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«Compagno centravanti». Gianni Mura intervista Paolo Sollier

Redazione Spazio70

da: «Epoca», 25 gennaio 1975

I gol rossi portano in A il Perugia. Paolo Sollier, ventisettenne calciatore della squadra umbra, milita nella sinistra extraparlamentare. Ai colleghi offre libri impegnati, il suo premio di partita consiste in abbonamenti al «Quotidiano dei lavoratori», passa l’estate nei campi di lavoro francesi.

UN CALCIATORE IN AVANGUARDIA OPERAIA

Perugia, gennaio. In questa bella città c’è una bella squadra di calcio. Campionato di serie B. L’obiettivo, alla partenza, era quello di non retrocedere in C. Invece sta arrivando la promozione in A. Caratteristiche della squadra: l’allenatore, Ilario Castagner, trentaquattro anni, è il più giovane del settore professionistico; il centravanti, Paolo Sollier, ventisette anni, è il più impegnato politicamente. Da tempo milita nei ranghi di Avanguardia Operaia. È l’esempio di come certe istanze possano entrare nel mondo dello sport che in Italia è per antonomasia il più popolare, ma i cui protagonisti-idoli sono molto lontani dal popolo; alle tribune accalorate propinano circenses non sempre esaltanti, ma raramente si rendono conto della realtà che li circonda, dei problemi sociali, di quel che è la vita del paese al di là e al di fuori dello stadio.

Certo: Rivera si occupa di Mondo X, Mazzola e Facchetti si tengono informati e sono democristiani convinti. Riva sembra abbia simpatie socialiste (voce rimbalzata da Cagliari, ma non sufficientemente controllata). Sollier è però l’unico a parlar volentieri di politica e a non fare mistero delle sue idee, anche a costo di alienarsi una fetta di tifo e di popolarità. Al Perugia è arrivato dalla Pro Vercelli (serie C). prima che a Vercelli, aveva giocato quattro anni nella Cossatese (serie D e C) e, prima ancora, nella Cinzano di Santa Vittoria d’Alba. A Cossato, un paesino di quattromila abitanti, aveva scritto una lettera aperta ai tifosi, spiegando perché si rifiuta di firmare autografi. Non se l’avessero a male, ma l’autografo era un sintomo di divismo e lui si sentiva esattamente uguale agli altri. Piuttosto, alla fine di ogni partita sarebbe stato disponibile per ogni tipo di discussione, per un rapporto alla pari. A Cossato i tifosi lo chiamano «Ho Chi Min». A Perugia lo chiamano «Mao». Di queste distorsioni non gli importa nulla. Continua a non firmare autografi e gira con le tasche piene di caramelle (per i bambini). Ha destato sensazione regalando libri a tutta la squadra. A memoria d’uomo è la prima volta che un calciatore offre libri e non champagne. All’allenatore ha donato le poesie di Pavese (con la dedica «Non si vive di solo calcio»), ai compagni che conosceva un po’ meglio le poesie di Lee Masters, di Evtuscenko, di Prevert, i romanzi di Garcia Marquez. Ai più giovani i fumetti di Corto Maltese.

«SOLLIER? È UN GIOCATORE ESEMPLARE»

Sollier sfoglia il «Quotidiano dei lavoratori» in compagnia del collega Giancarlo Raffaeli

Ho visto Sollier segnare un magnifico gol all’Atalanta e rispondere agli applausi levando il pugno chiuso. Ma più di ogni cosa m’ha impressionato il suo modo di comportarsi in campo. Gioca da centravanti arretrato e lo si trova in ogni zona del campo, in continuo movimento. Non protesta mai, non fa scene, se lo atterrano dà per primo la mano a chi lo ha steso. Chi abbia pratica dei campi di calcio, a questo livello, sa quanto sia difficile trovare un atleta che rifugga dalla tentazione (ormai cronica) di recitare, sul grande palcoscenico della domenica.

«Sollier è un calciatore esemplare» dice Castagner, e aggiunge: «Quando il Perugia mi ha ingaggiato e io ho presentato la lista degli acquisti da fare, qualche dirigente ha storto il naso. Questo Sollier, secondo loro, era un piantagrane, una pecora nera. Allora, per sicurezza, ho telefonato al mio amico Sassi, allenatore della Pro Vercelli: giocavamo assieme nel ’61 a Legnano, non poteva dirmi una bugia. E Sassi mi ha tranquillizzato: è il miglior ragazzo che ho qui a Vercelli e uno dei migliori che ho incontrato da allenatore, mi ha risposto. Confermo in pieno, oggi, quanto ha detto Sassi». Notizie quanto meno singolari raccolgo da Spartaco Ghini, amministratore delegato della società: «Da due domeniche Paolo va in gol, e come premio partita, in seguito a una scommessa, gli sottoscrivo ogni volta due abbonamenti al Quotidiano dei lavoratori».

Sollier mi invita a colazione «per parlare meglio». Abita al pianterreno di una piccola casa fuori dal centro storico. Due locali, una stufa a gas, una branda, molti manifesti politici alle pareti e anche bellissime foto a colori, di fiumi e d’alberi. Foto scattate da lui, saprò poi.

Paga 50 mila lire mensili d’affitto, più le varie bollette. Evidentemente, non sa ancora che quasi tutte le società ai loro calciatori offrono anche queste cose. Prepara da mangiare, laverà i piatti. Dove non ci sono le stoviglie i detersivi, ci son solo libri.

«Chiariamo subito una cosa: io non sono un personaggio», dice, mentre io penso esattamente il contrario, «ma semplicemente uno che cerca di essere coerente con le sue idee». E mi racconta brevemente la sua storia.

«HO DATO UN NOME ALL’INQUIETUDINE E ALLA RABBIA»

Sollier al tiro. Stagione 1974-75

«Sono nato a Chiomonte, in Val di Susa. Son cresciuto a Torino nel quartiere della Vanchiglietta. Mio padre lavorava come dipendente dell’azienda elettrica. Da ragazzino ero molto pio. Le prime esperienze di gruppo le ho fatte a livello d’oratorio, poi ho lavorato con Mani Tese, raccogliendo stracci. Un buon cattolico con velleità terzomondiste, diciamo. Ma attento ai problemi del quartiere, della città. Sui vent’anni ero in crisi, con un’inquietudine e una rabbia a cui non sapevo dare un nome. Mi sono iscritto a Scienze politiche, poi ho piantato lì per andare a lavorare alla Fiat, linee costruzioni pezzi a Mirafiori. Era l’aprile del ’69, c’era stato il maggio francese, in Italia prendevano piede i gruppuscoli. Lavoravo otto ore e mezza al giorno, guadagnavo circa 100 mila lire al mese. Negli intervalli scrivevo poesie vicino alle macchine, mi sembrava di vincere così, ma era sbagliato. Mi sono avvicinato ad Avanguardia operaia, ho preso coscienza di tante cose il giorno della guerriglia in corso Traiano. Ho dato un nome all’inquietudine e alla rabbia. Ho vissuto in una comune, e devo dire che i miei genitori hanno saputo capirmi. Quando giocavo nella Cossatese ho attraversato un periodo di crisi. Ora sono tornato alla milizia attiva: che uno faccia lo studente, l’operaio o il calciatore, non fa differenza. Dov’è scritto che un calciatore non debba avere idee?».

«Analizziamo il calciatore professionista “arrivato”. Nella quasi totalità dei casi è un proletario che arricchisce vertiginosamente, come dire il ricco peggiore, individualista e schiavo dei modelli della società consumistica: la macchina grossa, la casa coi quadri d’autore, le vacanze da milionario. Non so se abbiano mai dei dubbi questi miei illustri colleghi».

Lui, che difficilmente sarà imitato, viaggia su una vecchia 500 e passa le vacanze nei campi di lavoro organizzati dalla comunità Emmaus, in Francia. Fa lo stracciarolo.

«LA PARTITA DELLA DOMENICA? È COME LA CILIEGINA SULLA CATTIVA TORTA DI OGNI GIORNO»

«Ai campi di lavoro vado da anni. Prima ci andavo da cattolico, adesso ci vado da compagno. È un’occasione di incontro, di conoscenza, di arricchimento umano. Trovo che sia il modo migliore di spendere le vacanze, stare con gli altri. Vorrei che anche il calcio fosse un ponte di rapporti umani, ma ci vorrà del tempo. Qui a Perugia mi son trasferito volentieri, m’interessava vedere come funziona una città rossa, per di più aperta al mondo per via dell’università per stranieri. Funziona bene, anche se gli studenti mi hanno un po’ deluso, troppo secchioni e troppo tranquilli. Però l’ospedale è uno dei migliori d’Italia e c’è l’acqua in tutte le case, non è che qui pensino prima allo stadio e poi all’ospedale, com’è avvenuto in altre città».

Ha interrotto l’università, ma vuole riscriversi l’anno prossimo: a Lettere però, non a Scienze politiche «del tutto inutile, mentre di cultura non ce n’è mai abbastanza». Ma quel che più gli preme è una responsabilizzazione del calcio: «Non pretendo che si scioperi per la cassa integrazione o per il Vietnam, molti neppure sanno cos’è la cassa integrazione, ma troverei giusto che i calciatori prendessero posizione quando ci sono scioperi a livello nazionale per l’assistenza sanitaria, per la casa, per il carovita. invece, sempre in campo. Lo sciopero lo si minaccia solo per questioni interne, di retribuzione. E andando sempre in campo si contribuisce a scaricare la tensione della gente. La partita della domenica è come la ciliegina sulla cattiva torta di ogni giorno, aiuta a mandar giù, a scaricare la rabbia. Invece questa rabbia non deve passare come un mal di testa ma deve prendere forma e coscienza. Certo, finché queste cose le dice Sollier, che non è nessuno, va tutto avanti come prima. Ma queste cose, a quanto mi risulta, le pensano anche un giocatore del Cesena, uno del Como. In tanti, forse, riusciremo a farci sentire».

Non so quanta strada farà nel calcio questo ragazzo (i fascisti di Perugia l’hanno già minacciato, vogliono dargli una lezione esemplare, farlo smettere di giocare). So però che ha una sua strada, ci crede e la segue. In un ambiente come quello del calcio non è poco, anzi.