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Brigate rosse 1974. Il «processo proletario» al giudice Sossi

Redazione Spazio70

Davanti ai suoi rapitori Sossi lamenta di essere rimasto vittima di una campagna stampa dai toni parossistici

Quando il giudice Mario Sossi viene rapito dalle Brigate Rosse, nell’aprile 1974, è sottoposto a un lungo «processo proletario». La pubblica accusa viene impersonata da quelli che il magistrato definisce «il laureato e il gregario»; il primo — che poi si scoprirà essere Alberto Franceschini, uno dei leader delle Br — si caratterizza per il parlare forbito e la logica stringente, al contrario di Piero Bertolazzi — appunto «il gregario» — che invece attua un sistematico ricorso alla bestemmia, secondo un intercalare «rozzo e limitato» molto diverso da quello «colto» di Franceschini.

UNA PRIGIONE DI FERRO

Franceschini

Sossi impara presto a conoscere ogni minimo particolare della cella nella quale è rinchiuso: realizza subito che è assolutamente impossibile uscirne. Si tratta di una struttura metallica, rinforzata con bulloni: una prigione di ferro priva di finestre, larga due metri per due, alta poco più di un metro e ottanta.

Le pareti sono rivestite di polistirolo. Una piccola porta dà accesso alla prigione del magistrato. C’è anche un «occhio magico» che permette ai sequestratori di osservare ogni minimo movimento del sequestrato.

Il magistrato dispone di una piccola branda: ai piedi del giaciglio trova spazio un secchio per la spazzatura. Di quello è costretto a servirsi anche per i suoi bisogni. Sul soffitto si aprono due piccoli fori per il passaggio dell’aria.

La cella è illuminata da due lampadine, entrambe protette da griglie metalliche. Una diffonde una luce bianca ed è quella che resta accesa tutto il giorno. L’altra è invece rossastra: quando si spegne la prima, si accende la seconda e questo accade sistematicamente dopo il secondo pasto, quindi presumibilmente verso sera.

I «CAPI DI IMPUTAZIONE»

Per approfondire: «Gli anni spezzati. Il giudice nella prigione delle Br», di Mario Sossi

Sotto la luce della lampadina bianca c’è una stella a cinque punte delle Brigate Rosse corredata di una scritta che recita: «Contro il progetto neogollista portare l’attacco al cuore dello Stato».

Sossi si trova in questa situazione da alcuni giorni, con un occhio tumefatto e un paio di costole rotte. Chi lo conosce sa che il giudice «di ferro» soffre di claustrofobia: i suoi rapitori no o se lo sanno se ne fregano.

La crisi claustrofobica è una crisi fisica e psichica. Fisicamente porta a una mancanza d’aria, con la respirazione che si fa affannosa. La condizione psichica dipende molto da quello che uno si aspetta. Se si sa che tutto finisce presto allora va bene, ma in mancanza di una via d’uscita a breve termine ci si sente montare dentro una marea, un desiderio di spaccare tutto.

Sossi non può però spaccare niente; le pareti sono di ferro. Allora cerca di non impazzire recitando preghiere, poesie, addirittura interi brani del codice penale. Alla fine perde lo stesso la calma e inizia a tirare pugni dappertutto, ma gli intimano di smetterla: l’alternativa è quella di essere legato.

Quando i brigatisti gli fanno il «processo», indicano anche i capi di imputazione: dovrà rispondere per «i gravissimi crimini compiuti ai danni del proletariato e dell’intera sinistra». I suoi giudici-rapitori lo informano sulla intenzione di applicare la convenzione di Ginevra, quella sui prigionieri di guerra. E glielo dicono pure: «Sei prigioniero di guerra, quindi se vuoi puoi rifiutarti di rispondere alle domande che ti faremo».

LE COPIE DEGLI ATTI PROCESSUALI

Sossi decide però di parlare: così facendo, calcola, ha almeno la possibilità di stabilire un dialogo coi rapitori, nonostante li consideri banditi. Meglio di niente. «Mi riservo di rispondere», dice, «a seconda delle domande che mi farete».

Quando il «laureato» e il «gregario» entrano nella cella, si presentano con uno schedario metallico: è aggiornatissimo e Sossi se ne accorge ben presto per le domande che gli vengono poste.

Gli vengono mostrate anche copie di atti processuali, specialmente del tribunale di Milano, e questo particolare lo inquieta e gli fa sospettare un tangibile collegamento tra le Br e «almeno» alcuni avvocati.

Gli imputano di essersi accanito contro Giambattista Lazagna, medaglia d’argento al valore durante la Resistenza, arrestato nell’ambito dell’inchiesta milanese sulla morte di Feltrinelli. Soprattutto lo accusano di essere stato inflessibile contro i componenti del gruppo XXII Ottobre resisi responsabili del sequestro di Sergio Gadolla — rampollo di una famiglia di petrolieri genovesi — e di una rapina all’Istituto autonomo case popolari nella quale era stato ucciso il fattorino Alessandro Floris. Dal canto suo Sossi lamenta di essere rimasto vittima di una campagna stampa dai toni parossistici. Ogni scontro verbale con gli avvocati diveniva una provocazione: le richieste di condanna erano sempre definite «durissime» e le sue requisitorie «spietate».

Alcuni giornalisti lo avevano definito, nei loro pezzi, «un burocrate frustrato dalla scrivania» sempre pronto a porre in essere «attività persecutorie contro studenti, intellettuali operai».

«I PROCESSI POLITICI? LI ASSEGNA IL PROCURATORE CAPO»

Gli si imputa anche di perseguire gli edicolanti rivenditori di riviste pornografiche.

L’Unità lo giudica, a suo modo, «un uomo coerente» per il fatto di aver militato, prima di entrare in magistratura, «nelle organizzazioni studentesche di estrema destra». Gli si attribuisce insomma, il piglio del giustiziere.

Francesco Coco

Sossi si difende: dice di aver condotto a termine molti processi a carico di speculatori ed evasori fiscali e di essere una vittima di pregiudizi e aneddoti spesso completamente inventati. Uno di questi si riferisce a quando era stato pretore a Venasca, in provincia di Cuneo: Sossi avrebbe chiesto un passaggio a un automobilista e alla fine del viaggio lo avrebbe multato per eccesso di velocità e sorpasso in curva.

Spietato contro i trafficanti di droga, il magistrato spiega di essere stato clemente con i giovani drogati, evitando talvolta di trasformare il fermo in arresto nonostante la legge punisse anche il consumo di stupefacenti. Sossi dice soprattutto di non essere stato lui a essersi cercato i processi politici, perché è il procuratore capo che di volta in volta li assegna ai sostituti.

I giorni passano e le «udienze» del «processo proletario» si susseguono per la durata di due ore ciascuna. I «giudici» sono affiatati: hanno un copione e lo seguono.

Le domande le pone sempre il «laureato», mentre il «gregario» si limita per lo più a imprecare.

«DOVE ABITA COCO? NON LO SO»

Si batte e ribatte sempre sulla Banda XXII Ottobre. A un certo punto gli chiedono l’indirizzo del procuratore generale Francesco Coco: «Non lo so», dice Sossi forse mentendo, «perché il procuratore non ha ancora trasferito la famiglia da Cagliari a Genova e per il momento alloggia in albergo. In ogni caso anche se conoscessi il suo indirizzo, non ve lo darei mai perché so a cosa vi servirebbe».

La fatica più grande è quella di conservare la propria identità perché il rischio è quello di sentirsi per davvero un imputato. Sossi deve ripetere continuamente a sé stesso che il processo contro la XXII Ottobre è stato giusto e che le sue richieste da pubblico ministero lo sono state altrettanto.

«Ma se fosse marcio il sistema che fino a qui ho difeso?», si domanda Sossi: «d’altronde», pensa, «la corruzione, gli scandali, le lottizzazioni non sono certo invenzioni propagandistiche».

Il giudice giunge alla fine alla conclusione che se il sistema è marcio, i suoi carcerieri lo sono ancora di più: in base a quale legge lo hanno catturato?, si chiede. E in base a quale codice lo stanno processando?

I suoi «giudici» sono «dei criminali, dei fanatici», pensa, ma nonostante questo è necessario, in un certo qual modo, trovare un piano dialettico su un terreno che è stato predisposto da loro.

Alla fine c’è spazio per il rancore verso i partiti e le loro leggi, giudicate da Sossi troppo permissive.

E soprattutto si fa strada dentro il magistrato un senso di colpa: il non trovare la forza e il coraggio di mandare all’inferno i propri rapitori.