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Torino 1977. L’atroce morte di Roberto Crescenzio

Redazione Spazio70

Vittima innocente con un'unica colpa: quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato

Anticipando di oltre un decennio le macabre trovate di gruppi metal come i Mayhem o i Brujeria (che negli anni ’90 scioccheranno il pubblico con fotografie di cadaveri sulle copertine di alcuni album) nel 1979 la rock-band svedese dei Leather Nun pubblica «Slow Death», un EP di quattro tracce prodotto dalla Industrial Records. La copertina del disco mostra la fotografia in bianco e nero di un giovane sfigurato da terribili ustioni su tutto il corpo. Non si tratta di finzione, purtroppo è un’immagine reale e non ha nulla a che vedere con il mondo della musica, né tanto meno con la Svezia. Si tratta di una fotografia estrapolata dalle cronache del nostro Paese.

La copertina del disco dei «Leather Nun»

Quel ragazzo con il corpo devastato dalle fiamme è il ventiduenne Roberto Crescenzio, una delle tante vittime della violenza politica italiana degli anni ’70.

Una vittima innocente, poiché con le faide tra «rossi» e «neri» non ha mai avuto nulla a che fare. Roberto non si occupava di politica, trascorreva le sue giornate a studiare e a lavorare. La sua unica colpa è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Siamo a Torino, nel primo giorno di ottobre del 1977 ma per raccontare questa storia dall’inizio bisogna contestualizzare l’accaduto partendo dalla Roma di qualche mese prima.

L’ATTENTATO A ENRICO TIANO

Fori di proiettile in via Mascarella, a Bologna, dove fu ucciso Francesco Lorusso

Il 1977 è un anno difficile per tutte le grandi città d’Italia. Roma non fa certo eccezione ed è sempre più turbata da un feroce clima di intolleranza politica che si traduce nel brutale scontro tra opposte fazioni.

Giovani di estrema destra e di estrema sinistra sono protagonisti di continui episodi di violenza. Nella zona della Balduina c’è una sede del MSI che diviene continuamente il centro di numerose polemiche poiché spesso coinvolta in risse e scontri di piazza. Da molti è considerata la base di vere e proprie spedizioni punitive ai danni di giovani antifascisti romani e la stampa di sinistra la definisce senza mezzi termini «un covo di teppisti, balordi e picchiatori»

Enrico Tiano, il giovane segretario di questa sezione, nel mese di maggio subisce un attentato. Si tratta di un tentativo di omicidio ad opera di due giovani a volto coperto. Armati di pistola a bordo di una Vespa in corsa, subito dopo la chiusura della sezione, i due esplodono sette colpi ad altezza d’uomo mentre il missino lascia la sede. Un proiettile colpisce Tiano alla schiena e un altro manca la testa per pochi centimetri. Il venticinquenne ferito è in pericolo di vita ma se la caverà con un delicato intervento. Il clima generale, invece, non può che peggiorare.

I COLPI DI PISTOLA A PIAZZA IGEA

La situazione degenera giorno dopo giorno con diversi casi di violenza che raggiungeranno il culmine in autunno. Una delle date più calde è il 29 settembre. Nel quartiere Monteverde la sede di un’associazione culturale di sinistra viene presa di mira da un gruppo di neofascisti armati di spranghe e catene. Dopo essere entrati nei locali nel corso di una riunione, gli aggressori colpiscono e feriscono alcuni degli attivisti lì presenti.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Lotta Continua, uno dei responsabili dell’incursione sarebbe Alessandro Alibrandi figlio del noto giudice missino Antonio Alibrandi. Poche ore più tardi, nel quartiere Monte Mario, da una Mini Minor con a bordo quattro giovani partono dei colpi di pistola diretti verso tre ragazzi di sinistra intenti a chiacchierare nei pressi di Piazza Igea.

Il diciassettenne Claudio Pirona si salva grazie alla sua borsa a tracolla che devia miracolosamente il proiettile. La giovane Elena Paccinelli, invece, rimane ferita. L’indomani, per protestare contro quest’ultimo accaduto, la sinistra extraparlamentare romana si mobilita con attività di volantinaggio e in tanti si recano a manifestare a poca distanza dalla famigerata sezione MSI della Balduina.

Secondo i manifestanti, i responsabili degli spari in piazza Igea si troverebbero proprio in quella base missina. Partito da via Pomponazzi, un gruppo di autonomi sfila lungo via Medaglie d’oro. I giovani di destra, tuttavia, non si fanno trovare impreparati e giunti anche da altri quartieri si schierano in strada a difesa della sezione. Memori dell’attentato di maggio, alcuni missini sono armati di pistola. Tra loro anche Cristiano Fioravanti e il già citato Alessandro Alibrandi, due diciassettenni di Monteverde, membri fondatori dei Nuclei Armati Rivoluzionari, una sigla eversiva ancora inesistente ma che farà la propria comparsa pochi mesi più tardi. 

L’OMICIDIO DI WALTER ROSSI

Gli scontri del 1 ottobre 1977 a Torino

Un blindato della polizia scende lentamente lungo via Medaglie d’oro. Dietro al veicolo si incammina un gruppo di giovani neofascisti, muovendosi in riga come in un piccolo corteo. Tra fischi e insulti parte una sassaiola che coinvolge le fazioni nemiche. Fioravanti e Alibrandi si staccano dal gruppo. Hanno con loro una pistola. Sparano entrambi. Walter Rossi, ventenne di Lotta Continua, cade a terra ferito alla testa. Il proiettile prosegue la traiettoria colpendo anche un benzinaio poco distante. Si scatena il panico e la polizia inizia a caricare i manifestanti di sinistra. Quando giungeranno i soccorsi, per il giovane Rossi sarà ormai troppo tardi. 

L’omicidio di Walter Rossi innesca una serie di rappresaglie con roghi alle sezioni del Fuan e del MSI. Da Roma le violenze investono tutta Italia con numerose manifestazioni di protesta. Il giorno seguente, anche a Torino, Lotta Continua scende in piazza. Il corteo, composto da circa tremila persone, partito da piazza Solferino si dirige verso Corso Francia, dove ha sede una sezione del MSI.

I primi incidenti hanno inizio intorno alle 11:00, dando vita a tre ore di intensa guerriglia. Polizia e carabinieri respingono più volte i tentativi di assalto dei gruppi di sinistra ma molti giovani rincarano la dose con lancio di sassi e bottiglie molotov. 

IL BAR «ANGELO AZZURRO» IN FIAMME

Le fiamme distruggono un tram e tre automobili. Vengono assaltati anche alcuni negozi e la sede della Cisnal. A subire il lancio di sassi è anche un automezzo dei Vigili del fuoco, accorso per domare gli incendi. L’autista viene colpito al capo da una pietra e sarà successivamente ricoverato in ospedale. Mentre il corteo si sposta verso Piazza Castello, un piccolo gruppetto composto da poco più di una decina di giovani si dirige in via Po, dove ha sede il bar Angelo Azzurro. Tra i militanti di estrema sinistra gira la voce (poi rivelatasi infondata) che quel locale sia il ritrovo di neofascisti.

All’interno del bar c’è poca gente. Roberto Crescenzio non è un cliente abituale ma in quel momento è una delle quattro persone lì presenti assieme alla signora Maria Benedetta, moglie del titolare, al barista Bruno Cattin e al giovane Diego Mainardo, amico del Crescenzio e come lui studente e lavoratore.

Figlio unico di un imbianchino e di una casalinga emigrati dal Veneto, Roberto la mattina lavora come assistente di laboratorio presso l’istituto tecnico industriale Spagnesi e la sera studia dalle sue dispense di chimica e tecnologia farmaceutica. Da poco ha ricevuto una lettera per il servizio militare e non sa se questa volta riuscirà a fare il rinvio. Di questo parla con Diego, tra una chiacchiera e l’altra sul campionato di serie A. 

LA MORTE DI ROBERTO CRESCENZIO

Il trasporto in ospedale di Roberto Crescenzio

Manca un quarto d’ora a mezzogiorno quando parte l’assalto. Una serie di molotov esplode all’interno del locale. Il barista e la moglie del proprietario riescono a fuggire mentre Diego Mainardo viene riempito di botte dagli estremisti e poi gettato fuori dal locale. Roberto cerca rifugio chiudendosi nel bagno ma d’improvviso l’incendio divampa verso di lui divorando la moquette.

Il giovane è in trappola e in un disperato tentativo di salvezza apre la porta e attraversa un vero e proprio muro di fuoco, varcando le fiamme verso l’uscita. È una torcia umana. Per strada viene soccorso dai passanti che cercano di aiutarlo nell’attesa dell’ambulanza, facendolo sedere ad una sedia, togliendogli le scarpe ed i vestiti che ormai sono incollati sulle sue carni arse. È in questo momento che viene scattata la famosa fotografia che lo ritrae in agonia e che sarà di grande impatto per l’opinione pubblica italiana e internazionale.

Roberto Crescenzio giungerà in ospedale con il 90% del corpo ustionato. Morirà due giorni dopo per collasso cardio-circolatorio.