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La morte violenta di Turatello a Badu ‘e Carros

Redazione Spazio70

La violenta stagione dei regolamenti di conti nelle carceri italiane

Nuoro, periferia sud-ovest della città. Un grigio microcosmo di sbarre e cemento accoglie in una cupa fortezza i detenuti più pericolosi d’Italia. È il penitenziario speciale di «Badu ‘e carros», residenza di uomini di camorra, mafiosi, ‘ndranghetisti, terroristi, killer esperti di armi rudimentali e di omicidi a mani nude. Tra quelle mura unte di omertà si confrontano i peggiori elementi del mondo criminale. Basta un ordine, il cenno al boia di turno e l’ora d’aria si trasforma rapidamente in un macabro teatro di morte. È la calda estate del 1981, anno in cui la violenza carceraria raggiunge livelli sconcertanti. Il bilancio annuale sarà di 27 omicidi consumati tra le sbarre dei penitenziari italiani, più del doppio rispetto al 1980. Si tratta quasi sempre di punizioni mortali inflitte ai «traditori», di bocche cucite per sempre agli «infami», ma non solo. In carcere si uccide anche per altri motivi, specialmente quando bisogna ristabilire certi equilibri criminali nei business illeciti che continuano a prosperare nelle grandi città. La posta in gioco è altissima, i miliardi da aggiudicarsi sono tanti, forse è per questo che a Badu ‘e carros è arrivato uno strano telegramma. Un criptico messaggio in codice che per alcuni «addetti ai lavori» appare invece cristallino: «Il Sommo ha deciso che lo zio del nord si sposi al più presto con Maranca».

ANDRAOUS, BARRA, FARRO, MALTESE

Raffaele Cutolo

Per qualcuno non vi sono dubbi, «il Sommo» non può che essere lui, Raffaele Cutolo, capo indiscusso della NCO. Maranca è una storpiatura di «Maranghiello», soprannome di un camorrista, tale Antonino Cuomo, sgozzato nel carcere di Poggioreale da Pasquale Barra nel 1980. Sposarsi con lui significa raggiungerlo nell’Aldilà. Chi è questo «zio del nord» destinato a perire in malo modo? Il suo nome è Francesco «Francis» Turatello, noto boss della mala milanese.

Turatello però non è un detenuto qualsiasi: ha il carisma del capo ancora in carica e in galera se la passa piuttosto bene. Inoltre il «re delle bische» è notoriamente «un duro», un ex pugile dalla stazza possente, uno che sa tirare bei pugni e che non ha problemi ad imporsi sul piano fisico. Farlo fuori non è un gioco da ragazzi, è per questo che si mobilitano quattro assassini armati e feroci: Vincenzo Andraous, Pasquale Barra, Antonino Faro e Salvatore Maltese.

«Giustiziere di infami», è così che ama definirsi Vincenzo Andraous, 27 anni, catanese. Un passato costellato da momenti di estrema violenza sia all’esterno che all’interno del carcere. Nel penitenziario di Novara è coinvolto nel raccapricciante massacro di Boldiszar Vaudicevic e Massimo Loi, al quale viene addirittura mozzata la testa. A breve i giudici contesteranno ad Andraous anche l’omicidio di Claudio Olivati, strangolato proprio nel carcere di Badu ‘e carros nel marzo del 1981. In merito all’uccisione di Turatello «il giustiziere di infami» dirà alla stampa: «Francis si atteggiava a re, non mi piaceva».

Nativo di Ottaviano (NA), santista della Nuova Camorra Organizzata e amico d’infanzia di Raffaele Cutolo, il quarantenne Pasquale Barra (detto «animale») è autore di una lista impressionante di omicidi (alcune fonti ne riportano più di 60) molti dei quali consumati tra le sbarre. Nei penitenziari di tutto il Paese si guadagna la terribile fama di boia delle carceri. «Quello riesce a costruire un coltello con qualsiasi cosa» rivelerà alla stampa un investigatore «ed ha un’incredibile abilità nel maneggiarlo». Proprio in merito alle doti di accoltellatore di Barra, Cutolo scrisse alcuni versi di una poesia in dialetto napoletano molto nota negli ambienti criminali.

Esperto in sommosse carcerarie ed evasioni, il ventinovenne catanese Antonino Faro è coinvolto in risse, ferimenti e omicidi fin dalla metà degli anni ’70. Nel 1981 partecipa alla mattanza di Novara assieme ad Andraous e ad altri detenuti. «Con Andraous al mio fianco ero in grado di ammazzare Turatello e altri dieci Turatello!» affermerà nel 1985. Due anni dopo tenterà di uccidere anche lo stesso Andraous, accoltellandolo a San Vittore con la complicità di Antonio Marano.

Salvatore Maltese, 32 anni, di Rosolini (Siracusa), sulla sua testa pendono condanne per sequestri, rapine e omicidi. Nel 1979 presso il carcere di massima sicurezza di Favignana riesce ad ottenere il trasferimento in un altro penitenziario prendendo in ostaggio una guardia carceraria con la minaccia di un punteruolo alla gola. È considerato dalle autorità carcerarie un detenuto imprevedibile e pericoloso.

LA TESTIMONIANZA DI CONCUTELLI E MALTESE

Pierluigi Concutelli

Sono le 13:45 del 17 agosto. È l’ora d’aria. In cortile, oltre ai quattro appena menzionati, sono presenti diversi detenuti tra i quali il neofascista Pierluigi Concutelli, da alcuni mesi compagno di cella e amico di Turatello. Quanto segue è la sua versione dei fatti: «Le immagini di quel giorno non le dimenticherò mai. Turatello indossava una canottiera Robe di Kappa molto kitsch ma allora tanto alla moda: di cotone traforato, tutta blu. In cortile, all’improvviso, ci furono grida e da lontano notai un uomo con un fazzoletto rosso in mano: ero convinto che stessero giocando a rubabandiera. “Che scemi!” mi dissi. Poi guardai meglio e mi accorsi che non si trattava di un fazzoletto ma di una mano insanguinata. Quell’uomo aveva accoltellato Ciccio. Il tizio era considerato da tutti una mezza sega: cervello piccolo e poche palle. Cosa Nostra, per gli agguati, usava di solito due sicari: uno sicuro, affidabile, e uno scarso. L’uomo che doveva sferrare il primo colpo era questo Maltese: doveva dimostrare il suo valore ai mafiosi, per essere cooptato. Quella era una verifica delle sue capacità. Dopo la prima coltellata si scatenarono tutti gli altri. In quel gruppo c’erano uomini che Francis Turatello aveva aiutato, pagando gli avvocati, dando una mano alle famiglie quando avevano bisogno. La mia prima reazione fu di mettermi in mezzo per salvare Ciccio che nel frattempo mi chiamava invocando aiuto: “Piero! Piero!”. Non riuscii a fare nulla. Un genovese mi bloccò, puntandomi un coltello alle costole. “Non ti muovere, tu non c’entri. Fai conto che stiamo ammazzando un infame”. Bollivo di rabbia. Urlavo: “Sta morendo per niente! Sta morendo per sciocchezze, non per cose importanti!”. Dal gruppo che stava ammazzando Turatello si staccò anche Andraous che venne verso di me con il braccio destro alzato in un accenno di saluto romano: “Fratello, camerata, non ti preoccupare. Non sta succedendo niente. Pensa a te, pensa a te. Pensa che sia un infame”. Sul muro c’era una guardia che stava osservando la scena. Era vicinissima e credo si fosse accorta che ero intervenuto per difendere Turatello. Intanto, continuavano a infierire sul povero Ciccio. C’era pure Pasquale Barra, disarmato». (Da: Pierluigi Concutelli, Giuseppe Ardica «Io, l’uomo nero. Una vita tra politica, violenza e galera» – © Editore Marsilio, Venezia 2008)

Interrogato in sede processuale, nel 1985 Salvatore Maltese racconta la seguente versione: «I due coltelli li tenevo da qualche giorno nell’ano, mi ero aiutato con una pomata. Dovevamo fare in fretta, perdevo sangue. L’ordine di far fuori Turatello giunge da Ascoli Piceno, lì era rinchiuso Cutolo, con una lettera indirizzata a Barra, che poi l’ha passata a me, ad Andraous e a Faro, nella stanza 45, secondo piano. La lettera ce l’ha portata una guardia. Subito abbiamo parlato. Andraous in principio non voleva partecipare. Io oltre al coltello avevo anche un po’ di esplosivo. Decidemmo di agire nell’ora del passeggio; ma da due giorni Turatello non veniva, forse sospettava. Il 17 agosto, di pomeriggio, siamo scesi nel cortile. Turatello c’era. A Faro ho fatto il segnale che poteva prendere un coltello che avevo lasciato al gabinetto; poi mi sono messo a fianco di Turatello, vicino c’era Andraous che mi ha detto: “Puoi cominciare”. Io ho colpito subito al fianco, Andraous l’ha afferrato per il collo. Lui ha cercato di divincolarsi ma Barra lo ha tenuto anche per i piedi. Io e Faro continuavamo con i coltelli. D’Amico e Natale dovevano evitare che qualcuno intervenisse. Colia e Concutelli fecero il gesto, ho sentito dire: “Basta, basta, lasciatelo stare!”».

«Chi è stato a squarciare lo stomaco?», chiede il presidente.

«Fui io», risponde Maltese, «ma non è vero che abbiamo preso a morsi gli intestini. Quando abbiamo finito Barra continuava a dargli calci in testa, Faro ha inferto ancora coltellate al cadavere. Le guardie e il direttore erano lì, vedevano tutto dall’alto. Andraous fu ferito per errore, forse fui io a colpirlo. Faro lo prese in spalla, lo portò all’infermeria. Un coltello l’ho consegnato al brigadiere». In merito al mandante, Maltese non ha dubbi: «Turatello doveva morire perchè i catanesi e i cutoliani volevano spartirsi Milano». Anche Pasquale Barra indica Cutolo come mente dell’omicidio, accusa che il capo della NCO ha sempre negato, come del resto ha fatto anche il boss catanese Epaminonda, detto «il Tebano», che dalla morte di Turatello ha tratto non pochi vantaggi.

«IL CUORE ADDENTATO DI TURATELLO? UNA LEGGENDA PER SPAVENTARE I BAMBINI»

Pasquale Barra

Molto diversa è invece la versione di Antonino Faro: «Cutolo? Epaminonda? Mai visti, mai conosciuti. I mandanti dell’omicidio Turatello non sono loro, Barra e Maltese hanno raccontato un mare di bugie. La verità è un’altra. L’omicidio è stato deciso per questioni interne al carcere. Turatello faceva vessazioni ad altri detenuti più deboli. A Mario Rossi [banda XXII Ottobre, ndr] avevano trovato una pistola. Forse la soffiata era venuta da Turatello. Il coltello non è vero che l’ho avuto da Maltese, me l’ha dato Mario Rossi».

Secondo Faro, anche Barra e Maltese dovevano morire ma la loro eliminazione sfumò per via del ferimento accidentale di Andraous avvenuto durante la mattanza. Su un particolare però sono tutti d’accordo: esecuzione rapidissima, di un paio di minuti. Alle guardie accorse sul posto si presenta uno spettacolo davvero raccapricciante: Turatello è sgozzato e completamente sventrato, con alcuni organi interni ormai sporgenti e visibilmente lesionati, probabilmente per via dell’eccessiva furia nell’assestare le coltellate. Quest’ultimo dettaglio ha dato vita ad una serie di aneddoti tramutatisi in leggende su presunti «atti di cannibalismo» o simbolici gesti di sfregio che sarebbero avvenuti sul corpo ancora caldo di Turatello. A raccontare questi macabri particolari sono proprio i quotidiani nazionali, fin dal giorno che segue l’omicidio. Alcuni testimoni li confermano, altri li negano senza alcun dubbio.

Da «La Stampa», edizione di martedì 18 agosto 1981: «È stato un omicidio di una ferocia inconsueta, spaventosa. Uno dei killers, non si sa con quale esattezza, mentre già “faccia d’angelo” era a terra, gli ha squarciato il ventre con un coltello, gli ha strappato le budella, le ha morsicate e poi le ha sputate in segno di disprezzo. Perché tanta ferocia? Quale “sgarbo” gli assassini hanno voluto vendicare? Oppure hanno solo voluto, con questo gesto da belve, stroncare anche solo l’idea della vendetta da parte degli amici di Turatello?».

Se nel 1985 Maltese nega, nel 1988 Vincenzo Andraous rilascia un’intervista in merito a questo macabro dettaglio: «È falso che abbia morsicato gli intestini di Turatello, fu uno dei miei compagni a farlo. Li mangiò. Gli agenti di custodia sul camminamento videro bene tutto. Turatello fece uno sbaglio. Avvertì la direzione del carcere di un progetto. Ma adesso basta con questa vecchia storia!».

Concutelli parla invece di leggenda metropolitana: «Uno degli assassini, con calma, gli andò vicino e gli tagliò la gola da un orecchio all’altro. Con indifferenza. Tranquillo. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Non è vero, come qualcuno ha detto, che i killer infierirono sul cadavere. Nessuno lo decapitò e nessuno gli strappò il cuore addentandolo. Sono leggende per spaventare i bambini».

Tra versioni discordanti, boia che tentano di ammazzarsi tra loro, leggende e racconti dell’orrore, la vicenda dell’omicidio Turatello continua ad essere tutt’altro che chiara. Secondo Tommaso Buscetta, il vero mandante sarebbe invece il boss Luciano Liggio, da sempre intollerante alla «spocchia» di Turatello.