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La scalata di Cefis a Montedison

Redazione Spazio70

L'operazione coglierà di sorpresa non solo l'opinione pubblica, ma anche buona parte delle grandi famiglie industriali italiane

È l’8 ottobre 1968 quando il giornale britannico Financial Times pubblica una notizia clamorosa: «L’Italia avrà presto il gruppo chimico più grande d’Europa». In sostanza il quotidiano riferisce che Eni e Iri hanno appena dato la scalata alla Montedison: un exploit che è stato realizzato attraverso l’acquisizione, in gran segreto e per diversi mesi, del venti per cento delle azioni del colosso chimico italiano. Un’operazione, precisa il quotidiano finanziario inglese, guidata da Mediobanca di Enrico Cuccia.

GUIDARE LA CHIMICA ITALIANA DA SAN DONATO MILANESE

Naturalmente gli italiani hanno saputo la notizia da un giornale straniero, ma non solo loro: anche Agnelli e Pirelli, entrambi nel sindacato di controllo di Montedison, sono stati colti completamente di sorpresa.

L’Italia vive quindi a fine anni Sessanta, sulla stampa internazionale, il suo effimero momento di gloria: ha già l’industria automobilistica più grande d’Europa e ora anche l’industria chimica più grande del vecchio continente perché la scalata a Montedison compiuta dall’Eni lascia presagire una fusione con Anic, il braccio chimico dell’Ente nazionale idrocarburi.

Il Financial Times, come spesso accade per gli eventi italiani, esprime scetticismo: se infatti le grandi società chimiche tedesche e britanniche sono organizzate ed efficienti, il nuovo colosso italiano non sarà altro che un insieme disordinato di società affiliate.

Alla fine del 1968 Eugenio Cefis si compra quindi la Montedison: ma non la compra per sé perché il progetto è quello di guidare la chimica italiana dal suo ufficio di San Donato Milanese, cioè senza muoversi dall’Eni di cui è rimasto presidente.

SVINCOLARSI DALL’ABBRACCIO MORTALE COI PARTITI

La Montedison deve quindi diventare una provincia dell’impero e l’uomo designato a guidarla è Raffaele Girotti, il numero due di Cefis all’Eni: non un genio, ma un ligio esecutore di ordini.

Girotti, dal canto proprio, è entusiasta di guidare la Montedison sia pur sotto l’ombra di Cefis: non gli viene nemmeno il dubbio di poter essere solo uno strumento inconsapevole del potente presidente dell’Eni. Da buon manager, studia la situazione e allestisce piani di sviluppo: quando già pregusta la poltrona da presidente, viene scalzato da Cefis che all’improvviso decide di andare proprio alla Montedison.

Girotti è furente, ma Cefis ha ben altri problemi a cui pensare: probabilmente in lui inizia a sorgere il sospetto che le spericolate manovre coi partiti, l’utilizzo spregiudicato del danaro pubblico per fini inconfessabili, le tangenti, possano portare a gravi grane giudiziarie. Senza contare che la ricerca di nuove sfide, e la noia che gli deriva ormai dalla sua posizione consolidata alla presidenza dell’Eni, lo spingono ad affrontare l’avventura della Montedison.

Forse in lui agisce anche la voglia di svincolarsi dall’abbraccio mortale con i partiti, con quegli uomini politici da cui deve essere confermato, a scadenze periodiche, al suo posto. Un gioco di ricatti e controricatti che si basa anche sulla esistenza, si dice, di una cassaforte nella quale sono conservati documenti che possono far saltare per aria l’intera classe dirigente italiana.