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Parla Autonomia Operaia: «La lotta si sposterà nelle fabbriche»

Redazione Spazio70

«Esiste una larga fetta di proletariato emarginato, diciamo cinque milioni di persone che esprimono una grande carica rivoluzionaria»

Milano, 1977. Militanti di Autonomia Operaia inneggiano alla Walther P38, pistola semiautomatica di fabbricazione tedesca (nella Germania nazista) divenuta popolare negli ambienti di estrema sinistra in qualità di «bottino di guerra» proveniente dai vecchi depositi partigiani.

«ATTENTO POLIZIOTTO, È ARRIVATA LA P 38»

Tuttavia, pur essendo «di culto», l’arma in questione non risulta particolarmente diffusa tra i gruppi eversivi. Numerosi errori giornalistici contribuiranno nel tempo ad accrescere il falso mito della P38 come «pistola per eccellenza» degli anni di piombo, grazie anche alla diffusione di slogan dell’autonomia come: «Attento poliziotto, è arrivata la compagna P38!».

Ma al di là di simboli e proclami, cosa chiedono gli autonomi in corteo? Clemente Granata, per il quotidiano La Stampa, ha raccolto alcune dichiarazioni di un militante:

«La lotta non riguarderà soltanto l’università, ma si sposterà anche sul terreno delle fabbriche. Credo anzi che per le caratteristiche della composizione della metropoli milanese le fabbriche costituiranno il nodo centrale della questione. Il problema è lo sviluppo di un’iniziativa dì massa per la riconquista di un’autonomia da parte dei settori portanti della classe operaia, autonomia nei confronti del patto sociale e dei contenuti stessi del precompromesso storico. Come dire che Alfa Romeo, Pirelli, Siemens, tanto per fare esempi, dovranno diventare terre particolarmente calde, luoghi di lotte accanite, di scontri e contrapposizioni capillari, di un acceso odio di classe».

«I BERLINGUERIANI HANNO TRADITO IL MARXISMO»

«Contro chi? Contro chi vuole assumere un ruolo di cogestione esplicita della riorganizzazione capitalistica, vale a dire i sindacati confederali e i nuovi capi berlingueriani, che hanno tradito il marxismo. Per la verità il tradimento si colloca indietro nel tempo, quando si incominciò a rinunciare a una qualunque forma di opzione rivoluzionaria. Con questo non voglio affermare che la insurrezione sia dietro l’angolo. Noi, anzi, non siamo favorevoli ad ipotesi insurrezionali. Voglio dire invece che non si deve considerare affossata l’ipotesi di un netto superamento del modo di produzione capitalistico e che bisogna lavorare per rendere possibile questo superamento.

Lo spazio c’è, il momento è propizio. La dissoluzione del sistema è alle porte. Non vede che si riscontrano i sintomi di un esaurimento della spinta progressiva dei rapporti capitalistici? Esiste una larga fetta di proletariato emarginato a causa della crisi, diciamo un cinque milioni di persone che esprimono una grande carica rivoluzionaria. Si tratta di convogliare ed indirizzare nel modo opportuno certe spinte. Si tratta anche di non approfondire la spaccatura tra quest’area di emarginati e l’altra costituita da lavoratori, che hanno un’occupazione stabile e garantita, come vogliono fare invece sindacati e PCI. Anche per questo la lotta va sviluppata sul loro terreno, le fabbriche».