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Lo sparo di Giuseppe Memeo. Storia della foto simbolo degli anni di piombo

Redazione Spazio70

«Riguardai per l’ennesima volta le vecchie foto e notai che oltre Memeo, con l’arma a braccia tese, nascosto tra gli alberi, c’era un giovane con i capelli chiari intento a fotografare...»

Milano, 14 maggio 1977. Un giovane fotografo dilettante di nome Paolo Pedrizzetti immortala un’immagine destinata ad entrare nella storia del nostro Paese. Sono le ore 17:45 e in via De Amicis un uomo dal volto parzialmente coperto sta impugnando una pistola. La punta ad altezza d’uomo, con le braccia tese, pronto a sparare. Si tratta di Giuseppe Memeo, detto «il terùn», diciannove anni, militante dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo). Nel mirino del giovane sovversivo c’è un agente di polizia e Memeo non è l’unico ad essere armato in quel tratto di strada. Anche altri attivisti stanno sparando. Ma perché? Cosa sta accadendo?

FRANCESCO LO RUSSO, SETTIMIO PASSAMONTI E GIORGIANA MASI

Il corpo di Francesco Lorusso


La fotografia più famosa degli anni di piombo non può essere raccontata senza un rapido riferimento ai fatti precedenti. L’avvento del 1977 ha travolto l’Italia come un fiume in piena. La violenza politica straripa burrascosa in tutto il Paese e i risvolti aggressivi dei cortei rappresentano ormai una triste quotidianità, talvolta con esiti estremamente drammatici come l’omicidio dello studente di Lotta Continua Francesco Lo Russo avvenuto a Bologna il giorno 11 marzo.

A Roma, in data 21 Aprile, le forze dell’ordine sgomberano l’Università occupata dai militanti di estrema sinistra. Nel pomeriggio gli autonomi indicono violente manifestazioni di protesta che culminano con lanci di molotov, spari e cariche della Polizia. L’allievo sottufficiale Settimio Passamonti, 23 anni, viene raggiunto da due colpi di pistola. Muore durante il trasporto in ospedale. Il giorno stesso, il Ministro dell’interno Francesco Cossiga vieta tutte le manifestazioni pubbliche nella capitale fino al 31 maggio. Tuttavia, la mattina del giorno 12 maggio, il Partito Radicale scende in piazza per festeggiare l’anniversario della vittoria al referendum sul divorzio e per raccogliere firme per nuove iniziative. Si aggrega anche la Sinistra extraparlamentare, comprese le frange più violente, il cui principale intento è invece la protesta contro le misure repressive messe in atto dal governo.

Il centro della capitale si riempie di agenti in tenuta anti-sommossa e diverse testimonianze video-fotografiche confermano la presenza di numerosi poliziotti in borghese armati di pistola e «mimetizzati» tra i dimostranti. La diciannovenne Giorgiana Masi viene raggiunta da un proiettile all’addome. Muore poco dopo in ospedale.

Non è tutto. Sempre il 12 maggio, a Milano finiscono in carcere Sergio Spazzali e Giovanni Cappelli, attivisti di «Soccorso rosso», l’organizzazione fondata per assistere legalmente i militanti di estrema sinistra. I gruppi d’ispirazione comunista indicono una manifestazione per il giorno 14 per protestare contro il governo e contro la repressione. Migliaia di giovani si radunano nel pomeriggio nei pressi dell’Università. Il corteo sfila lungo il centro fino a Piazza Duomo, dove ha luogo un comizio. Alcune centinaia di autonomi si radunano invece nei pressi del carcere di San Vittore ma un cordone di polizia vieta l’accesso ai manifestanti nelle immediate vicinanze del penitenziario.

L’OMICIDIO DI ANTONIO CUSTRA

Antonio Custra

Ha inizio una fitta sassaiola, poi si odono degli spari. Alcuni militanti con il volto coperto impugnano bombe a mano, tuttavia, le armi da lancio non verranno impiegate (probabilmente per il timore di provocare «vittime amiche» nella confusione). Le pistole degli attivisti, invece, sparano. Al suolo verranno rinvenuti bossoli calibro 7,65, 22, 9, 38 e pallettoni da lupara. Nel corso dei numerosi spari, il vicebrigadiere Antonio Custra, di anni 25, cade a terra in una pozza si sangue. Numerosi scontri con le forze dell’ordine si verificano nel centro cittadino, accompagnati da vari episodi di teppismo. Gli autonomi assaltano un filobus obbligando passeggeri e conducenti ad abbandonare il veicolo che viene successivamente dato alle fiamme. In via Carducci un manipolo di facinorosi lancia bottiglie incendiarie in una discoteca mentre un altro gruppo di giovani tenta un «esproprio proletario» in un supermercato per poi darsi alla fuga al sopraggiungere della polizia. Si accontenteranno di qualche vetrina sfasciata.

Nel frattempo per il giovane vicebrigadiere Custra non c’è più nulla da fare. Finisce all’obitorio all’età di 25 anni, con il volto dilaniato da un proiettile. La moglie del poliziotto, la ventitreenne Anna Cito, porta in grembo una bambina rimasta orfana di padre ancor prima di nascere. Come l’agente Antonio Marino (ucciso da una bomba a mano lanciata nel 1973 da un militante neofascista) anche Custra prestava servizio presso la caserma «Annarumma» che porta il nome del giovane poliziotto ucciso a Milano nell’autunno del 1969.

Giuseppe Memeo finisce in carcere nel 1979 a seguito di un blitz della Digos in un covo di terroristi vicini ai PAC. Il responsabile della morte del vicebrigadiere sarà individuato alcuni anni dopo. Lo racconta così il giudice Salvini in una dichiarazione rilasciata nel 2011:

«Riguardai per l’ennesima volta le vecchie foto e notai che oltre Memeo, con l’arma a braccia tese, nascosto tra gli alberi, c’era un giovane con i capelli chiari intento a fotografare. Il fotografo Pedrizzetti, che aveva scattato quella famosa foto, aveva ripreso, e nessuno ci aveva mai badato, qualcuno che a sua volta stava fotografando la scena in controcampo. Con l’aiuto dei testimoni non fu difficile individuare lo sconosciuto, era un fotografo free-lance, Tonino Conti, molto vicino al mondo dei manifestanti. L’indagine ebbe un colpo di fortuna. Nell’abitazione di Conti, nascosti in un libro da 12 anni, trovammo ben 28 negativi della sparatoria che Conti non aveva né pubblicato, né distrutto né consegnato alla Polizia. Fu la svolta che completò la scena di via De Amicis. Conti, a differenza degli altri fotografi, aveva puntato il suo obiettivo anche in avanti, verso la Polizia, aveva fermato l’inizio dell’attacco e ripreso in tre fotogrammi lo sparatore che si era portato subito più avanti di tutti. Era un ragazzo che non compariva nelle altre foto, con un passamontagna chiaro e un’automatica in mano: Mario Ferrandi, un giovane che si era da tempo staccato dalla lotta armata, aveva sparato il colpo mortale. La fotografia più famosa, pubblicata in tutto il mondo, che riprendeva Memeo con l’arma a braccia tese, lo capimmo allora, era stata scattata in un momento successivo, durante la ritirata del gruppo, quando Custra era già stato colpito: qualche volta anche le immagini icone ingannano. Così l’indagine ebbe fine».