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«Ho tredici anni e mi buco». L’emergenza droga a Milano in una testimonianza del 1977

Redazione Spazio70

Da un articolo del «Corriere d'Informazione» (1977)

Marzo 1977. R. Z., il ragazzino di tredici anni raccolto in una strada di Brera, a Milano, in coma per una iniezione di droga e portato in fin di vita al Fatebenefratelli, è scappato dal reparto «Pizzoni» dove era stato ricoverato. Da allora è introvabile. R. è scappato verso mezzogiorno. Pochi minuti prima aveva telefonato a casa, a suo padre, un piccolo imprenditore edile di Cisliano, un paese alle porte di Milano. Aveva detto: «Papà, questa sera, quando mi vieni a trovare, portami una pizza. Grazie, ciao». Poi ha preso dall’armadietto i suoi vestiti, li ha buttati giù dalla finestra nel cortile interno. Ha imboccato la porta ed è sceso per le scale, senza che nessuno lo vedesse. In cortile ha raccolto i vestiti, un paio di jeans e un giaccone verde di tipo militare, li ha indossati ed è uscito. L’allarme è stato dato solo più tardi.

R. ha girato un po’ per le strade, poi ha chiesto ad alcuni passanti qualche gettone. Ha fatto un paio di telefonate, ha mangiato un panino. Alle due ha suonato al portone all’angolo tra via Richini e via Pantano, dov’è la sede di una radio libera di sinistra, «Canale 96». E’ salito al quarto piano, ha bussato. Gli è andato incontro un redattore della radio. «Sono R.», ha detto, «quel ragazzo che hanno trovato svenuto in via Sacchi. Vorrei parlare alla radio». Carlo, un redattore, gli ha messo a disposizione il microfono. R. si è schiarito la voce, ha aspettato il segnale di via. Ha cominciato a raccontare. Ecco quello che ha detto.

«MI SONO INIETTATO UNA DOSE DI SCOPOLAMINA»

E’ la storia allucinante di un ragazzino di tredici anni che ha rischiato di morire per una iniezione di scopolamina, la droga che danno ai cavalli da corsa.

«Sono R. Z., sono il ragazzo che… mi sono iniettato una dose di scopolamina. Anche se i giornali hanno detto era amfetamina. Quel giorno lì non è successo come dicono tutti i giornali, i giornali della stampa dei padroni della società. Io quel giorno lì mi sono fatto una iniezione di scopolamina, credendo che fosse mescalina. Sono andato subito in trance. Non ho avuto crisi isteriche, solo che non ho capito più niente. Hanno detto che mi hanno raccolto per strada all’una e mezzo di notte. Qualcuno ha detto che ha telefonato un mio amico che si era bucato con me. Altri hanno scritto che mi hanno trovato alcuni passanti. Invece non è vero. Cioè: il ragazzo che era con me aveva capito che io mi ero fatto una scopolamina e che stavo male veramente: alla una e mezzo è andato in un bar e ha telefonato alla Croce rossa. Mi hanno portato in ospedale. Io non capivo niente. In ospedale mi hanno subito fatto la flebo e hanno cercato di rianimarmi. Il mio amico è rimasto fino alle tre a parlare con il medico, per spiegargli che non era amfetamina, ma scopolamina cioè una sostanza per cavalli da corsa. I giornali hanno scritto che sono stato per due giorni in coma. Invece non era vero. Sono stato bene molto prima. L’intossicazione e il pericolo di morte erano passati molto prima. Io non me la prendo tanto con mio padre. Con lui ho dei rapporti da padre e anche da amico. Invece mia madre mi dice una cosa davanti e dietro me ne dice delle altre. Le ho detto che volevo smettere, l’ho detto solo a lei. E invece il giorno dopo sul giornale ho letto che ha detto che io ormai sono irrecuperabile, che la società non fa niente per lei. E invece non si è accorta che sta distruggendo me. Secondo mia madre, un figlio che ha provato la droga è marchiato. E’ marchiato per sempre. Cioè non potrà mai andare in giro a criticare qualcosa perché gli diranno: sei un drogato, stai zitto che sei un tossicomane».

«NON SONO UN TOSSICOMANE, MI SONO FATTO SOLTANTO DUE BUCHI»

«Adesso io sono scappato dall’ospedale. In una maniera un po’ alla western. Ho preso i vestiti che avevo nell’armadietto, li ho gettati dalla finestra. Poi sono uscito. Ho visto gli infermieri che mi guardavano male, forse avevano capito qualcosa. In cortile mi sono messo i vestiti, sono riuscito ad andarmene tranquillo. Uscito fuori è stato come prendere una pugnalata al cuore. Adesso non so cosa fare. Mi hanno detto degli amici che in giro c’è la croce rossa e i poliziotti. E che mi cercano a due a due. Per che cosa? Perché uno esce dall’ospedale? Perché uno ha dei rapporti in famiglia che con il padre possono andare bene, ma con la madre non vanno bene? Perché si è bucato e perché è stato messo sui giornali adesso deve essere marchiato a vita? Adesso sono fuori. Non so dove andrò. Forse da alcuni amici che conosco. No, non nei centri sociali. Perché so che è lì il primo posto dove la polizia e mio padre e mia madre verrebbero a cercarmi. Andrò in case regolari, da persone fidate. Me ne starò lì per qualche giorno a pensare a quello che potrò fare, per vedere di decidere dove andate. I migliori amici che ho trovato li ho incontrati per la strada».

«I giornali hanno scritto anche che Cochis è uno spacciatore. Ma Cochis non c’entra niente. Lui, invece, quando sono uscito è stato con altri ragazzi quello che mi ha dato più fiducia, che mi è stato sempre vicino. E non i preti che sono venuti a trovarmi a dirmi di non bucarmi più. Ho trovato più fiducia con questa gente, con questi compagni, per modo di dire, che aiutano i tossicomani, che in un ospedale adatto proprio al recupero dei drogati. Che poi, sbaglio a dire “tossicomane”. Perché non è vero che io sono un tossicomane. Io mi sono fatto due buchi soltanto, fino a oggi. Uno di amfetamina, che è riuscito bene, e questo di scopolamina che sono andato in trance subito. E’ una cosa brutta quella che succede in questi tempi. Non credo che se vado a parlare con un passante, questo mi dica: sì, sì, hai ragione. Lui non farebbe altro che telefonare alla polizia o telefonare a casa mia a dire di venirmi a prendere oppure mi darebbe un paio di ceffoni. O mi manderebbe al diavolo».

«Io dopo che mi sono fatto il buco non ho capito più niente. Poi ho incontrato le persone che in quel momento erano vicine a me e mi hanno spiegato tutto. Mi hanno spiegato che i tre punti che ho qui sotto l’occhio me li sono fatti andando a sbattere, fuori di me, contro un tavolino di marmo. Allora quel ragazzo che era vicino a me, ha cercato di aiutarmi, di parlare, di farmi capire qualcosa. Ma io non capivo niente. E’ stato come un lungo sonno. Mi sono messo per terra sdraiato e mi sono svegliato che ero in ospedale e avevo dentro le fleboclisi».