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Nada Cella: una verità scritta negli atti?

Tommaso Nelli

Il caso della ventiquattrenne segretaria di Chiavari uccisa la mattina del 6 maggio 1996

L’importanza di saper leggere gli atti. Potrebbe sintetizzarsi così il caso di Nada Cella, la ventiquattrenne segretaria di Chiavari morta la mattina del 6 maggio 1996 dopo essere stata aggredita nello studio commerciale dove lavorava. Un delitto finora senza soluzione, ma ritornato di attualità nei mesi scorsi per le iniziative della criminologa Antonella Pesce Delfino e di Sabrina Franzone, legale di Silvana Smaniotto madre della vittima. Il loro lavoro ha riattivato il circuito investigativo grazie a un’azione semplice, ma efficace: riesaminare con accuratezza i documenti della prima inchiesta nei quali sono presenti informazioni all’epoca inspiegabilmente tralasciate, ma rilevanti per arrivare alla verità. Tanto da trasformare questo delitto in un cold case nazionale e ribattezzarlo “la via Poma di provincia” per le sue similitudini con l’omicidio di Simonetta Cesaroni, compiuto a Roma l’8 agosto 1990.

Anche Nada Cella, come Simonetta, era una giovane segretaria, conosceva il suo assassino e venne assalita sul luogo di lavoro, una stanza al terzo piano del condominio al civico 14 di via Marsala, centro di Chiavari, sede dello studio del commercialista Marco Soracco dove Nada era impiegata da cinque anni all’indomani del suo diploma come perito aziendale.

UNA GESTIONE «APPROSSIMATIVA» DELLA SCENA DEL CRIMINE

Nada Cella, fototessera

Il giorno della sua morte, un lunedì, Nada arriva molto presto in ufficio. Non si è mai stabilito l’orario esatto, ma è certo che fu prima delle 8. Perché tra le 7:30 e le 7:45 viene vista entrare in un panificio distante trecentocinquanta metri, in via Piacenza, e alle 7:51 accende il computer del suo ufficio. Di solito però la sua giornata lavorativa iniziava alle 9. Quindi perché tanto anticipo quella mattina? Alle 8:50 il suo pc manda in stampa due fogli. Alle 9:05, quando scende dall’appartamento del piano superiore nel quale viveva con la madre e la zia, Soracco nota che la porta è chiusa soltanto con un quarto di chiave. Pensa che Nada sia già arrivata nonostante non abbia risposto a una telefonata giunta in quegli istanti. Lo fa lui. Però c’è silenzio dall’altra parte della cornetta. Così va nella stanza della ragazza ma, arrivato sull’ingresso, si ritrova al cospetto di una scena agghiacciante.

Esanime e rantolante Nada è sdraiata per terra, in un lago di sangue. Ci sono tracce ematiche anche sulle pareti e dei rivoli che prendono la via del corridoio. Soracco chiama subito l’ambulanza, tempestiva nel trasporto della donna all’ospedale dove però spirerà nelle prime ore del pomeriggio.

Le indagini partono immediate. A dominarle, il più classico tris di domande per un assassinio. Chi ha ucciso Nada? Come? E perché? Capire cosa è accaduto nell’intervallo di tempo tra la stampa di quei fogli e l’arrivo di Soracco, è un rebus. Intanto perché l’arma del delitto non si trova e mai si troverà. Poi perché è impossibile ricostruire con esattezza la dinamica dell’omicidio. La scena del crimine è compromessa. Un po’ per necessità, i barellieri dovettero spostare la scrivania per soccorrere Nada. Un po’ per gestione approssimativa, non venne predisposto alcun transennamento nonostante i curiosi che stazionavano davanti allo studio. Poi ci fu la surreale lavatura del pavimento dello studio da parte della madre del commercialista, la professoressa Marisa Bocchioni, maniaca della pulizia, che non esitò a prendere un secchio d’acqua e uno straccio per cancellare il sangue che dalle scale arrivava quasi fino alla soglia dell’ufficio di Nada. Gli inquirenti avranno sicuramente commesso degli errori, ma è certo che non vennero aiutati né dalle circostanze né dal senso civico di chi non avrebbe dovuto intrufolarsi sulla scena di un crimine tanto più prendendo la libera iniziativa di alterarla.

UNA VITA REGOLARE

Di certo c’è soltanto che l’aggressione si consumò in pochi minuti. Undici, per l’esattezza. Perché erano le 9:01 quando la condomina del piano sottostante lo studio stava guardando l’orologio e sentì un forte tonfo arrivare da sopra. Come se qualcosa fosse stato sbattuto con violenza sul pavimento o contro una parete. La perizia medico-legale stabilì che Nada fu uccisa dopo aver ricevuto pugni, calci e otto colpi da un oggetto contundente appuntito alla testa, poi fracassata contro una superficie piana e ferma che appiattì il cranio. Soracco e la madre diranno però che nello studio non mancava nulla. Particolare che farebbe propendere per un killer armato fin dall’inizio e che contemplerebbe un’azione intenzionale. Oppure una loro falsa testimonianza. Per questa ipotesi di reato entrambi verranno inizialmente indagati e poi prosciolti nella prima inchiesta, salvo ritornare a essere indagati nell’attuale.

Ancora più oscuro il movente dell’omicidio. Non c’erano ombre nella vita di Nada Cella. Persona dal carattere dolce e mite, affezionata alla famiglia con la quale aveva trascorso, come in altre circostanze, l’ultimo week-end della sua vita nella casa di montagna ad Alpepiana, Nada aveva una vita regolare che comunque le andava stretta. Studiava inglese, voleva trovare un’occupazione migliore. Nelle pagine del suo diario segreto, trapelate sui media televisivi, scrisse che era stanca di Soracco e del suo modo di fare. Una sera a cena scoppiò a piangere all’improvviso davanti alla madre, dicendo che se ne voleva andare. Però col datore di lavoro c’era soltanto un rapporto professionale, nessun coinvolgimento sentimentale o frequentazioni al di fuori dell’orario d’ufficio. Un motivo in più per cercare l’assassino fuori dal civico 14 di via Marsala.

I TESTIMONI ALL’ESTERNO DEL PALAZZO

Due mesi e mezzo prima di essere uccisa, Nada fu vittima di due brutti quanto strani episodi. La distruzione del fanale della bicicletta e poi il furto della macchina, ricomparsa però poche ore dopo. Vedendo quello che è accaduto dopo, si potrebbe leggere come un avvertimento da parte del killer. Del tipo: “Posso arrivare a te e farti del male. Ora demolendo o sottraendoti un bene prezioso, successivamente colpendoti in prima persona”. Ma chi poteva volerle del male? Secondo quanto dichiarò la sorella Daniela alla trasmissione RAI “Mistero in Blu” nel 1998, Nada sognava il grande amore. Ma non aveva un fidanzato e non c’era nessun uomo nella sua vita. Quindi nessuna rivale sentimentale, anche perché non era il tipo di persona da cercare rivalità. Semmai a subirla per la malvagità e l’invidia altrui. La sua posizione sociale, agli occhi di una persona dal vissuto travagliato, sarebbe potuta apparire invitante.

A intensificare il mistero, l’assenza di testimonianze su quella tragica mattina. Almeno nel condominio. Dove nessuno vide entrare Nada, nemmeno la donna delle pulizie. Dove, ipotizzando una discussione e poi una colluttazione sfociata in un’aggressione mortale, nessuno sentì nulla (tranne una porta sbattuta, pochi minuti prima dell’omicidio, sulla quale comunque ci sono divergenze). E dove nessuno notò l’assassino. Sennonché all’esterno ci fu chi ebbe uno sguardo migliore. O più attento, chissà. Fatto sta che un mendicante raccontò di aver visto una donna con gli abiti insanguinati uscire dal palazzo dopo le 9 di quella mattina. Idem un’altra testimone che – come si apprende dalla testata telematica “Cuneodice.it” – mise a verbale la presenza in via Marsala, nella stessa ora, di una donna tra i 23 e i 29 anni, capelli neri mossi e spettinati sopra le spalle, corporatura robusta e alta circa 170 centimetri, che “teneva sollevata la propria mano destra, visibilmente sporca di sangue sul palmo, guardandosi di continuo intorno”.

Poi alle 12:45 di quel 6 maggio c’è la telefonata di un uomo di Chiavari alla polizia: “Ho visto fuggire un motorino nero da via Marsala verso le nove, nove e trenta” con una donna alla guida. Anche un avvocato di Chiavari, Gianluigi Cella, soltanto omonimo della vittima e con lo studio a trecento metri dal massacro, quel giorno ricevette una telefonata. Era una donna. Verso le 8:50 aveva visto una giovane del luogo, Annalucia Cecere, alle prese col suo motorino parcheggiato proprio in via Marsala. Sconvolta in volto, non avrebbe risposto al suo saluto. Costei, impiegata presso un’impresa di pulizie della zona, abitava di fronte il palazzo di Soracco. E, secondo più di una voce, se ne sarebbe invaghita, vedendoci un ottimo partito per un riscatto sociale originato da un’infanzia difficile. Venne iscritta per nove giorni nel registro degli indagati. Poi ne uscì, nonostante il ritrovamento a casa sua di bottoni analoghi a quello rinvenuto sul pavimento dello studio sotto il corpo di Nada. Sennonché il suo nome ritornò in un’altra telefonata, ad agosto 1996, alla mamma del commercialista. A farla, una anonima secondo la quale a Chiavari sarebbero stati in tanti a sospettare che l’assassina potesse essere davvero la Cecere. Nonostante questo, tutti avrebbero taciuto per paura. 

Proprio da simili testimonianze mai approfondite è scaturito il lavoro di Antonella Pesce Delfino che aveva scelto il caso Cella come argomento per la tesi del suo master in Criminologia all’università di Genova. Da qui è ripartita l’indagine che ha riportato Cecere in cima al registro dei sospettati. La donna ha dichiarato che la mattina dell’omicidio era a fare le pulizie presso un dentista di Sestri Levante, a dieci chilometri di distanza. Un alibi in corso di verifica da parte della Procura di Genova, che dovrà accertare anche se nel suo motorino posseduto dagli anni Novanta e nascosto nella sua abitazione del cuneese (dove si trasferì pochi mesi dopo l’omicidio) vi siano tracce di sangue. Gli inquirenti saranno chiamati a verificare anche se sia lei la donna citata nelle intercettazioni telefoniche e se davvero un sacerdote ricevette la sua confessione dopo l’omicidio senza però poterla rivelare per via del sigillo sacramentale.

Ma perché, per un quarto di secolo, questa marea di informazioni è rimasta chiusa dentro un fascicolo inabissato tra la polvere e l’umidità di un archivio? È il primo interrogativo al quale rispondere dopo aver trovato la verità su Nada Cella. La cui storia ribadisce come per molti delitti la soluzione risieda nelle persone vicine alla vittima o al luogo dove questa è stata uccisa.