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Il dramma di Donat-Cattin

Redazione Spazio70

da: Stampa Sera, 8 maggio 1980

Un figlio del vicesegretario democristiano Donat-Cattin appartiene a Prima Linea?  È l’indiscrezione del quotidiano comunista romano Paese Sera che ieri pomeriggio ha messo in subbuglio gli ambienti politici italiani e ha indotto il sen. Donat-Cattin a presentare all’on. Piccoli le dimissioni da vicesegretario. Dimissioni che Piccoli ha respinto. Amalia e Carlo Donat-Cattin hanno quattro figli: Paolo, Claudio, Marco e Pia. Paolo si occupa di una casa editrice, Claudio è giornalista, Pia insegna; Marco, che ora ha 26 anni, era impiegato alla Provincia di Torino fino all’agosto 1977 quando fu licenziato perché da tempo non si presentava a lavoro. Faceva parte della sinistra extraparlamentare torinese e, forse di Potere operaio. Nel ’76 Marco «sparisce» dalla circolazione, nel ’77 viene licenziato e rompe i rapporti anche con la famiglia. «Da oltre due anni non avevo più rapporti con lui» ha detto il padre presentando le proprie dimissioni da vicesegretario della DC.

Se Marco appartenga a Prima linea e ne sia uno dei capi come affermerebbe il «brigatista pentito» Peci secondo il giornale romano che  ha pubblicato ieri le «rivelazioni», la magistratura non l’ha ancora detto e rimangono senza conferme e senza smentite le «voci» secondo le quali esisterebbe a suo carico un mandato di cattura o addirittura sarebbe stato già arrestato martedì scorso. Per ora il fatto certo è che Marco Donat-Cattin conduce vita clandestina da circa due anni; una clandestinità che basterebbe da sola a creare pesanti sospetti, come infatti è già accaduto. A Torino nei giorni successivi all’uccisione del maresciallo di polizia Rosario Berardi, il 10 marzo 1978, era corsa voce che la telefonata che rivendicava l’attentato alle Brigate rosse fosse stata fatta dal telefono dell’abitazione torinese dei senatore Carlo Donat-Cattin.

LE COLPE DEI FIGLI RICADONO SUI PADRI?

La «notizia» non ebbe conferma né seguito e si perse nell’ipotesi di un allacciamento volante compiuto da un esperto in una centralina della Sip sulla linea di casa di Donat-Cattin. Analoga «voce» si era diffusa durante il sequestro Moro, a proposito di una telefonata in casa Moro che sarebbe giunta da Torino. L’ultima «voce» su Marco Donat Cattin era di martedì scorso, quando sarebbe stato emesso mandato di cattura o addirittura arrestato. Ma anche in questo caso nessuna conferma né smentita. Si sa soltanto che martedì c’era a Roma il Consiglio nazionale della DC e Donat-Cattin ha rinunciato a svolgere la relazione sulle prossime elezioni amministrative. Nella serata poi di martedì Donat-Cattin informò il segretario e il presidente della DC, Piccoli e Forlani, di «possibili riferimenti giudiziari» a suo figlio Marco, prospettando l’opportunità delle proprie dimissioni e ricevendo da Piccoli e Forlani un sincero e affettuoso attestato di solidarietà e di fiducia, lo stesso con il quale ieri hanno respinto le dimissioni effettivamente presentate dopo la pubblicazione di un titolo a sette colonne che diceva:

«Una pagina segreta del verbale — nuove accuse di Peci — il brigatista pentito: il figlio di Donat-Cattin fa parte di ”Prima linea”». «Da anni Donat-Cattin si portava dentro con grande forza e dignità il dramma di un figlio che gli era completamente sfuggito, che gli si era rivoltato». Sono parole di un amico del vicesegretario della DC, riferite stamane da un giornale milanese a commento della vicenda che ha coinvolto l’uomo politico torinese e lo ha indotto a rassegnare le dimissioni dall’incarico di partito. Il fatto di avere un figlio terrorista o presunto tale — secondo il giornale milanese (e tutto lascia credere che queste rivelazioni abbiano un fondamento di autenticità) — avrebbe già fatto pagare un «prezzo al sen. Donat-Cattin: avrebbe infatti dovuto rinunciare a diventare ministro dell’Interno all’indomani della tragica uccisione di Moro e, più ancora, lo avrebbe tolto dalla «corsa» alla presidenza del Consiglio dei ministri l’estate scorsa, dopo la conclusione del congresso democristiano. Tutto ciò perché «aveva sulle spalle e nel cuore la clandestinità di un figlio».

Le colpe dei figli ricadono sui padri? Fossimo in un mondo civile l’interrogativo non si porrebbe neppure, e oggi non dovremmo registrare né le dimissioni di Donat-Cattin, né le insinuazioni che qua e là vengono avanzate da certi giornali estremisti («E’ ragionevole pensare che il padre sia sottoposto a pressioni, o ricatti, o consigli che ne condizionano la vita politica», scrive tra l’altro per esempio Lotta Continua) Ognuno vale per ciò che è dovrebbe rispondere soltanto di se stesso. Ma le cose le facciamo talvolta andare in modo diverso. Inoltre siamo in campagna elettorale. Inoltre Donat-Cattin è un personaggio scomodo nella politica italiana. Il «garantismo» della nostra società ha spesso limiti equivoci Ma quanti stamane si sono sentiti un freddo alla schiena pensando che forse anche il loro figlio ribelle, il nipote contestatario o la sorella che frequenta «certe compagnie» potrebbero portargli in casa il dramma umano che sta vivendo Donat-Cattin?