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La cacciata di Lama e il Movimento del Settantasette

Redazione Spazio70

Un estratto dal libro «Vita di Enrico Berlinguer» del senatore Giuseppe Fiori (1923-2003), già giornalista de «L'Unione sarda» , direttore di «Paese sera» e vicedirettore del Tg2

Il pupazzo raffigurante Lama esposto dagli studenti poco prima del comizio alla Sapienza (foto di Tano D’Amico)

«Le spranghe di ferro nel ’68. Nel ’77 le P38». È soltanto uno degli slogan che compaiono sui muri della Città universitaria di Roma. Un movimento studentesco, quello del «Settantasette», molto diverso da quello di nove anni prima: caotico, fortemente differenziato al proprio interno, diviso in una fazione violenta, che guarda con simpatia alle Br, e una maggioranza, tendenzialmente anarcoide, estranea alle esperienze democratiche del movimento operaio. Tra questi ragazzi sono molti i cosiddetti «parcheggiati»: scontenti, smarriti, alcuni con storie di droga, rispetto ai giovani del Sessantotto mancano di riferimenti culturali certi. I giornali «borghesi» descrivono un contesto fatto di «migliaia di giovani per nulla spartani», figli di quindici anni di consumismo, insicuri e disperati, «ma tutt’altro che ansiosi di avere un pezzo di pane o un qualsiasi impiego»: ragazzi, insomma, «ferocemente avversi all’ideologia dei sacrifici e della precaria occupazione».

All’interno del movimento del ’77, i cosiddetti «Indiani metropolitani» meritano una particolare menzione: sono quelli che, col volto pittato da pellirosse, resistono a una etnia – quella dei «garantiti» – rappresentata politicamente dal Pci e dai sindacati. Gli indiani metropolitani si differenziano da Autonomia operaia per gli slogan goliardici tendenti normalmente a beffeggiare i berlingueriani: «Ci hai rotti / governo Berlingotti» (crasi di Berlinguer e Andreotti), «Pecchioli, Pecchioli, come sei bello vestito da tenente colonnello», «Il socialismo in un paese solo: Monteporzio Catone».

Tra i pochi elementi capaci di accomunare le diverse anime del Settantasette c’è quello che da qualcuno viene definito «estremismo egualitario-permissivo», ideologia «ibrida» frutto di una fusione tra le dottrine egualitaristiche provenienti dall’Est e quelle edonistico-permissive di marca Usa. C’è poi una chiara avversione al Pci, percepito come partito dei «sacrifici» e presidio dello Stato.

 

IL «BAVAGLIO» DEL PCI

Il 17 febbraio 1977, alla Sapienza, si presenta, su un camioncino adibito a palco, il segretario generale della Cgil Luciano Lama. A fargli quadrato un servizio d’ordine composto da un migliaio di attivisti: sono in gran parte insegnanti, edili e portuali di Civitavecchia, ma non mancano numerosi lavoratori del terziario, rappresentativi della «prima società» ovvero proprio i cosiddetti «garantiti». Dall’altra parte c’è appunto una «seconda società», fatta di studenti – disoccupati, sottoccupati, precari – e «indiani metropolitani».

Ci sono però anche gli autonomi. Quando Lama sale sul palco per parlare viene accolto da una bordata di fischi: «Enrico fatte ‘na sega / Luciano fatte ‘na pera», cantano i «metropolitani» sulla melodia di «Guantanamera». Gli slogan più ironici («Rendiamo più chiare le Botteghe oscure») si alternano a quelli torvi degli autonomi («Lama boia», «In Cile i carri armati/In Italia i sindacati»).

Gli scontri sono nell’aria e puntualmente avvengono – furibondi – ma a sorprendere il Pci è la reazione della stampa: non soltanto quella «a sinistra» del partito di Berlinguer, ma anche quella cosiddetta «borghese». Se per il giornale «Lotta continua» il Pci ha tentato una repressione del movimento «stile Praga», il «Corriere della Sera» addebita ai comunisti l’aver scelto una strada «perdente e impopolare», quella della «normalizzazione».

Sul Giornale di Montanelli compare una nota non firmata: «Una riflessione dovrebbero farla anche i contestatori. Essi», si legge, «hanno di fronte due tipi di società: quella liberal-democratica, che ha accettato nel 68 il dissenso, e quella che va prefigurandosi con il Pci nell’area di potere, la quale, con quanti non sono d’accordo, non discute, mette il bavaglio». Anche «Il Popolo», organo di partito della Democrazia cristiana, è critico: «La reazione dei comunisti», si legge, «ha dimostrato che non tollerano il dissenso e non riescono ad accettare l’idea di essere scavalcati a sinistra».

Dalle cosiddette «regioni rosse» le critiche non sono di stampo diverso: «La pretesa dei comunisti di descrivere come insignificanti, o provocatori, o addirittura squadristi, tutti i gruppi che si collochino al di là del Pci» viene definita insostenibile su «La Nazione», nel momento in cui Berlinguer ha cercato di «agganciare i democristiani e di rabbonire gli Usa», «flirtando con Agnelli e Carli», di fatto «accettando, almeno in teoria, la legge del mercato».

L’EFFETTO «BOOMERANG»

La «conquista» del camion con il palco del comizio da parte degli studenti (foto di Tano D’Amico)

Ancora sul «Giornale» diretto da Montanelli compare un articolo intitolato «Lama apprendista stregone», nel quale si critica aspramente quello che viene definito «il duplice ruolo dei comunisti in veste di piromani-pompieri»: per il quotidiano milanese, «le spinte eversive sono cresciute sotto lo scudo politico, parlamentare, giornalistico, sindacale del Pci».

«Il Tempo» utilizza concetti quasi analoghi: «I partiti ufficiali della sinistra, questi apprendisti stregoni che hanno allevato gli studenti alla menzogna ideologica e all’odio di classe, se li vedono sfuggire di mano», si legge, mentre il quotidiano della Santa Sede, «L’Osservatore romano», usa il titolo emblematico di «Boomerang»: «Forse per la prima volta», scrive il giornale vaticano, «esponenti di primo piano del Pci sono stati fischiati, vilipesi, impediti di parlare, percossi, cacciati da quella università che da dieci anni era loro feudo e campo di manovra. In questi dieci anni è stato predicato ai collettivi studenteschi che tutto era lecito e tanti docenti hanno dovuto subire le più ingiuriose mortificazioni. Ora è la volta di chi intendeva strumentalizzare i contestatori».

Le grandi correnti «moderate» sono poi particolarmente critiche verso un Pci indebolito e in difficoltà nel controllo delle masse giovanili maggiormente politicizzate. «L’Avvenire», quotidiano della Curia milanese, definisce «un insuccesso» il tentativo, da parte del Pci, «di presentarsi ancora una volta come la sola forza capace di garantire l’ordine e di rimettere le cose a posto».

Per Dino Biondi, notista politico della «Nazione», l’episodio della Sapienza è inquadrabile nel tentativo, da parte di Lama, «di sfruttare propagandisticamente, e quindi politicamente, un eventuale successo. “Come vedete” – avrebbe potuto dire se tutto fosse andato per il meglio – “soltanto noi siamo stati capaci di ridurre alla ragione anche gli estremisti più violenti e irresponsabili”. E invece per ristabilire l’ordine nell’università i millecinquecento vigilantes mobilitati dal partito comunista e dai sindacati non sono bastati».