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La strage di via Fracchia. Parlano Zora Ludman e Giorgio Bocca

Redazione Spazio70

Il dolore della madre di «Cecilia» e lo scetticismo del celebre giornalista sulla dinamica dell'azione

«È la casa di mia figlia? È l’appartamento di Anna Maria?». «Sì, Zora, è successo qualcosa, non so… forse… sì, è lei». «È mia figlia, quella disgraziata, lo sapevo». Sono le 9,30 di venerdì 28 marzo 1980. A Genova, in via Fracchia, al civico 12, i carabinieri del generale Dalla Chiesa hanno da poche ore fatto irruzione in un appartamento poi rivelatosi un covo brigatista.

Via Fracchia 12 a Genova, la base Br individuata dai carabinieri

Lorenzo Betassa, Riccardo Dura, Piero Panciarelli e Annamaria Ludman sono morti, colpiti dai proiettili dei militari. I loro corpi, riversi nel corridoio dell’appartamento, nel sangue. Gli inquilini dello stabile sono invece chiusi nelle loro case, terrorizzati. Una signora di mezz’età riceve una telefonata dalla mamma della Ludman, Zora. Il tono della donna è teso, la voce rotta dall’impazienza e dalla paura. Il giornale radio ha appena divulgato la notizia dell’irruzione e della sparatoria. La mamma di «Cecilia» – il nome di battaglia della brigatista uccisa in via Fracchia – sa. O almeno ha intuito qualcosa. 

«Mi chiese cos’era capitato», ricorda dopo molti anni, con assoluta certezza, l’inquilina che rispose alla telefonata, «ma non sapevo cosa dirle. Eravamo “prigionieri” nelle nostre abitazioni e sapevamo pochissimo. I carabinieri sorvegliavano l’ingresso e l’atrio, il giardino e le strade del quartiere. Dissi alla mamma di Annamaria che era accaduto qualcosa di brutto nell’alloggio di sua proprietà e lei rispose: “Lo sapevo, è mia figlia, quella disgraziata”. Un mese dopo entrammo nell’appartamento e Zora pianse. La sostenni quando stava per svenire, le impedii di vedere la biancheria intima della figlia ancora stesa in bagno. Trenta giorni dopo il blitz tutto era ancora uguale, immutato, congelato. E l’odore del sangue e della morte riempiva la gola e i polmoni, insopportabile». 

BOCCA: «NON CREDO ALLA VERSIONE UFFICIALE »

L’ingresso dell’appartamento

Giorgio Bocca: «Intervistai il generale Dalla Chiesa alcuni mesi dopo il blitz per il mio libro “Noi terroristi”. Gli chiesi: “Ai quattro brigatisti fu data la possibilità di arrendersi o furono uccisi subito?”. Non mi disse chiaramente che li avevano ammazzati, ma il tono usato per parlare rivelava intransigenza, durezza. Per me, al di là delle parole, non andò come era stato raccontato nella versione ufficiale. Non era la prima volta che il generale Dalla Chiesa aveva usato un certo metodo militare. Ricordo la rivolta nel carcere di Alessandria (maggio del ’74). Fu stroncata nel sangue, ci furono morti e feriti. Il generale aveva ordinato ai suoi di sparare. La prima sensazione dopo la notizia del sanguinoso blitz di via Fracchia? Mi fece impressione il fatto che dentro quella casa ci fossero i cadaveri di Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli, due operai torinesi della Fiat. Fino a quel momento credevo di trovarmi di fronte a un terrorismo strutturato su base locale, a brigatisti legati alla loro fabbrica, alla loro città. Fu invece il segnale che il terrorismo era in crescita, si ramificava sul territorio. Lo Stato diceva: “Ora in guerra ci siamo anche noi”. Un messaggio chiarissimo: “Adesso possiamo condurre la lotta senza fare prigionieri”. Sui pentiti Moretti sostiene una tesi politica, cioè che furono la conseguenza e non la causa della fine delle Brigate rosse. Cioè segnarono il fallimento di un progetto politico più che militare». 

 

«LE ULTIME LEVE BRIGATISTE SONO PENOSE»

Il corridoio del covo brigatista

«Che i quattro brigatisti morti valessero un monito per tutti gli altri», continua Bocca, «della serie “arrendetevi, altrimenti farete la stessa fine” è discutibile. Quando la repressione arriva a questi punti le reazioni possono essere anche di segno opposto. Soprattutto quando il senso di ribellismo è già alto. Genova, all’epoca, era un terreno fertile per i terroristi che ebbero un forte impatto sul proletariato. Non mi riferisco solo alle Br. Già anni prima dell’esplosione del terrorismo partecipai a Genova ad alcune riunioni di ex partigiani. C’era già chi teorizzava il ritorno alla lotta armata. Le ultime leve brigatiste sono però penose. Hanno sparato a due uomini indifesi dopo indagini durate mesi, pedinamenti infiniti. Le vecchie Br correvano molti più rischi sotto il profilo militare. Questi fenomeni hanno un’evoluzione misteriosa. Le Br si affermarono negli anni Settanta quando la fase più dura della lotta di classe era stata superata. Oggi stiamo entrando in una nuova fase di conflittualità sociale. Non mi sento di fare pronostici su una possibile recrudescenza della violenza politica». 

(Da una inchiesta del «Corriere Mercantile» del 13 febbraio 2004)