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Quel filo rosso che unisce Antonio Chichiarelli a Mino Pecorelli

Redazione Spazio70

Due nomi, un delitto e tanti punti di contatto

di Tommaso Nelli

Due nomi, un delitto e tanti punti di contatto. Quelli tra Antonio Chichiarelli e Carmine Pecorelli. «Tony» e «Mino», il falsario e il giornalista dei misteri d’Italia. A legarli un filo rosso che occorre riavvolgere dalla sua estremità finale: 30 settembre 1996. Perugia, carcere Capanne, processo per l’uccisione del direttore della rivista «OP – Osservatore Politico», avvenuta a Roma, in via Orazio, quartiere Prati, alle 20:40 circa del 20 marzo 1979. A differenza del precedente, archiviato in istruttoria dalla sentenza del giudice Francesco Monastero il 15 novembre 1991 col proscioglimento «per non aver commesso il fatto» dei cinque indiziati (fra i quali Massimo Carminati e Licio Gelli), il secondo iter investigativo è approdato in dibattimento. Tra gli imputati, come mandanti dell’omicidio, nomi illustri: Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, e Claudio Vitalone, sostituto procuratore al Tribunale di Roma all’epoca del fatto, ragione che impone la celebrazione delle udienze in altra sede per il criterio della competenza territoriale. Davanti alla Corte è il turno di Franca Mangiavacca. Segretaria del periodico e amante dello stesso Pecorelli, fu l’ultima a salutarlo pochi attimi prima che quattro colpi di pistola mettessero fine alla sua esistenza. Nel rispondere al pubblico ministero Alessandro Cannevale, la donna non soltanto descrive la persona che l’aveva pedinata nei giorni precedenti quella terribile sera – «Aveva i capelli lunghi, i baffoni e gli occhi scuri. Aveva un viso mediterraneo, era scuro […] L’ho vista […] quando mi è stato mostrato un album di foto segnaletiche» – ma ne fa addirittura nome e cognome: «Antonio Giuseppe Chichiarelli».

«OGGETTO: PECORELLI MINO (DA ELIMINARE)»

L’ingresso ufficiale dell’Icaro marsicano sul palcoscenico di uno degli enigmi più torbidi della storia repubblicana non deve però stupire. Perché non è altro che il decollo di un lungo volo dalle «singolari coincidenze», che inizia la sera del 21 marzo 1979, in una stazione dei Carabinieri della Capitale, al cospetto del sostituto procuratore Domenico Sica. «Uscita dall’edificio verso le ore 21 (era buio), ho avuto la sensazione che qualcuno mi seguisse. Salii in macchina (una 127 Fiat) e cercai di controllare di cosa si trattasse e notai che c’era un uomo, abbastanza giovane, con i baffi, bruno, capelli un po’ lunghi, fermo sul marciapiede. Mi mossi lentamente su via Tacito (sede della redazione, ndg) e l’uomo mi sembrò che mi venisse appresso» racconta una Mangiavacca ancora sotto shock. Tanto da rimanere indicativa sulla collocazione temporale: «Circa 10/15 giorni fa». Invece a Perugia, nel 1996, non ha dubbi: «È accaduto il 6 marzo».  

C’è anche Sica tra i testi chiamati a deporre nel capoluogo umbro. E quella data rimanda a un’altra vicenda passata sulla sua scrivania alla Procura di Roma e che ebbe come protagonista proprio Chichiarelli: la rapina alla «Brink’s Securmark» (24 marzo 1984). Nella rivendicazione del «colpo del secolo» (35 miliardi di lire) il falsario fa ritrovare l’originale di quattro schede dattiloscritte. Una di queste recita: «Oggetto: Pecorelli Mino (da eliminare)». La lettura è rabbrividente. Il giornalista è pedinato, ma se nei pressi della sua abitazione o dentro il palazzo di Giustizia è sconveniente colpirlo è «ottimale invece sede di O.P. via Tacito 50, orario di azione preferibilmente dopo le 19». Qualche riga più in basso la specifica che «causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei Carabinieri zona Piazza delle cinque lune, l’operazione è stata rinviata». Ma quando si sarebbe dovuta tenere? «Mercoledì 6 marzo 1979». Cioè il giorno nel quale la Mangiavacca afferma di essere stata seguita da un uomo, che poi identifica in Chichiarelli, dopo essere uscita dal giornale insieme a Pecorelli come tante altre volte.

GLI STRANI MOVIMENTI SOTTO LA REDAZIONE DI «OP»

Il militare della scheda è il tenente colonnello Antonio Varisco. Principale informatore di Pecorelli grazie ai suoi ottimi uffici dentro la città giudiziaria, dove operava come responsabile del nucleo traduzioni e scorte, muore poche settimane dopo (13 luglio 1979) in un agguato ascritto alle Brigate Rosse nonostante più di una contraddizione. La sua compagna di quei tempi, Cristina Nosella, collaboratrice di «OP», sempre nel processo di Perugia (31 luglio 1996) afferma che a piazza delle Cinque Lune aveva un ufficio il parlamentare della DC Emilio Colombo, in ottimi rapporti con Varisco. Ma era previsto un incontro tra quest’ultimo e Pecorelli la sera del 6 marzo? Secondo quanto appuntato dal cronista molisano sulla sua agenda, no. Quindi? Si vide con un altro ufficiale, ma dalle 21 in avanti? Oppure quella scheda, che Chiara Zossolo (moglie di Chichiarelli) nel gennaio 1985 attribuì al marito, presenta un errore? Dopotutto «Tony» era un falsario e potrebbe averne alterato il contenuto. O forse il pedinamento della Mangiavacca non risale al 6 marzo?

Di certo sotto la redazione di «OP» c’erano strani movimenti. Un rapporto dei Carabinieri del 21 marzo 1979, formulato su testimonianza che richiese l’anonimato, vuole che intorno alle 16 del giorno precedente vi gravitasse un trentottenne, alto circa 1,73 m, carnagione olivastra, occhi e capelli scuri. Un «tipo meridionale». E sempre riguardo a quel pomeriggio, il 2 aprile 1979 Rosita Pecorelli, sorella del giornalista che era andato a trovare con la figlia e la madre, fa mettere a verbale le seguenti parole: «verso le ore 15, davanti all’ingresso dello stabile, notai un’autovettura di colore verde, di tipo sportivo, di media cilindrata. Successivamente, intorno alle 16:30, nel momento in cui mi fermai davanti allo stabile per salutare mio fratello, notai ancora l’auto predetta alla cui guida vi era la stessa persona. […] apparente età di anni 45-50, corporatura robusta, capelli non molto folti di colore imprecisato».

UN GIORNALISTA CON OTTIME ENTRATURE

Nella riunione di redazione del 12 marzo 1979 Pecorelli fa presente di essere stato minacciato di morte da ignoti. Non c’è da meravigliarsi. La sua rivista, nata durante il sequestro Moro del quale ventilerà la detenzione non a via Montalcini bensì nell’ambasciata cecoslovacca, dà fastidio a molti. Grazie alle sue ottime entrature parlamentari – era stato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo ed era amico dell’onorevole Egidio Carenini (entrambi DC) – nei servizi segreti (i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti, il capitano Antonio Labruna) – e nella magistratura – i principali procuratori della Capitale – aveva sempre notizie di prima mano e molto scottanti. Una di queste riguardò anche il mondo dei falsari d’arte. Quelli come «Tony». «Catalogo sui falsi De Chirico – Chi li ha fatti, chi li possiede» titola il numero di «OP» della settimana di Natale del 1978. L’articolo accenna a un’indagine dei Carabinieri su un traffico di falsi del maestro della metafisica, del quale Chichiarelli era un ottimo imitatore, e si sofferma sulle conoscenze altolocate dei loro commercianti. Le aveva anche «Tony»? E seppur omesso nel pezzo, era coinvolto in quell’indagine? Pecorelli lo conosceva?

Altri contatti fra i due nel materiale del «borsello del Piper». È il 14 aprile 1979, venticinque giorni dopo l’omicidio. Oltre alla fotocopia dell’originale della scheda di cui sopra, anche un biglietto dei traghetti Villa San Giovanni-Messina e undici pallottole calibro 7,65. Paolo Patrizi, braccio destro di Pecorelli a «OP» fin da quando era agenzia, il 22 marzo 1979 racconta a Sica che fra gli argomenti del nuovo numero c’erano anche «3 pagine sui traghetti di Messina (accuse dei marittimi alla mafia di manovre per favorire i trasporti privati)». Fra la documentazione agli atti c’è la bozza del pezzo, intitolato: «Da Scilla a Cariddi». E nella sentenza di archiviazione del 1991 si legge: «Pecorelli è stato ucciso con proiettili calibro 7,65».

«OPERAZIONE CONCLUSA: MATERIALE RECUPERATO, PURTROPPO NON È COMPLETO»

Planiamo di nuovo sulla scheda dell’Icaro marsicano. C’è scritto: «Non bisogna assolutamente rivendicare l’azione anzi occorre depistare». Così è inquadrata la telefonata giunta il 22 marzo 1979 all’allora procuratore capo di Roma Giovanni De Matteo che vuole dietro l’assassinio un certo «Lucio» Gelli, storpiatura del ben più noto «Licio», gran maestro della P2, la loggia massonica segreta ed eversiva alla quale per un breve periodo è stato iscritto pure Pecorelli, che poi prenderà ad attaccarla sulla sua rivista. Sennonché c’è già stata un’altra rivendicazione col medesimo fine. La Digos riporta una telefonata all’Ansa di Roma alle 2:50 del 21 marzo. «Qui Nuovo Nucleo Anarchico, rivendichiamo l’uccisione del giornalista Pecorelli. Distruggeremo tutta l’Italia se Andreotti non va via dal governo, lui e i suoi sicari, i suoi sbirri che attaccano gli anarchici sparsi in tutta Italia». A parlare, una voce femminile con la «erre» moscia. Chi era? Come seppe della notizia in un’Italia senza internet e cellulari e nella quale i media avevano tempi di comunicazione pachidermici rispetto agli odierni? Ma soprattutto: a quale delle due rivendicazioni si riferiva la nota della scheda?

Nel suo ultimo paragrafo l’ultima connessione fra «Tony» e «Mino». La più inquietante. E, forse, chiarificante. «Martedì 20 ore 21,40 giunta notizia Operazione conclusa positivamente: recuperato materiale purtroppo non è completo, è sprovvisto del paragrafo 162, 168, 174, 177». Dunque Chichiarelli sapeva «chi» e «perché» era stato ucciso Pecorelli? Sempre secondo la moglie, sì: «Aveva scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto scoprire e che il delitto era stato commissionato da persone al di sopra di ogni sospetto, molto in alto, che si mascheravano dietro un falso perbenismo» si legge nella sentenza della Corte d’Appello del Tribunale di Perugia, il cui verdetto sarà ribaltato dalla Corte di Cassazione che assolverà tutti gli imputati. Ma chi erano quegli «insospettabili»? Mistero. Come il movente. Collegabile però a quel materiale. Riferimento? Pecorelli in ufficio custodiva molti documenti, quasi tutti provenienti dai servizi segreti. Erano le fondamenta dei suoi articoli. Furono sequestrati la sera del delitto. Se nel suo scritto Chichiarelli non ha bleffato, in quei numeri c’è la soluzione del caso. Però come faceva a conoscerli? E per conto di chi spiò Pecorelli?

Quando scioglierà questi due interrogativi, non è escluso che il filo delle informazioni unisca anche un altro punto di contatto fra il giornalista e il falsario dei misteri d’Italia: quello del mandante della loro fine.