atto di accusa pesantissimo che, al netto di qualche difficoltà espositiva, appare estremamente chiaro e lucido nella descrizione di un sistema lontano anni luce da qualsiasi ipotesi di «redenzione» e recupero del detenuto.