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«Caccia al gay» nella Capitale: i delitti di Monte Caprino

Matteo Picconi

Dopo una sorta di «tregua culturale» rappresentata dagli anni Settanta, il decennio successivo ripropone prepotentemente il problema della diversità sessuale

«Questa è una battaglia di libertà. Contro il pregiudizio antiomosessuale, rivendichiamo la libertà sessuale». Con questo slogan centinaia di manifestanti scendono in piazza a Roma nelle due giornate del 15 e 16 maggio 1982. È la prima volta che le comunità gay, fino a quel momento disorganizzate e il più delle volte socialmente marginalizzate, si mobilitano a livello nazionale in difesa dei loro diritti. Una protesta che non si accende senza motivo: poche settimane prima, nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1982, un operaio di trentasei anni, Salvatore Pappalardo, viene brutalmente ucciso a bastonate presso Monte Caprino, area adiacente al Campidoglio, uno dei luoghi d’incontro più rinomati delle realtà gay della Capitale. Un omicidio per certi versi inspiegabile, la cui unica motivazione plausibile appare di natura omofoba, «antiomosessuale» come si legge sugli organi di stampa di quei giorni, una sorta di spedizione punitiva nei confronti di un obiettivo socialmente debole e, appunto, «diverso».

«OUTDOOR CRUISING»

Un’immagine di Monte Caprino alla fine degli anni Ottanta

L’intolleranza nei confronti degli omosessuali, così come nei confronti di tutte le diversità sessuali, può considerarsi un fenomeno secolare e, almeno in Italia, ad oggi tutt’altro che superato. Basta concentrarsi su un qualsiasi decennio del secolo scorso per accorgersi che i pregiudizi e le violenze nei loro confronti rappresentano una realtà costante, riscontrabile a tutti i livelli della società. Eppure il delitto Pappalardo, analogamente a quello di Gerardius Romers, costituisce un momento di rottura. Dopo una sorta di «tregua culturale» rappresentata dagli anni Settanta, dove le discriminazioni e le violenze nei confronti degli omosessuali erano piuttosto frequenti ma assai trascurate a livello mediatico, il passaggio agli anni Ottanta ripropone prepotentemente il problema della diversità sessuale. Gli omicidi di Monte Caprino non fecero altro che accendere i riflettori su una questione sociale fino a quel momento del tutto ignorata.

Occorre precisare che anche le comunità gay furono protagoniste negli anni della contestazione. Basti pensare che il FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) nasce a Torino nel lontano 1971, costituendo per la prima volta un movimento che si facesse portavoce dei diritti di tutti gli omosessuali. Di ispirazione marxista, l’associazione fondata da Angelo Pezzana si rende protagonista di numerose iniziative e convegni; nel 1972 viene lanciata anche l’omonima rivista che viene pubblicata fino al 1982. Tipico dei movimenti di sinistra degli anni Settanta, il FUORI si spacca al suo interno nel 1974 quando alcuni esponenti dell’ala riformistica, tra cui lo stesso Pezzana, confluiscono nel Partito Radicale; vi si contrappone l’ala rivoluzionaria guidata dall’attivista e scrittore Mario Mieli, intorno al quale si costituisce il FUORI Autonomo. Sul finire del decennio l’associazione e la rivista entrano in crisi, fino al definitivo scioglimento nel 1982.

La mancanza di spazi di aggregazione, l’effettiva assenza di un movimento politico unitario, la diffidenza da parte delle istituzioni e, non di rado, l’ostilità degli appartenenti alle forze dell’ordine, riproponevano all’inizio degli anni Ottanta il problema delle minoranze gay, poste sempre più ai margini del vivere quotidiano. Questi margini, a Roma, erano rappresentati dai pochi luoghi di ritrovo che gli omosessuali avevano occupato nel corso del decennio precedente: tra i più noti, piazza dei Cinquecento, Colle Oppio e, soprattutto, Monte Caprino, ossia i giardini a ridosso del Campidoglio. Tacciato come luogo di assoluto degrado, di prostituzione maschile, uno «scopatoio» si legge per molti anni sui giornali, il parco diviene il simbolo di una libertà sessuale negata.

«Monte Caprino» scrive in «Quando eravamo froci» lo scrittore e attivista Andrea Pini nel 2011 «alla fine degli anni Settanta è diventato il luogo di incontro gay per eccellenza, molto frequentato anche dagli stranieri in vacanza nella Capitale. Quel tipo di giro si è creato solo dopo la comparsa del movimento gay, con la nascita di una nuova consapevolezza che ha spinto gli omo delle nuove generazioni a cercarsi e a frequentarsi in modo più esclusivo. Prima non era così, la stragrande maggioranza dei gay non si dichiarava e forse non si considerava neppure tale (…)».

Di fatto gli omosessuali si prendono autonomamente uno spazio all’interno della città, un’area «only gay» la definisce lo stesso Pini, un «outdoor cruising» per usare una terminologia delle stesse comunità. Un luogo su cui, però, peserà il pesante giudizio morale dei cittadini e delle istituzioni. Da spazio «tollerato», nei primi anni Ottanta il giardino del Campidoglio diviene facile bersaglio di violenze e aggressioni. Ma le scalinate di Monte Caprino non sono i cespugli e gli anfratti del Central Park di New York, immortalati nel criticatissimo film «Cruising» (1980) del regista William Friedkin con un sontuoso Al Pacino; non c’è nessun serial killer a minacciare i frequentatori del parco situato nel cuore della Capitale. Dietro i pestaggi, le rapine e i due omicidi di Pappalardo e Romers si cela un’intolleranza e un odio che negli anni del riflusso e del disimpegno politico conoscono un’inesorabile accelerazione.

«STORIE DI TUTTI I GIORNI»

Un ritaglio de La stampa sul delitto Pappalardo

«Lo hanno ucciso a bastonate» si legge sul Corriere della Sera del 25 aprile 1982 «ieri notte, in via di Monte Caprino, la scalinata che dal Teatro Marcello sale al Campidoglio. Un delitto atroce, quasi certamente maturato nello squallido mondo degli omosessuali che ogni notte fanno di quella zona, centralissima ma appartata, un loro punto di ritrovo».

Non ci va tanto per il sottile l’inviato del Corriere quando parla di «squallido mondo degli omosessuali». Neanche le altre testate sembrano usare toni meno severi: Paese Sera liquida l’accaduto come «una tragica lite tra omosessuali»; L’Unità descrive l’area di Monte Caprino come «uno dei tanti ghetti della prostituzione maschile della Capitale»; per il quotidiano torinese La Stampa le dinamiche dell’omicidio rientrerebbero nell’ambito di «una rissa, una furiosa gelosia tutt’altro che infrequente tra gli omosessuali». Eppure il delitto Pappalardo appare fin da subito un caso diverso, difficilmente inquadrabile nella logica omicidiaria del delitto passionale, men che meno una tragedia sfociata nel giro della prostituzione.

Il trentaseienne Salvatore Pappalardo era originario della provincia di Catania ma fin da giovanissimo si era trasferito con la famiglia a Torino. All’età di ventotto anni si stabilisce a Moncalieri, dove lavora come operaio nella Digital Elettronic Automation (DEA), azienda pionieristica nel settore della meccatronica. Nel pomeriggio del 23 aprile 1982 prende un treno dalla stazione di Torino Porta Nuova, in direzione della Capitale. Motivazione del viaggio, la partecipazione a un matrimonio di un amico, previsto per il giorno successivo ad Orvieto. Ma a quelle nozze, Pappalardo, non arriverà mai. Il suo treno giunge a Roma intorno alla mezzanotte; la coincidenza per la cittadina umbra è alle 5.30 del mattino seguente. Le indagini della squadra omicidi guidata da Nicola Cavaliere partono proprio dalla stazione della Capitale: non appena sceso al binario 6, l’operaio della DEA lascia il suo bagaglio nel deposito della stazione Termini, per poi inoltrarsi nel centro della città. Per circa un’ora i suoi spostamenti sono avvolti nel mistero.

«La segnalazione» riporta L’Unità il 25 aprile 1982 «giunge alla centrale operativa dopo l’una di notte. Qualcuno avvisa di aver notato un uomo sanguinante sulla scalinata. Quando arriva la polizia, l’uomo è già morto».

Sul posto le forze dell’ordine trovano una scena raccapricciante: Pappalardo giace sulla scalinata del parco col cranio fracassato; a terra, vicino al cadavere, la polizia rinviene tre paletti strappati da una aiuola poco distante; uno di questi è intriso del sangue della vittima. Nei giorni seguenti l’autopsia rivelerà che il trentaseienne è stato colpito ripetutamente alla testa. Un vero e proprio massacro, compiuto molto probabilmente da due o più persone. Nei primissimi istanti in cui viene rinvenuto il corpo del Pappalardo, la polizia ferma un personaggio sospetto all’interno del parco, il quale, alla vista degli agenti, prova a darsi alla fuga. Si tratta di M.M., una guardia giurata di ventisei anni che, riprendendo il già citato articolo de L’Unità, confessa di frequentare abitualmente Monte Caprino «alla ricerca di avventure». Potrebbe essere un testimone chiave del delitto ma il giovane vigilantes nega di aver assistito al pestaggio. Inizialmente accusato di favoreggiamento, viene scagionato nel giro di pochi giorni.

Fin dalle prime battute le indagini si rivelano molto complesse. Circa la presenza di Pappalardo a Monte Caprino gli investigatori sembrano non avere dubbi: essendo la vittima dichiaratamente omosessuale, non stupisce che abbia voluto spontaneamente recarsi in un rinomato luogo frequentato dalla comunità gay della Capitale. Ma ci è arrivato da solo? Aveva appuntamento con qualcuno o ha incontrato casualmente i suoi carnefici? Ciò che rende complicata la soluzione del giallo è proprio la mancanza di un movente. Da escludere, in primis, l’ipotesi della rapina: nelle tasche del Pappalardo vengono rinvenuti il portafoglio e i pochi soldi che aveva portato con sé (il resto del denaro viene trovato nel deposito della stazione Termini). Assai remota anche l’ipotesi del delitto passionale, poco compatibile con il pestaggio subìto dalla vittima per mano di più autori.

Le indagini condotte a Roma e a Torino non portano a nulla. Vengono interrogati anche il compagno e alcuni amici della vittima ma non emerge nulla che possa ricondursi alla tragedia di Monte Caprino. Pappalardo era una persona normale, che conduceva una vita ordinaria e regolare; nessun particolare scabroso, nessun «giro strano», nessun indizio a cui aggrapparsi. Mentre i media abbandonano la notizia nel giro di pochi giorni, all’interno delle comunità gay il malessere diviene incontenibile: si fa strada la convinzione che Salvatore Pappalardo è stato ucciso solo perché omosessuale, preso di mira solo perché si trovava in un luogo di ritrovo per gay. D’altronde, episodi del genere sono all’ordine del giorno:

«La pista degli investigatori» scrive sul già citato articolo de L’Unità il giornalista Raimondo Bultrini «seguirà quella di altri pestaggi contro gli omosessuali. Una catena di violenze che non vengono mai alla luce, che non trovano spazio sulla stampa. Anche perché sono in pochi a denunciarle, per pudore, per paura, per omertà. Ma sono storie di tutti i giorni».

«UNA BATTAGLIA CORAGGIOSA»

Manifestazione gay al Campidoglio nel maggio 1982

Come si è già detto, il delitto Pappalardo scuote le diverse anime delle realtà gay sparse in tutta Italia. In centinaia scendono per la prima volta in strada, a Roma, nelle due giornate di sabato 15 e domenica 16 maggio 1982. La protesta si concentra su alcuni nodi fondamentali: la mancanza di luoghi d’aggregazione che forniscano una valida alternativa ai consueti, e ormai rischiosi, punti di ritrovo degli omosessuali; una carente tutela giuridica e una fattuale discriminazione nella società, in primis nei pubblici uffici e nel mondo del lavoro; la totale sfiducia nei confronti delle forze dell’ordine, le prime a non garantire la difesa dei loro diritti; infine, la mancanza di dialogo con le istituzioni e, in special modo, con la classe politica. Su tutto, il desiderio di un radicale cambiamento culturale che ponga definitivamente fine alla discriminazione, mai del tutto scoraggiata, nei loro confronti.

È proprio riguardo al rapporto con le istituzioni che si muovono i primi passi verso il cambiamento. Assai significativa l’assemblea pubblica tenutasi il 6 maggio 1982 presso il circolo di San Paolino alla Regola e promossa dalla commissione culturale del PCI. Il convegno, intitolato «Per una città di eguali», vede la partecipazione di alcuni esponenti politici di primo piano, come il membro del comitato centrale del PCI Giovanni Berlinguer (fratello di Enrico) e l’ex partigiana Lidia Menapace (PdUP). Tra i partecipanti spicca anche il nome di un giovane consigliere comunale comunista di ventisette anni, Walter Veltroni. L’importanza di questa assemblea, piuttosto boicottata dalle sezioni comuniste romane, risiede principalmente in quel primo vero segnale di solidarietà da parte di una fetta della classe politica, oltre che un primo riconoscimento verso le problematiche di una minoranza, quella omosessuale, che solo nella Capitale contava all’epoca più di duecentomila persone. L’incontro di piazza San Paolo alla Regola segna l’inizio di una battaglia per i diritti civili dei gay, «una battaglia coraggiosa» dirà in quell’occasione lo stesso Giovanni Berlinguer, dove l’ostacolo maggiore è di natura principalmente culturale.

«La cultura» dichiara il giornalista Eugenio Manca nel corso dell’evento «dunque, la cultura dominante, quella fatta di idee, giudizi e pregiudizi, pare ancora essere il nemico numero uno».

La questione omosessuale non tarda ad arrivare ai vertici della politica capitolina e domenica 16 maggio 1982 i collettivi gay di tutta la Penisola, insieme ai comunisti romani, Democrazia Proletaria, PdUP, il Partito radicale dei Lazio e l’ARCI, ottengono un incontro con l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere, tenutosi presso la Sala Borromini, in piazza della Chiesa Nuova. La risposta del primo cittadino della Capitale è pronta e solidale: presto la comunità gay avrà a Roma un centro polivalente di cultura omosessuale; un anno dopo, la promessa del sindaco Vetere non era stata ancora accontentata. Alla fine del 1983 i movimenti stabiliscono la sede in un locale vicino Piazza Cavour, in via Muzio Clementi, per poi trasferirsi dapprima in piazza Vittorio, all’Esquilino, e successivamente negli stabili siti all’angolo tra via Ostiense e via Efeso, tutt’ora utilizzati nonostante i continui tentativi di sfratto da parte delle amministrazioni locali.

Il 1983 è sicuramente un anno fondamentale del movimento gay romano. Nasce dapprima il Muor, poi Cuor (Coordinamento unitario omosessuale romano), collettivo che raccoglieva l’eredità del Fuori ma anche di altre realtà molto attive in quei anni, come il Collettivo Narciso e il nascente Arcigay di Marco Bisceglia. Pochi mesi dopo il Cuor cambierà nome in Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Sulla denominazione dell’associazione una spiegazione ci viene fornita ancora da Andrea Pini nel suo libro «Omocidi», pubblicato nel 2002: «nel giugno del 1983 nacque il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Nel dibattito di quei giorni si discusse anche sulla scelta del nome da assegnare al Circolo, e qualcuno propose di dedicarlo a Pappalardo. Poi la decisione ricadde sul più noto e simbolico nome di Mario Mieli, che si era suicidato pochi mesi prima a Milano».

Il periodo che segue il delitto Pappalardo segna dunque una svolta nella storia del movimento. Il grande impatto mediatico che accompagna la tragedia dell’operaio torinese, non solo scuote le diverse realtà dell’universo gay italiano, ma apre un dibattito pubblico sul loro ruolo nella società. Si preannunciano anni ancora più difficili per la comunità omosessuale. Proprio nel 1983 si affaccia un nuovo temibile nemico, l’AIDS, il «male del 2000» lo chiamarono alcuni cronisti dell’epoca colti un po’ alla sprovvista. Ma prima ancora di intraprendere questa battaglia, l’attenzione si sposta ancora lì, nel cuore di Roma: neanche diciotto mesi dopo l’agguato ai danni del trentaseienne di Moncalieri, le scalinate di Monte Caprino si macchiano nuovamente di sangue.

«RAID TEPPISTICO PREMEDITATO»

Gerardius Romers, il turista olandese ucciso a Monte Caprino il 5 settembre 1984

Se per il delitto Pappalardo, rimasto senza colpevoli, alcune testate nazionali avanzano le solite ipotesi di una rissa sfociata all’interno dell’ambiente omosessuale, l’omicidio di Gerardius Romers lascia veramente pochi dubbi circa le dinamiche dell’agguato.

«Se li è trovati davanti» si legge sul Corriere della Sera del 7 settembre 1984 «all’improvviso. Era inginocchiato per allacciarsi una scarpa quando ha visto quattro giovani correre verso di lui. Uno di loro, il primo, stringeva un coltello. Ha sentito la lama ferirgli il torace e prima ancora che riuscisse a rialzarsi l’ultimo del gruppo lo ha colpito alla carotide: forse un colpo di karate, forse con un bastone».

Un altro massacro, un’altra tragica morte all’ombra del Campidoglio. È la tarda serata del 5 settembre 1984 quando iniziano una serie di aggressioni contro chiunque si trovi nei paraggi di Monte Caprino. La prima vittima è un prete spagnolo di trentuno anni, Jesus Ruiz, che esercita la professione di medico presso il vicino ospedale Fatebenefratelli, sull’Isola Tiberina. Avvicinato da un giovane che lo costringe a consegnargli i documenti e un po’ di denaro, nel giro di pochi secondi il prete si trova accerchiato da altri tre ragazzi. Subisce un duro pestaggio a colpi di bastone, poi riesce a nascondersi tra i cespugli del parco perché i quattro giovani, nel frattempo, hanno adocchiato un’altra preda. Trattasi di Paolo Sabatini, impiegato milanese che si trova a Roma per motivi di lavoro. Anche a lui vengono estorti preziosi e denaro e prova a reagire ai suoi aggressori. Questa la sua testimonianza rilasciata all’inviato de L’Unità e pubblicata il 7 settembre 1984:

«Passeggiavo lì per caso, su via del Teatro Marcello, quando si è avvicinato un giovane con i capelli neri e corti. Mi chiede il portafogli, e io rifiuto. Dietro di lui vedo arrivare altri quattro ragazzi. Tento di scappare, ma vengo colpito da una bastonata all’occhio. A quel punto reagisco, tento di picchiare anch’io ma mi strappano l’orologio e la catenina, mentre uno di loro continua a ferirmi con un coltello alle gambe. Poi succede qualcosa lì vicino perché mi lasciano da solo».

Anche l’impiegato milanese, alla fine, riesce ad allontanarsi, trascinandosi per qualche decina di metri su via di Teatro Marcello, fino all’incrocio con piazza Venezia. Manca poco alla mezzanotte, le macchine non si fermano alle sue richieste di aiuto. «Ero sporco di sangue, facevo paura…» dice il Sabatini nella già citata testimonianza. Poco prima di essere soccorso da un taxi, dal quale parte finalmente la segnalazione alla polizia, il milanese scorge ai piedi della scalinata di Monte Caprino altre due persone a terra. Sono due turisti olandesi, Antonius Wolters, trentotto anni, e Gerardius Romers, trentanove anni; il primo è accovacciato su sé stesso, il secondo giace a terra, immobile. Nei giorni seguenti i giornali danno molta enfasi al presunto colpo di karate subìto dal Romers alla carotide ma l’esame autoptico conferma che a ucciderlo sono state le numerose coltellate nella schiena. I soccorsi sono inutili, l’olandese muore nel giro di pochi minuti.

A differenza del delitto Pappalardo, gli investigatori hanno molti elementi da cui partire. Importante la descrizione degli aggressori fatta dal Sabatini e confermata dal Wolters. Assai meno collaborativo padre Ruiz, ricoverato in prognosi riservata presso il Fatebenefratelli. Come riporta Repubblica il 7 settembre del 1984, il medico spagnolo si chiude in un prevedibile silenzio: «È un uomo così generoso, così tranquillo – dichiara un collega del prete ferito – credo che lo tengano isolato perché parlava un po’ troppo, sa come vanno queste cose, un prete in giro dopo le undici di sera può creare un caso… noi spesso però ci rechiamo per alcune riunioni proprio vicino al luogo dell’aggressione».

I due testimoni parlano dunque di quattro ragazzi molto giovani, sui vent’anni, vestiti di chiaro e con i capelli corti. Un ulteriore testimonianza anonima, fornita da una ragazza che avrebbe visto i quattro in fuga, sottolinea che i teppisti parlavano con un marcato accento romano. Tra le prime piste investigative non viene ovviamente a mancare l’ipotesi che le aggressioni siano state messe in atto dai c.d. «marchettari», ossia giovani dediti alla prostituzione maschile; ipotesi, questa, piuttosto inverosimile e di conseguenza scartata. In seconda battuta si pensa a un gruppo di tossici e che le rapine siano state realizzate al solo scopo di procurarsi altra droga. Chiavi di lettura troppo semplicistiche e la stessa questura, come riporta il già citato articolo di Repubblica, arriva presto alla conclusione più ovvia:

«Si tratta di un raid teppistico premeditato in una zona frequentata dagli omosessuali e i fatti sono strettamente collegati l’uno con l’altro, non era certamente gente che passeggiava lì per caso» e ancora «Se avessero voluto fare soldi con qualche rapina avrebbero scelto altri posti».

In seguito ai sopralluoghi della polizia scientifica emerge un dato piuttosto inquietante: all’interno del parco vengono trovate evidenti tracce di sangue ma il DNA non appartiene né alla vittima né agli altri tre aggrediti. Se ne deduce che in quella notte di follia almeno un’altra persona è stata aggredita e accoltellata dai quattro malviventi e che sia riuscita a scappare. Gli investigatori sono convinti che ci siano molti testimoni di quelle violenze ma, come spesso avviene nel mondo degli omosessuali, nessuno se la sente di parlare o uscire allo scoperto.

Non c’è solo la polizia sulle tracce degli assassini di Romers. Fin dalle prime ore che seguono l’omicidio, il Circolo Mario Mieli e l’Arcigay di via Beccaria mettono a disposizione una linea telefonica per accogliere eventuali segnalazioni utili a una concreta ricostruzione dei fatti. In un comunicato fatto diramare dalle due associazioni c’è tutta la rabbia del movimento: «denunciamo la gravità di quest’ennesima violenza antiomosessuale, il deterioramento della vivibilità per gli omosessuali a Roma con la progressiva eliminazione di spazi d’incontro e col susseguirsi di raid antiomosessuali». Dure le critiche da parte dell’attivista Bruno di Donato che in una dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera il 6 settembre 1984 non risparmia neanche le forze dell’ordine: «In media due o tre volte la settimana qualcuno di noi, qui a Roma, viene aggredito, pestato (…). Poi in ospedale, al posto di polizia si registra la faccenda come “rissa in seguito ad alterco”. Ma quale alterco? Ci menano per ridere un po’». Concetto ribadito qualche giorno dopo, sempre sul Corriere nell’edizione del 20 settembre 1984, anche dall’allora presidente del Circolo Mario Mieli Vanni Piccolo: «Nemmeno la polizia è sembrata muoversi troppo; per loro stessa ammissione le indagini sono a zero e, purtroppo per noi, hanno avuto un solo, incredibile frutto: retate su retate a Monte Caprino. Quasi che l’assassino si trovasse tra noi omosessuali…». Infine, vale la pena citare una dichiarazione di un giovane attivista proveniente dal Fuori, il ventiseienne Nichi Vendola, che insiste sulla mancanza di spazi destinati alle comunità gay: «Non è la prima volta e non sarà l’ultima, almeno fin quando gli omosessuali non avranno luoghi dove incontrarsi senza dover nascondere la loro identità agli occhi della gente, con il rischio di restare vittime degli squadristi».

Analogamente al delitto Pappalardo e nonostante le testimonianze e gli identikit forniti dalle vittime, anche l’omicidio Romers rimane impunito. Sulle cronache degli anni Ottanta si torna spesso a parlare di Monte Caprino ma piuttosto che reprimere coloro che minacciano i frequentatori del parco, sono proprio quest’ultimi a finire spesso nel mirino dei tutori dell’ordine. Il declino dell’area «only gay» inizia negli anni Novanta, durante i mandati del sindaco Franco Rutelli. Nel 1999 arrivano le potature e le cancellate mentre la definitiva chiusura notturna di Monte Caprino arriva alla fine degli anni Duemila, sotto la governance Alemanno.

Nella Capitale la comunità gay, da sempre contraria alla ghettizzazione, troverà i suoi spazi in alcuni esercizi pubblici come circoli, librerie e, soprattutto, locali notturni. Il primo esperimento di una «gay street» avviene in via Pietro Verri, una traversa di via Labicana, per poi trasferirsi, con ampio successo, sulla più visibile via San Giovanni in Laterano, a due passi dal Colosseo. Le violenze e gli agguati non diminuiscono e, anzi, saranno sempre più connotati politicamente dato che la zona tra Colle Oppio, Celio e San Giovanni da decenni ormai è anche appannaggio di alcune formazioni di estrema destra. In merito, basti ricordare l’incendio del noto locale Coming Out del 2006 e la bomba carta lanciata in mezzo alla gente della gay street nel 2009.