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Tunnel-Eroina

Redazione Spazio70

Film di Massimo Pirri, con Helmut Berger, Corinne Clery e Franco Citti

In tema di drug-movie italiani, non si può certamente far finta di niente di fronte a questo film di Massimo Pirri (anno 1980), piccola misconosciuta chicca che si avvale di un cast da non sottovalutare (Helmut Berger, Corinne Clery e Franco Citti). La storia è una sorta di anticipazione del più celebre Amore Tossico con la differenza che nel film di Pirri l’esito neorealistico è tutt’altro che scontato, per la struttura narrativa e l’uso di attori professionisti.

MATURI ULTRATRENTENNI ALLE PRESE CON L’EROINA

Con Tunnel-Eroina ci troviamo di fronte a un film che repelle e incuriosisce, anche per una certa capacità di scandagliare bene un certo humus sociale diffuso nei primi anni Ottanta. I protagonisti del film non sono di certo i ragazzi del film di Caligari, ma maturi ultratrentenni alle prese con la tossicodipendenza da eroina: consumatori di vecchio conio, con una vita alle spalle, senza quella latente ingenuità che caratterizzava Cesare & co. nel più conosciuto Amore Tossico.

Il protagonista Marco (Berger) è reduce da un matrimonio fallito e proviene da una famiglia benestante che cerca di salvarlo: il suo livello sociale è dunque più elevato rispetto ai giovani proletari di Amore Tossico e le possibilità di reinserimento sociale più concrete anche per il possesso di un titolo di studio che gli consentirebbe di tornare a insegnare. Per Marco c’è insomma la possibilità di avvalersi di quei legami familiari che nel film di Caligari sono completamente recisi.

Marco/Berger non sembra però intenzionato a redimersi: la cosa appare evidente già nel prologo (condito coerentemente con una «pera») che dà inizio al film, un pretesto per illustrare la visione sociologica del protagonista e la repulsione per qualsiasi tipo di giudizio morale che lo riguardi.

UNA TRAMA A «MOSAICO»

La compagna di droga è la già citata Corinne Clery (Pina), qui in gran forma. Una scelta indubbiamente azzeccata perché l’attrice francese sembra entrare bene nella parte. La Clery ha una ruolo fattivo nel film: coltiva ambigui legami con la polizia, qualche volta si prostituisce (come lo stesso Berger) per ottenere i soldi delle dosi o per poter accedere all’eroina posseduta da qualche suo spasimante, e in generale funge un po’ da esca, quella che Marco/Berger utilizza per tirare avanti.

La parte dell’antagonista nel film è interpretata da un cattivissimo Franco Citti, spacciatore locale che con la sua gang tiranneggia senza alcuno scrupolo i tre sbandati (c’è anche Marzio C.  Honorato) accampati in una sorta di comune alle porte di Roma. Marco è un personaggio squallido, non suscita alcuna pietà nello spettatore: cinico e  pervertito, la sua personalità esclude lo scrupolo. Il prossimo ha per lui un valore soltanto se utilizzabile per i propri scopi: usa economicamente la moglie, usa la propria compagna di droga, usa persino sé stesso quando arriva a fare il gigolò per uomini. Una scintilla di umanità la si intravede soltanto verso la fine del film, di fronte a una tragica morte e alla indecisione se smetterla o meno con l’eroina. La Clery, trasgressiva, ci regala un buco shock che ovviamente, a beneficio del lettore ignaro del film, non è qui opportuno rivelare. Anche in Tunnel la storia si sviluppa a «mosaico» come per Amore Tossico, ma il percorso è più coerente, razionale, e anche la conclusione, appena accennata, lascia intuire l’esito drammatico di una vicenda esistenziale. Molto azzeccata la musica tratta dal primissimo omonimo album dei Pretenders (sempre del 1980) che condisce adeguatamente il film sposandosi perfettamente con le vicenda narrata. Titolo consigliabile per gli appassionati del cinema di genere italiano e del sottogenere drug.