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L’omicidio del carabiniere Benito Atzei

Redazione Spazio70

Il collega del vice brigadiere, l'ausiliario Bertello, si salverà a seguito di un intervento chirurgico

Corio (TO), 8 ottobre 1982. Ore 16:30. In un villino di via Colle Secchie, presso borgata Ghiacciaie, la piccola Elena sta festeggiando il suo nono compleanno in compagnia dei genitori, del fratello Fabrizio e dei numerosi amichetti accorsi nella residenza della coetanea per prendere parte ai festeggiamenti. Il papà della bimba, il signor Benito Atzei, è costretto a congedarsi dalla festa per recarsi a lavoro. Quarantottenne originario della provincia di Oristano, Atzei si è arruolato nell’arma dei carabinieri nel 1955. Dal 1976 è in servizio presso la stazione di Corio e da alcuni mesi è stato promosso vice brigadiere.

«LASCIALO PERDERE, ANDIAMO VIA!»

Ore 17:30. In compagnia dell’ausiliario Giovanni Bertello, il vice brigadiere Atzei è fermo con la vettura di servizio in una strada di campagna, nei pressi di un piccolo nucleo abitato in una frazione di Rocca Canavese. I militari hanno appena istituito un posto di blocco. Il giovane Bertello impugna il mitra M12 di ordinanza mentre il carabiniere più anziano controlla i documenti ai passeggeri delle vetture fermate. Tutto sembra regolare, tranquillo, come sempre in quella zona. Dopo un’ora i due stanno per fare rientro in caserma ma si attardano alcuni minuti per scambiare quattro chiacchiere con un contadino. Nel frattempo passa una Dyane 6 seguita da una Renault 5 di colore blu. Atzei è insospettito da qualcosa e solleva la paletta facendo cenno al conducente della Renault di fermarsi. L’automobile accosta immediatamente. All’interno della vettura siedono quattro giovani. Non appena il vicebrigadiere si avvicina al finestrino per chiedere i documenti, gli occupanti dell’abitacolo estraggono delle pistole facendo fuoco verso i militari colti alla sprovvista. Atzei cade al suolo, è gravemente ferito al petto. L’ausiliario risponde subito al fuoco ma viene raggiunto da alcuni colpi all’anca e al braccio, lasciando cadere il mitra sull’asfalto. Bertello afferra quindi la pistola di ordinanza ma l’arma gli viene subito strappata dai malviventi che si impossessano anche dell’M12. Uno dei quattro ragazzi prova a sparare il colpo di grazia al giovane ausiliario ma la pistola è inceppata. «Lascialo perdere, dai, andiamo via!» esclama uno dei complici.

LA SIGLA «POTERE ROSSO» E LE CONDANNE DELLA CORTE D’ASSISE DI TORINO

Benito Atzei (a sinistra) e Giovanni Bertello

Il gruppo abbandona la Renault crivellata di proiettili e si allontana a bordo dell’auto di un artigiano parcheggiata nelle vicinanze. L’arrivo dei soccorsi, per il vicebrigadiere Atzei, si rivelerà inutile. Bertello si salverà a seguito di un intervento.

Il mattino seguente, con una telefonata presso la redazione del quotidiano La Stampa, una voce maschile dichiara quanto segue: «Prenda nota: qui un nucleo di comunisti per la costruzione del potere proletario. Rivendichiamo noi l’annientamento e il disarmo della squadretta di Rocca Canavese. Seguirà un comunicato».

Meno di un’ora più tardi squilla il telefono anche negli uffici di Stampa Sera: «Nuclei comunisti per il potere rosso. Oltre alla mitraglietta M12 ci siamo impadroniti anche di una pistola Beretta». I responsabili vengono individuati quasi subito grazie alla Renault 5. Gli inquirenti si aspettavano di trovarsi al cospetto di un veicolo rubato, l’auto invece risulta intestata ad un membro del gruppo. I terroristi si stavano recando presso un’abitazione di Corio per per prendere parte ad una riunione sulla ristrutturazione della lotta armata mediante la sigla «Potere Rosso».

Nel 1985 la Corte d’Assise di Torino condanna Giuseppe Scirocco (ergastolo), Giuseppe Potenza (21 anni e 3 mesi), Fiore De Mattia (21 anni e 10 mesi) e Roberto Tua (9 anni e 10 mesi).