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Qui potrai trovare una vasta rassegna di materiali aventi ad oggetto uno dei periodi più interessanti della recente storia repubblicana, quello compreso tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso.
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«La democrazia capitalistica e quella socialista? Viva i popoli che ne fanno a meno». Intervista a Franco Freda

Redazione Spazio70

Brevi stralci da un' intervista di Giancarlo Pertegato per il Corriere della Sera (1985)

«Ah, lei vorrebbe capirmi? Prendermi o com-prendermi? Io invece vorrei tanto sottrarmi a questa sua pretesa di ispezionare la mia anima, escluderla da questo ultimo spazio di residua sovranità, ricordarle che sono un animale (vegetariano) in cattività dal 1971, quindi scontroso e soprattutto ritroso a dar confidenza ad estranei, a giornalisti per giunta… Invece, siccome lei è riuscito a catturare la benevolenza dei miei difensori, ai quali non posso davvero rifiutare nulla (perché, pur essendo ostili/indifferenti alle mie idee, mi assistono generosamente), debbo acconsentire alla sua curiosità. Tra la mia figura politica e la mia persona ingiustamente accusata non pongo alcuna differenza qualitativa: esse indicano due “funzioni” che svolgo, di cui la seconda è una frazione della prima, anzi è subordinata alla prima. Comunque, nessuna delle due mi suscita “preoccupazioni” come lei dice. Anche il carcere, anche la gabbia di una Corte d’Assise segnano linee di un “fronte” ideale, ove un soldato politico si attesta per rispettare – nel grado umanamente più responsabile e distaccato da timori di eventi sgradevoli – il suo compito: la sua “vocazione” a custodire non la propria immagine individuale, ma l’immagine (a lui conforme) del mondo e della vita che il suo comportamento riflette».

«CREDO CHE L’IMAM KHOMEINI SIA, IN QUESTA SECONDA METÀ DEL VENTESIMO SECOLO, UNA LUMINOSA FORZA DEL BENE»

Franco Freda fotografato da Vittoriano Rastelli (1976)


«Io credo nell’efficacia delle benedizioni e delle maledizioni… In altre parole, credo che l’uomo sia veicolo di forze che trascendono la sua individualità fisiopsichica e che siano queste influenze (si possono definire “spirituali”, “metafisiche”) ad animare, a significare la sua esistenza, ne abbia egli consapevolezza o meno (ma il grado della sua libertà deriva dal grado di consapevolezza con cui riflette queste forze). Tradotte in termini morali, queste entità che reggono le sue azioni si possono designare come forze del Bene e forze del Male. Credo che l’Imam Khomeini incarni, in questa seconda metà del XX secolo, una luminosa forza del Bene – e che la sua benedizione concessa a Europei che, mediante la loro minuscola opera culturale, contribuiscono a combattere il Male, sia un riconoscimento della validità dei nostri orientamenti. (…) Non abbiamo bussato ad alcuna porta. Abbiamo solo aperto la porta che ci ha introdotto, da parecchi anni, al rifiuto del materialismo moderno, nelle sue più diaboliche manifestazioni: il capitalismo e il socialismo marxista. E abbiamo dimostrato simpatia (e talora entusiasmo) nei riguardi di esperienze ed esperimenti condotti da quei popoli- l’altro ieri la Cina della “rivoluzione culturale”; ieri la Libia di Gheddafi (ha letto il suo “Libretto verde”?); oggi soprattutto l’Iran della Rivoluzione Islamica – che mirano a disintossicarsi dalle democrazie capitalistiche e da quelle socialiste».

«LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE? HA IMPIEGATO IL MARXISMO SOLO COME VEICOLO ATTUALE DI ESPRESSIONE»


«Non dissimulo la mia ammirazione per l’opera statuale di Mao Tse Tung e il mio interesse per la direzione di fondo della politica cinese, la quale – a parer mio- prosegue il grandioso obiettivo di spezzare la morsa colonialistica in cui i sistemi sorti nel 1945 (…) rinserrano la giusta libertà di quattro continenti. E così interpretavo la Rivoluzione culturale cinese: “Una rivoluzione che (…) ha impiegato il marxismo solo come veicolo attuale di espressione (…). L’intima forma del maoismo non deve scorgersi nell’assunzione del marxismo che esso accetta (…) ma piuttosto nella visione del mondo che esso evoca: una visione del mondo quasi “spartana” (…) un ritmo organico di fedeltà che vincola al capo tutta la comunità nazionale e favorisce quella tensione solidaristica la quale, a sua volta riflette nel lavoro di un popolo intero i caratteri di volontaria disciplina, di milizia libera sproletarizzata (…). Nel comunismo cinese scorgo sopra tutto il trionfo della responsabile differenziazione dei compiti sull’atomismo egualitario; della disciplina sul lassismo borghese; dell’ordine totalitario sull’incompostezza dell’individualismo; scorgo la vittoria dei ranghi sul soldato politico (povero ma “potente”) sulle oligarchie mercantili e burocratiche dell’occidente (URSS compresa)”. Sono dell’opinione che allora fosse giustificato delineare una rappresentazione di questo tipo. Oggi, invece, la Cina sta rapidamente percorrendo la strada funesta del compromesso col capitalismo occidentale. Sulla rivoluzione islamica iraniana, un mio amico e camerata, Carlo Terracciano, ha espresso il mio punto di vista del “Gruppo di AR” attraverso uno scritto che approvo completamente».

«Io non ho alcuna qualifica per essere un “maestro”- quindi non ho i “miei” discepoli. Sono, piuttosto, un condiscepolo più anziano che fa da “ripetitore”, da “lettore” agli altri. Non esiste un catechismo, un inventario di norme essenziali. Ma queste le possiamo reinventare attingendo ai testi della miglior tradizione indoeuropea: alla Bhagavad-gita, all’Iliade (Tersite, oggi, si sarebbe dedicato al giornalismo?), allo Stato di Platone, alle Storie di Tito Livio- per esempio. E a ciò che sappiamo dell’etica di altre stirpi: pensi a esempio, al Bushido giapponese, alle tradizioni dei Pellirosse».