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Dicembre 1977. Colloquio con i celerini romani dopo gli incidenti di Castro Pretorio

Redazione Spazio70

di Fabrizio Carbone (Stampa Sera, 19/12/1977)

Roma, 18 dicembre 1977. «Non li posso capire. Siamo coetanei, viviamo come loro la crisi, le difficoltà, e andiamo verso un futuro incerto. Come cittadino anch’io sono per cambiare in meglio la società, che poi vuol dire che tutti dobbiamo cambiare insieme. Invece questa minoranza che è il “movimento” usa la violenza contro di noi in piazza e, sistematicamente, ci accusa di essere “assassini”. Non li capisco. Mi sembrano “marziani”. Noi siamo chiamati al compito di mantenere l’ordine pubblico. Ma come? Contro ignoti che si alzano il fazzoletto sul viso e quando non te lo aspetti ti lanciano la molotov e scappano? Finirò per odiarli, anche se non sono un “coglione” e mi sforzo di mantenere la calma». Sono parole testuali di un agente di p.s., un «celerino». Esce dalla caserma Castro Pretorio in borghese perché ha finito i turni, in compagnia di altri quattro giovani. Mi ha dato appuntamento per parlare insieme del “movimento”, della realtà di un poliziotto. La sera del 12 dicembre scorso, ottavo anniversario della strage di piazza Fontana, all’interno di Castro Pretorio sono successe cose su cui ora indagano il Viminale e la magistratura.

«DISOCCUPATI DEL MOVIMENTO? NON RUBANO IL PANE, MA LE MACCHINE FOTOGRAFICHE»

«Franco, tu c’eri quel giorno. Cosa è successo?».

«Guarda che ormai lo sanno tutti… Molti di noi hanno perso la testa. C’erano i fermati: due-trecento, nella palestra. Sono stati picchiati anche coi manganelli e poi insulti e sputi, lancio di monetine, anche calci, anche col calcio dei fucili che usiamo per i lacrimogeni…»

«Perché tutto questo?»

«Perché possono anche saltare i nervi. Non siamo macchine noi; non sono automi i funzionari. Secondo me ha sbagliato chi ha deciso di portare i fermati alla Celere. Per un momento sembrava che fossimo noi i contestatori e loro gli agenti, fermi senza poter reagire. Tante volte ci succede. In riga su due fronti a sbarrare una strada, fermi per ore con il casco, il giubbotto, il tascapane con i lacrimogeni, lo scudo di plastica e il manganello. Magari piove o fa freddo. Ma non importa: per duecento-maledette-mila lire lo facciamo. Poi arrivano loro, gli “studenti”, con le bandiere e gli striscioni, con la ragazza sotto il braccio e cominciano ad insultarci: “assassini”, “SS”, “fascisti”. Noi fermi, come dicono gli ordini. Poi qualcuno ci fa il segno della pistola e ogni volta mi vengono i brividi addosso. Lo sai perché? Perché quella pistola magari non ce l’hanno, magari sì. Ma come facciamo a saperlo? Me lo dici tu come madonna sappiamo che non succederà nulla di nulla. Ho visto, sai, quando arriva una molotov: un attimo e vedi il fuoco che esplode. Non si capisce più nulla. Poi ti dicono che devi caricare o che devi lanciare i lacrimogeni. A volte siamo noi a spararli prima che ce lo ordinino perché tremiamo di paura…».

«Quella sera del 12 dicembre — riprende Franco — si era sparsa anche la voce che uno dei nostri era morto. Chi l’aveva detto? Non lo sappiamo ma ne parlavano tutti. E allora… C’è stata un po’ la caccia all’uomo. Ho visto ufficiali lanciarsi addosso agli agenti per fermarli. Sono volate parole irripetibili. Sembrava il putiferio…».

L’atmosfera si scalda. Intervengono tutti insieme e il registratore non coglie se non una serie di battute inframmezzate da altre.

«Quelli dell’estrema sinistra sono irresponsabili. Soprattutto chi li dirige; perché noi lo vediamo bene: altro che “autonomi”. I capi dicono cosa fare, danno ordini. E avanti ci vanno i giovani. Pazzi sono. Vogliono fare la rivoluzione contro di noi. Ma come possono sperare… Dove cavolo credono di stare, in Cile? Devono convincersi che stanno sbagliando di brutto». «Ma allora voi li odiate questi giovani del “movimento”, non è così?». Chi risponde sì convinto; chi mugugna. «Io vorrei sapere chi rappresentano e che cosa capiscono. E’ finita una certa epoca. Siamo in tanti ora a voler cambiare. Noi vogliamo il sindacato, garanzie, protezione, possibilità di migliorare. Ma loro? Sempre in piazza, in giro, non lavorano. Dicono di essere disoccupati e poi vanno a fare gli “espropri” nei negozi. E lo sai che rubano? Mica il pane o la carne, che li potrei pure capire. No, si portano via i giradischi o le macchinette fotografiche. Sono “proletari” della minchia. Non vogliono i sindacati unitari, odiano il PCI e tutta la sinistra. E dicono di stare a sinistra. Anzi più a sinistra di tutti».

«Secondo voi come dovrebbe essere l’ordine pubblico?»

«Non sta a noi decidere. Ma se c’è il divieto di manifestare in piazza i giovani non ci devono andare. Ci saranno pure le buone ragioni. Qui non c’è dittatura. Anzi! Qui ognuno dice quello che pensa e lo può scrivere dove vuole. Ma se la manifestazione è vietata per me chi scende in piazza è un terrorista o un sovversivo. E’ uno che è disposto a tirarci una pistolettata in fronte. Quando sono in borghese li sento i discorsi negli autobus. C’è sempre chi ce l’ha a morte con noi; c’è quello disposto a difendere il brigatista; quello che è contento se ci ammazzano. Io sto zitto, ma dentro mi sento male. Non siamo carne da macello… non siamo cittadini inferiori».

L’incontro finisce. Abbiamo anche riassunto concetti estesi e abbiamo «limato» il linguaggio, evitando di riportare parole troppo forti. Questi agenti con cui abbiamo parlato sono per il sindacato di p.s., diciamo che rappresentano la grande fetta «progressista» dell’attuale polizia italiana. Poi ci sono anche coloro che non vogliono neppure discutere dei «mali» della società e del «movimento» degli studenti.