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Quella sera Chichiarelli non salì sul taxi del Piper. Ma allora: chi «perse» quel borsello?

Redazione Spazio70

Un borsello, il suo ritrovamento e una domanda: chi lo abbandonò?

di Tommaso Nelli

Dagli atti giudiziari su uno degli episodi più oscuri degli «anni di piombo» emergono informazioni che mettono in forte discussione una verità stratificata nel corso dei decenni. Ovvero che a depositare sul fondo di un taxi il borsello recuperato da due turisti americani la notte del 14 aprile 1979 sia stato Antonio Chichiarelli, il «falsario dei misteri d’Italia». Una paternità figlia di un ragionamento deduttivo, stabilita però soltanto dopo la sua morte (28 settembre 1984), quando gli inquirenti accertano che era stato lui a compiere, assieme ad altri tre complici, la rapina alla «Brink’s Securmark» (24 marzo 1984). Siccome all’indomani del clamoroso furto erano stati ritrovati gli originali di quattro schede dattiloscritte già presenti in fotocopia nel borsello, era scattato immediato l’accostamento tra i due fatti e la relativa conclusione: a fingere di smarrirlo non poteva essere stato che Chichiarelli.

UN VERBALE DI QUATTRO PAGINE CHE RIBALTA IL TAVOLO DELLE CERTEZZE

Una ricostruzione supportata dalle dichiarazioni di sua moglie, Chiara Zossolo, e di un suo amico, Luciano Dal Bello. Quest’ultimo, alla Squadra mobile di Roma, il 10 ottobre 1984, racconta che lo stesso Chichiarelli gli aveva confidato la storia del taxi. La vedova, il 25 gennaio 1985, al giudice Francesco Monastero, pur riconoscendo la calligrafia del coniuge sulle schede autentiche, prima nega di averle mai viste però poi, ammonita delle conseguenze penali in caso di falso e di reticenza, ricorda che era stata lei a regalare il borsello al marito e che «poco tempo prima della perdita» aveva notato nella loro abitazione di via Sudafrica «fotocopia di alcune schede con delle indicazioni relative a tali Pecorelli, Gallucci e Prisco sul tavolo del soggiorno accanto a una macchina da scrivere». Questa testimonianza fu acquisita nell’istruttoria sulla morte di Carmine Pecorelli, archiviata nel novembre 1989, nella quale si legge che «Chichiarelli era stato l’organizzatore ed uno dei coautori materiali della rapina alla Brink’s del 24/3/1984» e «che era il proprietario del borsello».

Sennonché, proprio nel fascicolo sul suo rinvenimento, assegnato all’allora sostituto procuratore Domenico Sica, salta fuori un verbale di quattro pagine che ribalta il tavolo delle certezze. È quello di Mariano Bini, il tassista di «Pisa-1», la «Fiat 124» dove fu trovato il borsello. Convocato dai Carabinieri della caserma «Podgora» all’alba di quel 14 aprile dopo i due turisti americani, l’uomo fornirà una dettagliata descrizione dei passeggeri caricati a bordo la sera precedente durante il suo turno lavorativo iniziato alle 22. Nessuna di esse corrisponde, anche soltanto alla lontana, ad Antonio Chichiarelli: italiano, capelli neri, lunghi e ondulati; occhi scuri come i folti baffi.

DI «TONY» NEMMENO L’OMBRA

Racconta Bini: «Il mio primo servizio è iniziato verso le ore 10 quando in Corso Vittorio, all’altezza di piazza Navona ho fatto salire tre persone, ritengo di nazionalità francese in quanto si esprimevano in tale lingua […] un uomo di circa 40-45 anni […], una donna di circa 40 anni […] un bambino di circa 10 anni». Vengono scaricati nei pressi dei Musei Vaticani, dopodiché il taxi si dirige all’hotel «Clipper» di via Rasella per caricare «una ragazza di circa 25 anni […] capelli castani indossante un soprabito chiaro». Altro giro, altra corsa. «Verso le ore 22:20 mi sono portato in via del Lavatore n. 30 dove mi attendeva una persona di sesso maschile, di circa 30 anni, vestito con abiti femminili, per cui ritengo fosse un travestito. L’individuo è stato da me accompagnato in piazza Monte Grappa dove ho notato che si è unito ad altre due persone». Successivamente, a via dei Gracchi, sale «una signora di circa 60 anni», che si fa accompagnare a via di Villa Pamphilj. Poi, «verso le ore 23», a via dei Pecci, «una ragazza di circa 20 anni vestita sportivamente, ma con eleganza». La sua meta? Via Crescenzio. Da dove «Pisa-1» riparte in direzione di via Monte Giordano. L’ha chiamato un’altra ragazza di «20 anni con capelli castani rossicci arricciati secondo la moda corrente» che deve andare al civico 30 di piazza di Monte Savello. Alle 23:20 il signor Bini raggiunge piazza dei Mercanti. Fuori il ristorante «Meo Patacca» lo attendono «due persone, ritengo di nazionalità tedesca» che desiderano raggiungere la discoteca «Piper» allora «Make-Up». Questa la loro descrizione. «Il primo, età circa 50 anni, altezza oltre 1,65, capelli corti brizzolati, vestito con eleganza, si esprimeva in lingua tedesca; il secondo di circa 40-45 anni, alto circa 1,75 m, di corporatura robusta, capelli castani, si esprimeva chiaramente in lingua italiana, ma si rivolgeva al suo amico in tedesco». Poco dopo, a via Barnaba Oriani, zona di ambasciate, è il turno di «due persone, un uomo e una donna», entrambi stranieri e sui 25-30 anni, che devono andare alla stazione Termini. Poi, alle 23:45 circa, «Pisa-1» vola in vicolo Sciarra, chiamato da «quattro persone, due uomini e due donne, di nazionalità imprecisa, ma comunque preciso che si esprimevano in lingua portoghese». Infine, l’ultimo atto, il più importante: via della Lungara, Trastevere, per accompagnare al «Make-Up» i due giovani americani che, mentre scendono dalla vettura, si accorgono del borsello che però apriranno e consegneranno ai Carabinieri soltanto due ore dopo, una volta usciti dalla discoteca.

L’IPOTESI DI UN COMPLICE CHE POI «PERDE» IL BORSELLO SUL TAXI

Preso atto dell’assenza di Chichiarelli fra i dodici passeggeri, oltre a chiedersi se la testimonianza di Bini sia stata tenuta in considerazione durante l’iter investigativo, s’impone una domanda: chi lasciò quel borsello? Al momento, due ipotesi. La prima: Chichiarelli lo depositò sul taxi prima che entrasse in servizio. Ma ciò risalirebbe quantomeno alla sera precedente. Perché l’auto, come consuetudine visto che appartiene a chi la guida, dal mattino del 13 aprile 1979 era parcheggiata in un’autorimessa di via del Crocifisso, a poche centinaia di metri dall’abitazione del tassista. Quindi il borsello sarebbe rimasto come minimo un giorno al suo interno senza che nessun passeggero l’avesse notato ed eventualmente segnalato all’autista. Però: se si ha intenzione di far ritrovare un oggetto, perché ricorrere a un piano così rischioso? Che cosa avrebbe dato la certezza a Chichiarelli che sarebbe andato a buon fine? Dopotutto un passeggero avrebbe anche potuto afferrare il borsello per controllare se contenesse del denaro e poi gettarlo via. Eccentrico quanto si vuole, «Tony» non era certo uno sprovveduto: quello scrigno di carte e segreti fu «dimenticato» perché doveva essere ritrovato. Quindi meglio andare sul sicuro. Per esempio, affidarlo a un’altra persona che poi lo «perde» sul taxi. Spazio dunque alla seconda ipotesi. La presenza di almeno un complice. Ma chi?

COINCIDENZE, CONTRADDIZIONI E OMBRE

Al di là del parere del signor Bini – «Non ho la minima idea su chi possa aver abbandonato sul mio taxi il borsello» – se così fosse, sarebbe la controprova di un Chichiarelli esecutore di direttive provenienti da un mondo di menti raffinate, nel quale trovano sede anche le tre vicende collegate a quel reperto: le ragioni della rapina alla «Brink’s» e gli omicidi di Carmine Pecorelli e dello stesso Chichiarelli. Una ricostruzione collimante con altre parole della Zossolo in Procura (22 febbraio 1985): «Aggiungo che mio marito sicuramente da solo non sarebbe stato in grado di concepire e organizzare un’operazione come quella in questione se non altro per la qualità delle notizie contenute nelle schede che mi si mostrano» e con il protagonismo del falsario, che non faceva mistero delle sue gesta. In particolare a chi gli era vicino. Come Dal Bello, all’epoca anche confidente del maresciallo dei Carabinieri Antonio Solinas. Al quale racconta le esaltazioni dell’amico. «Il Dal Bello mi riferì che il Chichiarelli aveva intenzione di fare un attentato ai danni di un uomo politico successivamente indicatomi nella persona dell’On. Ingrao (notizia al centro di un’investigazione dell’Arma fin dalla fine di febbraio 1979, ndg) […] che era stato l’autore del depistaggio del lago della Duchessa e cioè del falso volantino B.R. […] e che deteneva presso la sua abitazione la testina rotante per redigere il comunicato di cui sopra» dice sottufficiale il 22 novembre 1984 al giudice Monastero. Sennonché Solinas non sentì mai una parola sul borsello: «Nulla sul punto mi è stato riferito dal Dal Bello e nulla mi risulta a tutt’oggi per mia scienza». Un’assenza che spiazza. E non poco. Se, come scritto in apertura, Dal Bello aveva rivelato la notizia alla Mobile precisandone anche il periodo – «circa un mese prima che effettivamente detto borsello fosse rinvenuto» – perché la tacque a Solinas col quale era in ottimi rapporti? Tra l’altro la tempistica della confidenza avrebbe risvolti ancor più inquietanti perché sarebbe giunta prima del 20 marzo 1979, sottintendendo come Chichiarelli sapesse che era in procinto un attentato contro Pecorelli.

«Coincidenze», contraddizioni e ombre. Che più si va avanti e più s’intensificano in un labirinto senza uscita. Ma talvolta basta poco per trovarla. Per esempio, scoprire la verità su quel borsello. Un enigma che ancora una volta ha come protagonista lui, «l’Icaro marsicano dei misteri d’Italia», Antonio Chichiarelli. Uno tanto controverso quanto romanzesco. Uno che sembra sapere, ma fino a un certo punto. Uno che sembra esserci, ma non più di tanto. Uno in contatto con ambienti mai definiti – Dal Bello a Solinas adombrò «alcuni personaggi dei servizi», ma Vincenzo Parisi, allora direttore del Sisde, smentì che «Tony» fosse una fonte cioè un collaboratore regolarmente retribuito – uno sul quale occorre scavare fino in fondo invece di limitarsi alla lettura delle sentenze. Perché è uno che ritorna in storie torbide della nostra Repubblica ancora senza un finale. E perché altrimenti avrà sempre ragione Bertold Brecht: «Di tutte le cose sicure, l’unica certa è il dubbio».