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Margherita Cagol. Cronaca di un sequestro finito nel sangue

Redazione Spazio70

Quarantacinque anni fa, il sequestro Gancia

di Matteo Picconi

«Vittorio Vallarino Gancia, amministratore delegato e direttore della nota azienda vinicola, è stato sequestrato verso le 15 di ieri mentre si dirigeva, a bordo della sua Alfetta blu, verso lo stabilimento alle porte di Canelli. Costretto a rallentare da due cavalli di frisia disposti sulla massicciata, l’industriale è poi stato bloccato da un furgoncino Volkswagen. Quattro o cinque uomini in tuta hanno circondato la sua vettura, uno ha infranto un vetro con un colpo secco di martello, puntandogli una pistola alla nuca. Gancia è stato fatto salire sul furgoncino e infine portato via». L’Unità del 6 giugno 1975 ricostruisce così il rapimento dell’industriale piemontese avvenuto due giorni prima. Sull’identità degli autori del sequestro, sui quali inizia a indagare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nessuna notizia certa.

L’ARRESTO DEL BR MASSIMO MARASCHI

Dalle scarse informazioni riportate dai giornali emerge però un particolare interessante che risulterà decisivo per l’evolversi della vicenda: «Hanno fermato un personaggio che potrebbe aver partecipato in qualche modo al sequestro. L’uomo», si legge su L’Unità del 5 giugno 1975, «al momento del fermo, aveva una pistola in tasca. Oltre alla Polizia e ai Carabinieri sul posto sono giunti anche gli agenti dell’Antiterrorismo di Torino che hanno iniziato una serie di accertamenti». Il fermato è Massimo Maraschi, 22 anni, militante delle Brigate rosse. Poco dopo il rapimento Gancia, la sua Fiat 124 si scontra con un’altra vettura: il brigatista cerca di dirimere la questione offrendo all’altro conducente una somma di denaro per riparare al danno arrecato ma quest’ultimo, insospettito, preferisce comunque chiamare i Carabinieri. Datosi alla fuga, Maraschi viene tratto in arresto poche ore più tardi. L’auto risulterà rubata. A Maraschi trovano addosso una 7.65 e i suoi documenti sono falsi: saranno proprio questi ultimi a incastrare il ventiduenne originario di Lodi in quanto compatibili con alcuni fascicoli (controinchieste stilate dalle Br) ritrovati nel covo di Robbiano di Mediglia l’anno precedente. Maraschi pur affermando la sua estraneità al sequestro, si dichiara comunque «prigioniero politico»: per Dalla Chiesa è la conferma che la pista da seguire resta quella brigatista.

«SONO QUESTI I MEZZI DA USARE? CREDETEMI, NON CE NE SONO ALTRI»

Cagol e Curcio nel giorno delle nozze

Il commando che sequestra Gancia, come si scoprirà in seguito, è costituito dalla colonna torinese delle Brigate rosse. A guidarlo c’è Margherita Cagol, fondatrice delle Br insieme ad Alberto Franceschini e al marito Renato Curcio. La storia ci ha restituito un’immagine della «compagna Mara» abbastanza stereotipata: una ragazza di sana formazione cattolica che vede sconvolta la sua vita dalle chimere del Sessantotto e dalla scelta della lotta armata. «È giusto e sacrosanto quello che sto facendo. La storia», scrive ai genitori in una lettera del 1972,«mi dà ragione come l’ha data alla Resistenza del ’45. Ma voi, direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi, non ce ne sono altri».

La Cagol è molto di più della «moglie-gregaria» di Curcio. Passata in clandestinità nel 1972, partecipa in prima persona ai sequestri di Ettore Amerio, capo del personale della Fiat Mirafiori, e del magistrato Mario Sossi. È lei, il 18 febbraio 1975, a guidare il commando che libera Curcio, senza sparare neanche un colpo, dal carcere di Casale Monferrato. La notizia fa grande scalpore: per le Brigate rosse sarà una vittoria soprattutto politica.

«IL RAPIMENTO GANCIA? È STATO IMPROVVISATO»

«Si è trattato del nostro primo sequestro a scopo di finanziamento. Fino a quel momento», dice Curcio intervistato da Giorgio Bocca, «i soldi ce li eravamo procurati con le rapine alle banche» (1). Il concetto è chiaro: per continuare a «colpire il cuore dello Stato» servivano risorse e il rapimento di un ricco industriale come Gancia, sospettato di aver finanziato organizzazioni di stampo fascista, rispondeva perfettamente alle esigenze dei brigatisti.

Nella zona compresa tra Canelli e Aqui Terme, oltretutto, le Br sono «di casa». Tuttavia, il piano del sequestro non è condiviso da tutti i brigatisti. Ne costituiscono un esempio le dichiarazioni di Giorgio Semeria e Roberto Ognibene rilasciate molti anni dopo a Giorgio Bocca: «Il rapimento di Vallarino Gancia è stato improvvisato perché Mara voleva prendere la mano alla guida logistica, troppo lenta e prudente. (…) Mara non avrebbe dovuto usare cascina Spiotta. Era una nostra base da anni, insospettabile dalla popolazione che ci aveva accettati come amici e che si era abituata alle nostre facce, a patto però che non avvenissero nelle vicinanze azioni terroristiche, se no l’associazione di idee con il nostro gruppo sarebbe stata inevitabile» (2). Effettivamente la cascina vicina al borgo di Arzello (detta anche cascina Belvedere), acquistata pochi anni prima dalla Cagol, dista una manciata di chilometri da Canelli. Ciononostante l’operazione viene considerata fattibile e le Br torinesi decidono di portarla a termine.

UNA STRANA SEGNALAZIONE E UN «ERRORE DI STANCHEZZA»

Fra le tante stranezze messe in risalto dalla stampa dell’epoca attorno alla vicenda Gancia, spicca una «soffiata» arrivata alla stazione dei Carabinieri nella notte tra il 4 e il 5 giugno. Secondo quanto riportato dall’Unità del 6 giugno 1975, al magistrato sarebbe giunta, verso le 3 del mattino, «una segnalazione considerata “molto interessante” a proposito di certi movimenti sospetti attorno alla cascina Belvedere, a pochi chilometri da Acqui Terme, sulla strada per Castelletto D’Erro, nel territorio del comune di Melasso». Fermo restando il silenzio da parte di Maraschi, risulta quantomeno improbabile che, tra le tante cascine disseminate sulle colline astigiane, le forze dell’ordine si siano imbattute, casualmente, proprio in quella giusta. Il dubbio resta e la segnalazione (presunta o no) è rimasta, ovviamente, anonima. La mattina seguente, alle 10 e 30, il tenente Umberto Rocca, il maresciallo maggiore Rosario Cattafi e gli appuntati Giovanni D’Alfonso e Pietro Barberis cominciano le ricerche in località considerate sospette. Un’ora dopo si trovano già sulla stradina che porta alla cascina Spiotta. A sorvegliare Gancia ci sono la Cagol e un altro brigatista dall’identità mai  rivelata. È stato proprio Curcio, nel libro «A viso aperto» (Mondadori, 1993) scritto col giornalista Mario Scialoja, a spiegare anni dopo come mai i Carabinieri siano riusciti ad avvicinarsi agevolmente al piccolo casolare: «Per colpa di una tragica disattenzione dovuta alla stanchezza. Il compagno che stava con Margherita si era addormentato durante il suo turno di guardia».

UNA VERSIONE UFFICIALE CON MOLTI INTERROGATIVI IRRISOLTI

Secondo la versione ufficiale, quella dei Carabinieri, riportata fedelmente dalla stampa, dopo aver bussato più volte alla porta, Rocca e Cattafi vedono un uomo aprire e, dopo qualche istante, lanciare una bomba nella loro direzione. L’esplosione li investe in pieno: il primo resta gravemente ferito all’occhio e al braccio sinistro (perderà l’uso di entrambi); il secondo rimane ferito dalle schegge, ma riesce a mettere in salvo entrambi. Dopo il lancio di una seconda bomba, la Cagol e il secondo brigatista escono allo scoperto e raggiungono le due vetture parcheggiate a pochi metri. Sono secondi fatali: l’appuntato Giovanni D’Alfonso fa fuoco sulla coppia, ma viene raggiunto da una raffica di mitra che lo centra dalla testa all’addome; forse sono proprio suoi i primi due proiettili che raggiungono Mara Cagol, prima di cadere al suolo in fin di vita (il carabiniere morirà l’11 giugno, dopo sei giorni di agonia). La fuga in macchina dei due brigatisti s’interrompe all’entrata della cascina dove a sbarrargli la strada c’è la volante dei Carabinieri e l’appuntato Barberis.

«Sembra che qualche attimo prima, con le mani alzate, sia la donna che l’uomo avessero manifestato l’intenzione di arrendersi. Ma», scrive l’Unità del 7 giugno 1975,«alle parole sarebbe seguito fulmineo il tentativo di assassinare il carabiniere rimasto illeso con il lancio di una bomba a mano. Gettandosi a terra, il militare riusciva, però, a evitare di essere colpito e, reagendo, colpiva a morte la donna che, sembra, si trovava fra lui e il bandito. Quindi il milite sparava ancora contro l’uomo in fuga». Secondo tale ricostruzione, il terzo colpo (quello mortale) ai danni della Cagol lo avrebbe quindi esploso il Barberis, da una discreta distanza, mentre l’altro brigatista sarebbe riuscito a scappare in un boschetto nelle vicinanze. Una versione, quella stilata dalle forze dell’ordine, che ha lasciato molti interrogativi irrisolti e che, più avanti, avrebbe fatto discutere.

«DAL QUIETO VIVERE BORGHESE ALLE GESTA AVVENTURISTICHE»

La mattina del 6 giugno la notizia della liberazione di Gancia, dopo neanche ventiquattro ore dal rapimento, fa il giro della Penisola. Mentre, con dovizia di particolari, viene descritta la dinamica del conflitto a fuoco con i brigatisti, vaghe restano le informazioni circa l’identità della donna rimasta senza vita a pochi passi dalla cascina Spiotta. Addosso le vengono trovati dei documenti falsi, intestati a tale Vera Perino, così come falsa risulta essere l’identità dell’intestataria del casolare, a nome di una certa Marta Caruso. Mentre alcuni quotidiani ipotizzano addirittura che si tratti della fidanzata di Maraschi, tale Laura Allegri, gli inquirenti arrivano ben presto alla verità. E, il giorno dopo, il nome di Margherita Cagol finisce sulle prime pagine di tutti i giornali: «Dal quieto vivere borghese alle gesta avventuristiche», sarà il titolo scelto dall’Unità del 7 giugno 1975. Negli anni che seguono, con l’acuirsi della guerra allo Stato da parte delle Br, la figura di Margherita Cagol verrà progressivamente demolita, alternando l’immagine dell’ingenua studentessa deviata socialmente a quella, più demonizzata, di un’assassina imbevuta di idee rivoluzionarie. Intanto il tema della vicenda Gancia si mantiene caldo: la notizia di un fuggitivo, che si aggira nella zona del sequestro, dà adito a teorie e intrighi meritevoli delle migliori spy story. Per diversi mesi il sospettato numero uno è proprio il super latitante Renato Curcio, il quale, stando alle ricostruzioni ufficiali della sparatoria, si sarebbe fatto scudo di sua moglie per lanciare l’ultima bomba e darsi alla fuga nel bosco, lasciandola a terra, ferita, in balia dei militari. Il fondatore delle Br, con molta probabilità, si trovava invece nascosto a Torino, escluso dall’operazione proprio per la sua recente evasione dal carcere.

LE VOCI SULL’IDENTITÀ DEL SECONDO BRIGATISTA

Sull’identità del fuggitivo e sul ruolo di Curcio non mancano ricostruzioni più elaborate e recenti. Come questa testimonianza del senatore Adriano Icardi, riportata dal giornalista Andrea Galli nella sua biografia dedicata al generale Dalla Chiesa: «Fu un giorno intensissimo. Una cittadina tranquilla piombò al centro di un episodio così drammatico… Le dico quello che qualcuno riferì, senza peraltro all’epoca prendersi l’eventuale responsabilità di dare l’allarme: Curcio era ad Acqui Terme. La mattina del 5 giugno, proprio mentre Rocca saliva alla cascina Spiotta, si trovava in paese, alla Standa, per acquistare cibo. (…) Sempre secondo quelle voci, Curcio uscì dal supermercato e, di sicuro attraverso una radiolina sintonizzata sulle frequenze delle forze dell’ordine, seppe in diretta di quello che stava succedendo alla cascina Spiotta. Corse alla macchina, lasciò Acqui Terme e forse raggiunse Alessandria per imboccare l’autostrada verso Milano» (3). Nel medesimo testo, Galli ipotizza il nome del fuggitivo di cascina Spiotta: «Vero o falso che sia, non era Curcio il brigatista che si trovava con Margherita Cagol al momento dell’arrivo dei Carabinieri: il sospettato principale era ed è rimasto Franco Bonisoli». Testimonianze indirette, voci; sulla presunta identità del secondo brigatista hanno fatto scalpore le dichiarazioni di Umberto Rocca, riportate da Stefania Podda nel suo libro «Nome di battaglia Mara»: «Chi l’aveva visto bene e gli aveva sparato era l’appuntato Pietro Barberis. Serviva la sua testimonianza. Non ci fu verso, per paura di rappresaglie. Ora che è morto, posso dirlo: non gli ho mai perdonato di non avere riconosciuto quell’uomo» (4). Ma al di là di un compatibile accento emiliano, così come venne riportato dai carabinieri presenti alla Spiotta, non si hanno riferimenti significativi, o prove legalmente valide, che possano confermare il coinvolgimento di Bonisoli nei fatti del 5 giugno ’75.

IL COMUNICATO DI CURCIO

Il corpo di Margherita Cagol a Cascina Spiotta

Nella serata del 6 giugno 1975, intorno alle 19, la redazione del Corriere della Sera viene contattata dalle Br: si tratta del comunicato dedicato alla «compagna Mara». Curcio ha ammesso di averlo scritto in prima persona, ma gran parte dei giornali ha finito per pubblicarlo soltanto in parte, evidenziando solo i passaggi che potessero colpevolizzare la moglie, come l’esser stata una fondatrice dell’organizzazione terroristica e l’aver diretto il commando che lo aveva evadere quattro mesi prima. «Mara, un fiore è sbocciato, e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria!». Un comunicato amaro, che immortalerà quel battesimo di sangue che i brigatisti della prima generazione non avevano ancora conosciuto a loro spese. A quanto riferisce nel suo libro, già il giorno seguente i fatti di cascina Spiotta, Curcio viene a conoscenza della versione dei fatti, riportata dal brigatista fuggito, in merito alla morte della moglie. Secondo questa testimonianza, il colpo mortale sarebbe stato inferto a sangue freddo, come un’esecuzione, mentre la Cagol era in terra con le braccia alzate, ormai disarmata. Una versione che l’autopsia eseguita sul corpo della Cagol non potrà mai sconfessare. «Per la fine della brigatista – scriverà Sergio Zavoli – si parlerà di un eccesso di ritorsione, peraltro mai dimostrato» (5). 

LA FINE DEL «NUCLEO STORICO»

Dopo quasi vent’anni Curcio tornerà sulla vicenda: «La morte di Margherita, mia moglie, una nostra compagna, un capo colonna, e anche la morte di un carabiniere, padre di famiglia: questo l’epilogo drammatico di un’operazione che avevamo studiato in modo da evitare lo scontro a fuoco. Il grave fallimento ci portò a una durissima autocritica, ma anche alla presa di coscienza che continuare per la nostra strada significava accettare in concreto – e non solo come ipotesi astratta – il peso della morte, sia nel nostro campo che in quello avverso» (6). All’epoca, invece, ci fu poco tempo per fare autocritica: Curcio venne nuovamente arrestato nel giro di pochi mesi, per poi ritornare in libertà solo nel 1998. Si chiudeva così un ciclo, quello del «nucleo storico» delle Brigate rosse. L’ala «militarista», guidata da Moretti, cambierà volto all’organizzazione. Quando l’8 giugno del 1976, a Genova, proprio per l’anniversario della morte di Margherita Cagol, il giudice Francesco Coco veniva assassinato insieme ai suoi due agenti di scorta, si era già voltata definitivamente pagina.

NOTE

  1. «A viso aperto» di Renato Curcio e Mario Scialoja, Mondadori, 1993

  2. «Gli anni del terrorismo» di Giorgio Bocca, Armando Curcio Editore, 1988

  3. «Dalla Chiesa» di Andrea Galli, Mondadori, 2017

  4. «La Repubblica», edizione del 28 maggio 2007

  5. «La notte della Repubblica» di Sergio Zavoli, Mondandori, 1992

  6. «A viso aperto» di Renato Curcio e Mario Scialoja, Mondadori, 1993