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La Polizia di fine anni Settanta tra crisi di vocazioni ed emergenza terrorismo

Redazione Spazio70

Le preoccupazioni e i timori degli operatori di polizia alla fine dei Settanta

Nel 1978, anno del sequestro Moro, la polizia italiana può contare su 65 mila uomini. Le esigenze di organico ne prevederebbero 80 mila: ai 15 mila mancanti bisogna aggiungere il personale delegato ai più diversi incarichi, servizi burocratici compresi. Si tratta di uomini praticamente sottratti ai compiti più strettamente connessi al controllo del territorio.

LA TANTO ATTESA RIFORMA DELLA POLIZIA

Posto di blocco durante il sequestro Moro

Domenica 15 ottobre 1978 si svolge a Trieste una assemblea regionale del sindacato autonomo di polizia: è solo uno dei tanti dibattiti che si concludono con un comunicato nel quale governo e parlamento vengono sollecitati al varo di una tanto lungamente attesa riforma della polizia.

L’incontro si svolge in un cinema parrocchiale – il Pio XII — a pochi passi dalla scuola che sforna ogni anno mille dei quattromila nuovi agenti di polizia. «Un problema ineludibile che deve essere affrontato» – dice un capitano di Ps presente al dibattito – «è quello della scuola di polizia. Oggi in due o tre mesi si prepara un giovane a fare il poliziotto, molto spesso inadeguatamente, impiegandolo nel frattempo anche nei compiti che una volta erano esclusivamente dei reparti “Celere”. Il bello è che poi ci si chiede perché ci siano le crisi di vocazione; sì perché di vocazione si tratta, dal momento che il più delle volte si è costretti a lavorare 14-18 ore sapendo che non un’ora di straordinario verrà pagata».

Tra i problemi di chi lavora in polizia a fine anni Settanta, c’è anche quello della casa: drammatico soprattutto per chi è costretto a sostenere frequenti trasferimenti da una città all’altra. C’è poi il tema delle carriere bloccate, quello del coordinamento delle forze di polizia, per arrivare infine alla delicata questione del sindacato. Chi si è arruolato in polizia è sì un lavoratore, ma con compiti specifici: «Non possiamo correre il rischio di una politicizzazione che crei tensioni interne», dicono in tanti, «perché il nostro intento deve essere quello di difendere la neutralità politica delle istituzioni». 

IL DELICATO TEMA DELLA APOLITICITA’

Il dibattito tra i poliziotti presenti all’assemblea triestina è in buona parte incentrato proprio sul delicato tema dell’apoliticità delle forze di polizia: «Non vogliamo essere identificati con i vari governi che si susseguono e fare da capri espiatori», dicono gli uomini in divisa presenti all’incontro, «perché rivendichiamo una autonomia funzionale al servizio della legge indipendentemente dall’opportunità politica del momento». Centrale appare anche il tema del rapporto con i cittadini: «Dobbiamo riconquistare la fiducia che abbiamo perso nelle piazze nell’ultimo decennio», dicono i poliziotti, ma a preoccupare è anche il capitolo, sempre aperto, della rappresentanza sindacale

A emergere è soprattutto l’impossibilità, per le forze di polizia, di ricorrere allo sciopero: se i sindacati confederali propongono l’appoggio dei lavoratori degli altri settori, il sindacato autonomo di polizia resta diffidente

Appare quindi centrale per la polizia, alla fine degli anni Settanta, guardare anche all’esperienza degli altri Paesi: le conferenze internazionali organizzate con i sindacati inglesi, francesi, tedeschi avranno un ruolo importante nel processo di riforma e ammodernamento delle forze dell’ordine italiane a cavallo tra i due decenni.