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«Playmen» intervista Julius Evola

Redazione Spazio70

Le critiche a Marcuse, lo scetticismo sul Sessantotto

«PROSSIMO È IL TEMPO DEL PIÙ SPREGEVOLE DEGLI UOMINI »

Lei è l’autore di un’opera, recentissimamente uscita in terza edizione italiana dopo essere apparsa anche in tedesco, considerata come fondamentale da quanti seguono attentamente la sua attività: «Rivolta contro il moderno». Si afferma da più parti che lei, con questo libro, ha precorso di diversi lustri le vedute, oggi tanto strombazzate, espresse dal Marcuse. In altri termini, pur muovendo da posizioni del tutto diverse, lei sarebbe stato il primo a prender posizione contro il «sistema». Ritiene valido questo accostamento al Marcuse? Inoltre, data la parte che Marcuse ha nelle attuali forme di «contestazione» giovanile contro il mondo moderno, quale significato e quale portata ha per lei questo movimento contestatario?

Julius Evola

«In verità, quanto al “precedere” il Marcuse e, dicendo cose assai più interessanti, molti altri autori dovrebbero essere nominati. Vari antecedenti si trovano già in un De Tocqueville, in un J. S. Mill, in un A. Siegfried, nello stesso Donoso Cortés, in parte in Ortega y Gasset, soprattutto in Nietzsche, ancor più nell’insigne scrittore tradizionalista francese René Guénon, specie nella sua Crise du Monde moderne che io ho tradotto a suo tempo in italiano. Fin dal principio del secolo Nietzsche aveva previsto uno dei tratti salienti degli sviluppi accusati dal Marcuse, con le brevi, incisive frasi dedicate al cosiddetto Uomo ultimo: “Prossimo è il tempo del più spregevole degli uomini, che non sa più disprezzare se stesso”, “l’ultimo uomo della razza pullulante e tenace”, “noi abbiamo inventato la felicità, dicono, ammiccando, gli ultimi uomini”, essi hanno abbandonato “la regione dove la vita è dura”. È, questa, l’essenza della “civiltà di massa, dei consumi e del benessere”, ma anche della sola che lo stesso Marcuse prospettava in termini positivi, quando gli sviluppi ulteriori della tecnica, unitamente ad una cultura di trasposizione e di sublimazione degli istinti avranno sottratto gli uomini ai “condizionamenti” del sistema attuale e del suo “principio della prestazione”».

«GLI SQUALLIDI E INSIPIDI IDEALI DEL MARCUSE»

Herbert Marcuse

«Il raffronto col mio libro da lei citato non è acconcio, anzitutto perché il contenuto di esso effettivamente non corrisponde al titolo; esso non è un libro che si esaurisce in polemiche, esso tratta invece anzitutto di una “morfologia delle civiltà”, poi di una interpretazione generale della Storia in termini non “progressisti”, di evoluzione, bensì di involuzione, su tale sfondo indicando per ultimo la genesi e il volto del mondo moderno.  Solo in via naturale e consequenziale una “rivolta” viene proposta al lettore e, propriamente, dopo che con uno studio comparato abbracciante le civiltà più varie ho cercato di indicare quel che nei vari domini dell`esistenza può rivendicare un carattere di normalità in senso superiore: cosi per lo Stato, le leggi, l’azione, la concezione della vita e della morte, il sacro, le articolazioni sociali, l’etica, il sesso, la guerra, e via dicendo.

Questa è la prima differenza fondamentale rispetto alle varie contestazioni di oggi: non ci si limita a dire di “no”, ma si indica ciò in nome di cui si dovrebbe dire di “no”, ciò che può veramente giustificare il “no”.  Ed un “no” davvero radicale, che non si restringe agli aspetti ultimi del mondo moderno, alla “società consumistica”, alla tecnocrazia ed a tutto il resto, ma va assai più nel profondo, risalendo alle cause, considerando i processi che hanno esercitato già da tempo un’azione distruttiva su ogni valore, ideale e forma di organizzazione superiore dell’esistenza. Questo né il Marcuse, né i “contestatari” in genere lo fanno: non ne hanno né la capacità né il coraggio.

In particolare, assolutamente da rigettare è la “sociologia” del Marcuse, determinata da un grossolano freudismo, con tonalità perfino reichiane. Così, quanto mai squallidi e insipidi sono gli ideali che egli sa proporre pel tipo di società auspicata dopo la “contestazione” e il superamento del cosiddetto “sistema”».

«NON SANNO CIÒ CHE VOGLIONO»

Palazzo della Triennale, Milano 1968

«Naturalmente chi si immedesima nell’ordine di idee esposto nel mio libro non può indulgere in nessun ottimismo. Ritengo ancora possibile soltanto un’azione di difesa individuale interiore. E cosi che in un altro mio libro dal titolo Cavalcare la tigre, ho cercato di indicare gli orientamenti esistenziali che si addicono ad un tipo umano differenziato in un`epoca di dissoluzione, come l’attuale. Qui ho dato rilievo particolare al principio della “conversione dei tossici in farmaci”, ossia della misura in cui, dato un certo orientamento interiore, da esperienze e da processi che per i più hanno un carattere distruttivo, si possono trarre certe forme di liberazione e di autosuperamento. È una via pericolosa, ma possibile.

Quanto agli attuali movimenti contestatari giovanili in genere, il mio giudizio è essenzialmente negativo, perché se essi possono aver spesso ragione in quel che negano, non sanno però ciò che veramente vogliono. Non solo, ma se si indicasse loro un ordine di veri valori, essi quasi senza eccezione lo respingerebbero».

«NON SONO UN MATUSA»

«Infatti, quand’anche, senza che talvolta se ne accorgano, questi contestatori non subiscano influenze marxiste, in loro predomina l’insofferenza per ogni disciplina, un irrazionalismo fatto di istinti, un anarchismo di tipo inferiore e caotico, lontano da quel tipo che ancora potrebbe essere convincente, del tipo, cioè, di un “anarchismo di Destra”. Del resto, in genere io non mi sento affatto di aderire al “giovinismo”, alla mitizzazione, oggi molto diffusa e segno, a mio parere, di uno fra i tanti cedimenti, del “giovane” come colui da cui si dovrebbe attendere un messaggio rinnovatore in senso positivo e liberatore: meno che mai, se si ha in vista la grandissima maggioranza della gioventù di oggi, spesso non lontana da quella beat italiana, la contestazione della quale si riduce agli abbigliamenti carnevaleschi, allo stile dei “capelloni” e dei barboni e alla frenesia per gli “urlatori” in voga.

Badi, io non sono un “matusa” barboso che non ha conosciuto la giovinezza. Da giovane sono stato all’avanguardia dei “controcorrente”, seguendo dapprima il movimento di Papini, quando egli faceva l’individualista anarchico, nichilista e antiborghese; poi, subito dopo la prima guerra mondiale, sono stato il principale esponente in Italia del Dadaismo, il quale non soltanto nel campo dell’arte ma altresì con riferimento ad una visione generale della vita, portò le istanze di un rovesciamento di tutto fino a limiti radicalisti tuttora non superati».

(Da: Enrico Boccaccini, «Conversazione senza complessi con l’Ultimo Ghibellino», Playmen n. 2, Roma, febbraio 1970, pp. 15-22).