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Mostro di Firenze. Un’ indagine al di sopra di ogni sospetto

Paolo Cochi

Recentemente è stato archiviato il principale filone di indagine sui delitti del cosiddetto mostro. E’ dunque fallita anche l’ultima «pista» dell’avvocato Vieri Adriani, legale dei familiari delle vittime francesi Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili uccisi a Scopeti il 7 settembre 1985

«Tutto ciò che non è provato… non esiste».
Pier Luigi Vigna

Ci sono storie complicate dall’inizio semplice, ma non è questo il caso. In questa storia di semplice non ci sarà mai niente. Tante indagini, molti filoni d’inchiesta, montagne di carta e fiumi d’inchiostro, tra atti d’ufficio, documenti processuali, ricerche, pubblicazioni, teoremi. Eppure nella civilissima Firenze di oggi – la stessa che delle vestigia di un illustre passato e delle sue campagne così ricercate, meta ambita da chiunque, si era fatta vanto – qualcosa di impensabile è rinvenuto a galla, a testimonianza di un passato creduto ormai sepolto, fatto di congiure e tradimenti, roghi e impiccagioni, vendette e sangue. Quella del mostro di Firenze è una di quelle storie che non basterebbe un’enciclopedia per raccontarla tutta.

UN LIBRO DI 530 PAGINE

Recentemente è stato archiviato il principale filone di indagine sui delitti del cosiddetto mostro. E’ dunque fallita anche l’ultima «pista» dell’avvocato Vieri Adriani, legale dei familiari delle vittime francesi Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili uccisi a Scopeti il 7 settembre 1985. Il giudice di Firenze Angela Fantechi ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sugli ultimi indagati in ordine di tempo per gli omicidi attribuiti al mostro, l’ex legionario Giampiero Vigilanti, 90 anni, e Francesco Caccamo, 89 anni, medico. Rigettata l’istanza di opposizione all’archiviazione.

L’intera vicenda che attraversa cinquant’anni di storia del nostro Paese l’ho raccontata e documentata in un libro di 530 pagine: Mostro di Firenze – Al di la’ di ogni ragionevole dubbio. Il volume, considerato da molti il testo più completo sulla vicenda, riporta documenti di indagine, atti processuali, ricerche e testimonianze ed è stato recentemente inibito al pubblico da un giudice di Venezia. Un provvedimento che non ha precedenti nella giurisprudenza italiana.

Il testo smonta per pezzo le indagini e i processi che hanno portato alla condanna dei cosiddetti «compagni di merende» per gli ultimi quattro duplici omicidi del mostro.

Ma torniamo con un salto nel tempo all’agosto del 1968, dove tutto iniziò.

SIGNA, 21 AGOSTO 1968-SAGGINALE, 15 SETTEMBRE 1974

21 agosto 1968 – Il delitto di Signa del 1968 è considerato da molti il primo della serie. Per altri, invece, la mano di questo delitto, pur essendo in qualche modo collegata alla vicenda, non è quella del mostro di Firenze. Sappiamo però che l’arma, fino a prova contraria, è la stessa dei delitti successivi: verosimilmente una Beretta calibro 22 mai individuata. A tale proposito i bossoli parlano chiaro, come la perizia stabilisce. La notte del 21 Agosto 1968 aprì, come il prologo di una favola dell’orrore, quella catena di omicidi dell’assurdo che durerà per altri diciassette anni. Una notte che avrà come protagonista uno sventurato pollicino, Natalino Mele, sette anni da compiere il 25 dicembre, sulle cui spalle innocenti grava tutt’oggi la mancata soluzione di un mistero, il primo, al quale ne seguiranno tanti altri nel tempo.

15 settembre 1974 – Sagginale, frazione di Borgo San Lorenzo: Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, freddati con dieci colpi di pistola. La ragazza verrà ritrovata con novantasei ferite da punta e taglio e un tralcio di vite infilato per metà nella vagina, elemento, questo, che ha alimentato la pista «esoterica», benché la vite da cui proveniva quel reperto fosse ad appena un paio di metri dal corpo della vittima.

Il delitto, il primo sicuramente maniacale, non presenta aspetti particolarmente controversi. E’ tutto drammaticamente banale: il mostro uccide i due poveri ragazzi e poi deturpa il corpo della Pettini. Il tralcio di vite non sbuca fuori da qualche «ricetta esoterica» o interpretazione religiosa come qualcuno ha ipotizzato: semplicemente nel luogo del delitto c’era un vitigno, dal quale l’assassino ha strappato un tralcio per infilarlo nel corpo della ragazza a mo’ di spregio. E’ il sintomo di una mente disturbata che sette anni dopo si ripaleserà con uno step successivo: l’escissione del pube e poi, negli anni successivi, anche del seno.

IL DELITTO DI SCANDICCI E LE PRIME MUTILAZIONI. LA FIGURA DI ENZO SPALLETTI

6 giugno 1981 – Scandicci, a sud-ovest di Firenze: Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi vengono assassinati con numerosi colpi di arma da fuoco. Alla De Nuccio viene asportato il pube con tre tagli netti e molto precisi. In questo delitto compaiono per la prima volta le mutilazioni genitali a carico della vittima femminile con «asportazione» di quelli che in gergo tecnico investigativo nei casi di omicidio seriale vengono definiti «trofei».

Il delitto De Nuccio-Foggi in un fotogramma tratto dal DVD «Mostro di Firenze La Zona Oscura Viaggio nei luoghi del mostro di Firenze»

Nel 1981 Firenze realizza che un serial killer di coppiette sta agendo nei dintorni della città. Nel giugno dello stesso anno il mostro uccide a Mosciano e inizia il macabro rito dell’escissione del pube della donna. Finisce in carcere Enzo Spalletti, un uomo dalla facciata di bravo marito cattolico ma con l’hobby del guardone: verrà liberato dal mostro stesso che torna a uccidere dopo quattro mesi. Cosa incastra Spalletti? Sicuramente le sue dichiarazioni da finto gnorri, rilasciate al bar, che fanno capire come lui probabilmente i due cadaveri li ha visti o forse almeno qualcosina sa. Davanti agli inquirenti tentenna, finisce in gattabuia e da quel giorno non parlerà più con nessuno di quella spiacevole notte che gli costò mesi di galera.

C’è però un particolare del caso-Spalletti, che è stato troppo trascurato dalla stampa e nella bibliografia sterminata che si è occupata del mostro. Come testimonia il colonnello Dell’Amico, persona squisita che conserva un’ottima memoria storica sul caso, gli inquirenti interrogano Spalletti perché qualcuno segnala la sua targa in prossimità del delitto. E’ una segnalazione anonima della quale sarà impossibile conoscere l’autore. Questa segnalazione è però molto significativa perché, nell’arco di tutta la vicenda, non sarà la prima volta che un anonimo beninformato riesce a condizionare le indagini. Colui che ha segnalato la targa è forse lo stesso uomo in divisa che minacciò Fosco Fabbri, «collega» guardone di Spalletti? Non possiamo affermarlo, tuttavia una segnalazione di questo tipo è molto strana.

Gli scenari possibili non sono molti. Per esempio questo: un cittadino qualunque una sera passa da Mosciano e vede una macchina della quale il giorno dopo, saputo del delitto, decide di segnalare la targa. In questo caso il «segnalatore» avrebbe capacità mnemoniche da Guinness dei primati e una notevole abilità nel leggere al buio: è uno scenario altamente improbabile. Forse allora la segnalazione è partita da un altro guardone, qualcuno che ha visto i cadaveri e anche lo Spalletti aggirarsi nella zona del delitto: bloccato dalla paura che non gli permette di parlare, decide di dare un possibile aiuto alle indagini segnalando la targa del suo amico/conoscente guardone che forse ne sa più di lui. Questa è già una possibilità meno remota, tuttavia mal si spiegherebbe il fatto che la pavidità del segnalatore, verosimilmente consapevole che Spalletti non poteva essere il mostro ma un semplice guardone, fosse così elevata da non farlo mai uscire allo scoperto con un innocente in galera per causa sua.

22 OTTOBRE 1981-19 GIUGNO 1982: I DELITTI DI CALENZANO E MONTESPERTOLI

Il delitto Migliorini-Mainardi in un fotogramma tratto dal DVD «Mostro di Firenze La Zona Oscura Viaggio nei luoghi del mostro di Firenze»

22 ottobre 1981 – Calenzano, a nord-ovest di Firenze: Susanna Cambi e Stefano Baldi, stesso modus operandi e stessa «firma» che compare nei delitti precedenti; anche in questo omicidio alla Cambi viene asportato il pube. Come poc’anzi già specificato, il mostro stesso darà poi un aiuto decisivo alla scarcerazione di Spalletti visto che il 22 ottobre 1981 un’altra coppia viene uccisa a Calenzano. Gli inquirenti capiscono di trovarsi di fronte a un maniaco che ha un target di vittime ben preciso: cerca coppie in macchina, preferibilmente appartate in atteggiamenti amorosi. A Calenzano l’auto delle vittime è in una strada stretta senza sfondo, una posizione strana considerati i tanti posti più comodi presenti in zona. D’altro canto quando si è innamorati non ci si pongono troppi problemi logistici, quindi il posizionamento dell’autovettura può sorprendere ma non eccessivamente.

19 giugno 1982 – Montespertoli, nella zona del Chianti: Antonella Migliorini e Paolo Mainardi. Stesso modus operandi e stessa «firma» che compare nei delitti precedenti. Questo delitto però appare particolare più che altro nella sua dinamica. Infatti qui la zona d’ombra riguarda proprio il come si è svolto il delitto. La macchina della vittima maschile finisce fuori strada, questo certamente impedisce al mostro di effettuare le escissioni. Ma chi era a guidare la macchina che finisce fuoristrada? La vittima maschile o il mostro stesso? Nonostante infiniti dibattiti e ricostruzioni nei processi, non è stato possibile rispondere «con certezza scientifica» a questa domanda; per dovere di cronaca occorre ricordare che la «ricostruzione ufficiale» ipotizza il tentativo di fuga del ragazzo che riesce a mettere in moto l’auto, ma poi finisce fuoristrada ferito con il mostro alle calcagna. In questo omicidio l’assassino dimostra tutta la sua capacità di sparare e reagire adeguatamente alle circostanze avverse che si erano create. E’ difficile, se non impossibile, ricostruire una scena del crimine così concitata, visto che il tutto avviene sul ciglio di una strada non isolata e in un lasso di tempo brevissimo dagli spari arrivano già i primi, purtroppo inutili, soccorsi.

L’IMPROVVISA «REMINISCENZA» DI UN MARESCIALLO DEI CARABINIERI

Dopo questo delitto si «scopre» che la stessa arma del mostro aveva ucciso un’altra coppia nel 1968. Come avviene questa scoperta? Una reminiscenza improvvisa di un certo maresciallo Fiori, che si ricorda del vecchio delitto di Signa (con un presunto colpevole Stefano Mele ancora in galera); l’improvviso ricordo permette di rispolverare un fascicolo su Signa e comparare i bossoli ancora presenti, stabilendo che l’arma è quella del mostro. Questa versione dei fatti sul collegamento con Signa non ha mai convinto buona parte dell’opinione pubblica. I rumors infatti, nell’estate 1982, parlavano di uno o più messaggi anonimi che invitavano ad andare a controllare il vecchio delitto di Signa. C’è chi dice che il messaggio fosse un bigliettino con scritto: «Andate a vedere il processo di Perugia ai danni del Mele» o qualcosa dal contenuto simile, con allegato un articolo di giornale sul delitto del ’68; qualcun altro parlava solo di un bigliettino facente riferimento a Signa, senza nessun articolo di giornale. Varie versioni sul possibile messaggio anonimo sono girate, sicuramente, al di là delle differenze sui dettagli, ma sono comunque troppo insistenti e diffuse per essere solo «chiacchiere» di paese.

Il delitto di Signa, in una ricostruzione tratta dal DVD «Mostro di Firenze La Zona Oscura Viaggio nei luoghi del mostro di Firenze»

Una dichiarazione firmata di Vincenzo Tricomi (giudice istruttore all’epoca del delitto), rilasciata al giornalista Mario Spezi, mette chiarezza su questo punto. Tricomi dichiara che al maresciallo Fiori arrivò un articolo di giornale sul delitto di Signa, articolo che il maresciallo consegnò a lui stesso. Se insieme all’articolo di giornale vi siano stati anche biglietti non viene riportato nella dichiarazione scritta di Tricomi, ma, a logica, anche il solo articolo di giornale sarebbe stato sufficiente a ricollegare il delitto di Signa con quelli del mostro, facendo «accendere la lampadina» degli inquirenti.

Ecco dunque che Fiori non ha avuto un’improvvisa reminescenza o meglio il primo ricordo di Signa può averlo avuto anche lui, ma sicuramente senza un input esterno, cioè il ritaglio di giornale mandato da un anonimo, quel collegamento non sarebbe mai avvenuto nell’estate 1982. Ci sono pochi dubbi sulla possibile identità dell’anonimo beninformato che manda l’articolo: costui è il mostro stesso o un suo aiutante. Chi conserverebbe, infatti, per una quindicina d’anni, un articolo di un delitto di provincia piuttosto banale e con un presunto colpevole ritardato di mente in galera? Qualcuno per il quale quel delitto aveva una certa importanza, qualcuno che conosceva il suo legame con i successivi. Non convince l’ipotesi dell’aiuto di un benefattore che vuole offrire supporto alle indagini in forma anonima: che aiuto beffardo sarebbe un articolo di giornale di un vecchio delitto? Perché, anonimato per anonimato, l’informatore non dà anche qualche informazione su come indagare e su chi possa essere il mostro? Ecco che l’articolo di giornale acquisisce un significato rivendicativo tipico del serial killer paranoico che si diverte a interagire con gli inquirenti, ma non vuole farsi beccare.

GIOGOLI, 9 SETTEMBRE 1983

Come sostengono gli esperti dell’Fbi, un assassino di questo tipo vuole avere il più possibile un «controllo» sulle indagini, a volte addirittura ingannando gli inquirenti con depistaggi fatti per pura megalomania. Chissà infatti se il mostro, nel caso in cui non avesse fatto parte della cerchia dei sardi, avrebbe immaginato che il collegamento con Signa da lui voluto avrebbe portato le indagini su un binario morto incapace di dare frutti. La pista sarda infatti fu pressoché l’unica direzione intrapresa dalle indagini dal 1982 al 1989: pastori e fornai incarcerati e poi liberati dalla pistola fumante del mostro che tornava annualmente ad uccidere, tante ipotesi su passaggi di pistola fra membri di possibili clan, pettegolezzi su perversioni sessuali, ma, alla fine della fiera, nessun successo investigativo.

Intendiamoci, non dico che la pista sarda fosse necessariamente sbagliata, affermo solo che, oggettivamente, non ha portato a risultati di rilievo.

Il delitto Rusch-Meyer secondo la ricostruzione tratta dal DVD di Paolo Cochi «Mostro di Firenze La Zona Oscura Viaggio nei luoghi del mostro di Firenze»

9 settembre 1983 – Giogoli, in località Galluzzo: Uwe Rusch e Horst Meyer. Questo delitto è l’unico in cui a venire uccisi sono due uomini, ma è opinione comune (condivisa anche dagli inquirenti) che probabilmente il «mostro» li abbia scambiati per una coppia, in quanto uno dei due ragazzi aveva lunghi capelli biondi e poteva essere scambiato per una donna.

Forse voleva colpire due omosessuali, forse ha scambiato uno dei due ragazzi per una donna: difficile da stabilirsi. Un dato oggettivo, forse non diffuso limpidamente all’epoca per comprensibili ragioni di privacy, era il fatto che i due turisti tedeschi fossero omosessuali o almeno così riporta un documento dell’Interpool e la perizia dell’Fbi. Rilevante il fatto che i turisti tedeschi siano passati per Scopeti (dove vennero fatti andare via da un metronotte perché là non era consentito sostare), prima di fermarsi a Giogoli: ovverosia i due sostarono nello stesso luogo dove due anni dopo morirà un’altra coppia di turisti, sempre per mano del mostro. Sorge spontanea una domanda: se il mostro riusciva a interagire con gli inquirenti, è plausibile che abbia instaurato un legame anche con le vittime, in primis i turisti, magari fingendosi un italiano gentile disponibile a dispensare consigli su dove pernottare nelle campagne toscane? Chissà. Ciò che è certo è che il mostro appare come un personaggio furbo e ben organizzato, che ha dimostrato di avere una serie di abilità diaboliche: saper sparare più che decentemente, tagliare discretamente, muoversi in luoghi isolati e bui con disinvoltura.

VICCHIO, 29 LUGLIO 2984-SCOPETI, 7 SETTEMBRE 1985. GLI ULTIMI DELITTI

29 luglio 1984 –Vicchio nel Mugello, a nord-est di Firenze: Pia Rontini e Claudio Stefanacci vengono barbaramente assassinati. Si tratta indubbiamente del delitto più efferato della serie: alla Rontini vengono asportati completamente seno sinistro e pube. In questo duplice omicidio, il mostro uccide, praticando per la prima volta l’escissione al seno della vittima. Una teoria interessante su questo ulteriore step omicidiario è disponibile nel video qui sotto.

7 settembre 1985 – Scopeti: Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, ultimo omicidio, ma altrettanto efferato quanto il precedente. Infatti alla donna vengono asportati seno sinistro e pube. Con il delitto di Scopeti, il mostro di Firenze sparisce per sempre nel nulla non prima però di mandare un segnale di presenza, incontrovertibile, che mette in mostra la sua follia, ma anche la sua potenza. Infatti, dopo l’ultimo delitto, il mostro spedisce una busta con un lembo di seno della vittima francese alla Procura di Firenze intestandola a Silvia Della Monica, magistrato donna che si era occupata del caso. Perché il mostro, compiuto il delitto a Scopeti, va fino a San Piero a Sieve a spedire quella busta? Perché compie un percorso variabile dai 48 ai 58 chilometri per mandare questo messaggio? E’ vero che non necessariamente, essendo la data e l’ora del delitto degli Scopeti incerta, il mostro deve aver guidato per una cinquantina di chilometri subito dopo l’omicidio con pistola e feticci appresso: potrebbe essersi fermato a casa per un lasso di tempo sufficiente a riposarsi e ripartire con calma.

La domanda rimane però: per quale di motivo il mostro sceglie San Piero a Sieve? Forse viveva nel Mugello o era nativo di quella zona? Probabilmente la scelta aveva un significato molto più inquietante, quello di un autentico messaggio di sfida agli inquirenti. Infatti, in una recente intervista, la stessa Silvia Della Monica ha dichiarato che nell’85 aveva una residenza estiva proprio nella zona di San Piero a Sieve, a circa tre km dal luogo dal quale è stata inviata la busta. Una bella coincidenza che non può essere sottovalutata. In una lettera anonima, un presunto mostro scrisse agli inquirenti: «Sono molto vicino a voi… Non mi prenderete se io non vorrò…». Scritta dal mostro o meno, quella lettera conteneva forse una verità.