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L’omicidio di Annamaria Mantini, militante dei NAP (1975)

Redazione Spazio70

La sorella ventiduenne del nappista Luca Mantini uccisa da un colpo di pistola in piena faccia

Roma, 8 luglio 1975. Ore 00:45. Al civico 146 di via dei Due Ponti, nel quartiere Tor di Quinto, un nucleo dell’antiterrorismo è in appostamento da più di venti ore all’interno di un appartamento al terzo piano. Dopo le operazioni del mese scorso che hanno portato al ritrovamento di due covi dei Nuclei Armati Proletari, gli agenti sono entrati in azione in un’altra base eversiva venuta alla luce nel corso delle indagini. L’affittuaria dell’abitazione è una giovane donna che risponde al nome di Francesca Bruni. Si tratta in realtà dell’identità fittizia della nappista Annamaria Mantini, ventiduenne originaria di Fiesole, sorella di Luca Mantini, militante dei NAP ucciso dai carabinieri durante un tentativo di rapina ai danni della Cassa di Risparmio di Firenze in data 29 ottobre 1974.

La casa è ancora vuota e tra le mura dell’interno 26 gli agenti sono in trepidante attesa. Il vicebrigadiere Antonio Tuzzolino, 27 anni, siede al buio dinnanzi alla porta con la pistola in pugno. Accanto a lui ci sono due uomini dell’anti-terrorismo e due dell’ufficio politico della Questura. In camera da letto i poliziotti hanno già trovato del materiale piuttosto interessante: 31 milioni e 900 mila lire in contanti (5 dei quali provenienti dal sequestro Moccia), fototessere ritraenti alcuni nappisti, parrucche, documenti falsi, scatole di munizioni (calibro 38, 38 special, 22 e 9 lungo); un mitra Mab, quattro rivoltelle, una machine-pistol e una pistola 7,65. E poi targhe di automobili, libretti di circolazione, bilanci finanziari, elenchi di armi. Sui comodini ci sono due libri: L’occupazione delle fabbriche (settembre 1920) e Il sovversivo: vita e morte dell’anarchico Serantini, di Corrado Staiano. Sugli scaffali giacciono diverse audiocassette (Beatles, Orchestra Casadei, Canta Cuba Libre, Totò) e alcuni pacchetti di sigarette Gitanes.

La casa è abitata anche da un uomo, come testimoniano i numerosi indumenti maschili accanto a quelli femminili. Secondo le informative, infatti, nell’appartamento risiederebbe anche un altro terrorista, un uomo armato e pericoloso che potrebbe rincasare da un momento all’altro, tuttavia, intorno alle ore 01.00 la ragazza si presenta da sola. La vibrazione dei passi sul pavimento precede lo scatto metallico della serratura. Dopo aver girato la chiave nella toppa la ventiduenne apre la porta ma non fa neppure in tempo a varcare la soglia. Il vicebrigadiere esplode un colpo di pistola a distanza ravvicinata raggiungendo la giovane donna in pieno volto, tra il naso e l’occhio sinistro. La ragazza cade per terra e in pochi istanti un’immensa chiazza di sangue investe l’intero pianerottolo. I soccorsi si riveleranno totalmente inutili.

 «DIO MIO, CHE COSA HO FATTO?!»

Finisce così la storia di Annamaria Mantini, classe 1953, studentessa universitaria di formazione cattolica. Ex ragazza scout, la giovane frequentava una parrocchia di Firenze e si era avvicinata agli ambienti di estrema sinistra tramite il fratello. Dopo la morte di Luca, la giovane aveva dato vita alla colonna Nucleo Armato 29 Ottobre. Pochi giorni prima di morire, Annamaria Mantini ha scritto queste parole in una lettera destinata ad un suo compagno di militanza:

«E se la morte ci sorprende all’improvviso, che sia la benvenuta, perché il nostro grido di guerra giunga ad un orecchio che lo raccolga, un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi ed altri uomini si apprestino ad intonare canti funebri con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e vittoria».

La madre della giovane, Rina Brunetti, è da tempo ricoverata in un ospedale di Firenze per un malore al cuore sopraggiunto dopo la morte del figlio Luca. Si teme che la notizia dell’uccisione di Annamaria possa darle il colpo di grazia. In merito alla dinamica dell’accaduto la polizia fornisce fin da subito spiegazioni confuse e contrastanti e nei giorni a venire circoleranno almeno quattro versioni differenti. Si parlerà di legittima difesa, di tragica fatalità e di colpo partito per errore. La faccenda è poco chiara ma c’è una testimone. Un’inquilina del palazzo afferma di essersi affacciata dopo aver udito i colpi e di aver visto un poliziotto visibilmente sconvolto che gridava: «Dio mio! Che cosa ho fatto?! Che cosa ho fatto?!» mentre due colleghi tentavano invano di calmarlo.

 «AVETE VOLUTO UCCIDERLA»

Il giorno seguente, all’interno di una cabina telefonica nei pressi del circo Massimo, viene rinvenuto un volantino del «Nucleo Armato 29 ottobre»:

«Ieri in un agguato teso dalla polizia, è stata uccisa a freddo la compagna Annamaria. La volontà del potere di chiudere la partita con i compagni che si organizzano clandestinamente ha armato la mano del killer di turno, che con la precisa coscienza di uccidere ci ha privato di una compagna eccezionale. Annamaria era una dei compagni che hanno dato vita al Nucleo 29 ottobre. Ha fatto parte del gruppo che ha sequestrato sotto casa il magistrato Di Gennaro e il contributo dato alla costruzione ed esecuzione di questa azione, dimostra il livello politico-militare che aveva raggiunto».

Per i terroristi si tratta di un conto in sospeso. La sera del 9 febbraio 1976, mentre in abiti civili si appresta a suonare al citofono della anziana zia, il vicebrigadiere Tuzzolino viene raggiunto da cinque colpi di pistola esplosi da un’auto in corsa in via Giorgio Scalina, nel quartiere Trionfale. Giunto in ospedale in fin di vita, il poliziotto afferma di essere stato vittima di un agguato dei Nuclei Armati Proletari. L’agente sopravvive ma resterà paralizzato. Nel maggio 1976 i NAP feriranno anche il sostituto procuratore Paolino Dell’Anno, accusato di non aver incriminato per omicidio l’agente Tuzzolino.