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Oristano, marzo 2019. L’interrogatorio di Cesare Battisti

Redazione Spazio70

«Gli appoggi di cui ho goduto? Mi sono stati concessi perché ero ritenuto un intellettuale: scrivevo libri e questo mio ruolo era una precisa garanzia sul fatto che, a prescindere dal mio passato, fossi ormai una persona non più pericolosa»

Il 23 marzo 2019, alle ore 13,20, presso il carcere di Massama, a Oristano, si è tenuto l’interrogatorio di Cesare Battisti alla presenza del Coordinatore della sezione distrettuale antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili, e dei legali di Battisti, Davide Steccanella e Gianfranco Sollai. «Ci tengo a precisare», ha esordito Battisti, «che se non fossi evaso nel 1981 probabilmente avrei fatto parte del gruppo di coloro che si sono dissociati dalla lotta armata rendendo dichiarazioni relative alla mia responsabilità esclusivamente riguardanti la mia persona, senza chiamare in causa altri soggetti».

IL RUOLO DI PELLECCHIA E CAVALLINA

Cesare Battisti

«Voglio dire», ha continuato Battisti, «che non mi è capitata prima di oggi l’occasione, né ho avvertito la necessità, di ripercorrere le mie esperienze: quella che mi si offre è una opportunità di cui intendo avvalermi non perché possa sperare di ottenere benefici – che mi rendo conto nella mia posizione non sono prevedibili almeno nel breve periodo – ma perché si tratta di una scelta che avevo già maturato quando sono evaso nel 1981, dissimulata con i miei ex compagni di lotta armata in quanto mai avrei potuto riferire un mio intento di dissociarmi a rischio della mia stessa vita».

«Sono stato fatto evadere dal carcere di Frosinone grazie all’aiuto di appartenenti a gruppi armati di differente collocazione nel mondo della lotta armata», continua l’ex militante dei Pac, «in quanto ritenevano che avrei potuto incontrare alcuni elementi e portare un messaggio finalizzato a cessare l’attacco armato nei confronti dello Stato. In realtà già covavo dentro di me l’idea della dissociazione e non a caso pochi mesi dopo, circa due, decisi di abbandonare tutto e tutti e di rifugiarmi in Francia. Da quel momento sono stato, com’è noto, per circa 37 anni latitante senza aver reso alcuna dichiarazione sui fatti che hanno portato alla mia condanna definitiva all’ergastolo. Credo di aver cominciato a delinquere a 17/18 anni commettendo rapine e furti nella zona del Lazio: devo precisare che la mia famiglia è sempre stata vicina al Pci per cui essendo rimasto influenzato da questa ideologia ed essendo stato iscritto alla Fgci e poi a Lotta continua, ho dato diverse volte somme di danaro provenienti da furti e rapine per la causa comunista. Ho commesso i reati di cui sopra almeno fino al 1974, allorché fui arrestato per una rapina e rinchiuso nel carcere di Latina. Erano gli anni delle rivolte carcerarie alle quali partecipai attivamente anche quando fui trasferito prima a Regina Coeli e poi all’Aquila. Fui detenuto fino al 1976 e faccio presente che durante la mia carcerazione ebbi modo di individuare concretamente un gruppo già consolidato nell’ambito della lotta armata. Fui molto influenzato dalla personalità di Nicola Pellecchia che faceva parte dei Nap e il cui padre divenne in seguito mio avvocato».

«Uscito dal carcere nel 1976», ha detto ancora Battisti, «ero fortemente intenzionato a militare stabilmente in un gruppo armato. Una volta scarcerato feci il servizio militare. Mentre espletavo il servizio di leva a Udine è intervenuto un ordine di carcerazione per una precedente rapina a seguito del quale sono stato condotto nel carcere di Udine. Lì ho conosciuto Arrigo Cavallina: parlavamo spesso di politica e di lotta armata e concordammo sull’idea che una volta libero mi sarei aggregato al suo gruppo, già da un po’ di tempo operativo. Il gruppo prese appunto poi il nome di “Pac”. Una volta scarcerato, tornai a Latina e ripresi blandi contatti con Lotta continua, poi dovetti finire il servizio militare a Torino. Era probabilmente il 1977: a Torino conobbi alcuni appartenenti al gruppo “Militari autonomi organizzati” (Mao). Nel 1977, Cavallina fu scarcerato, ma mantenevo contatti con lui attraverso la madre e alcuni compagni. Andai quindi a trovarlo a Verona: a quell’epoca ero già ricercato per una rapina commessa a Latina in un ufficio postale. Questa è stata la ragione per la quale decisi di entrare in clandestinità e di passare nella lotta armata con il gruppo dei Pac. Ho avuto la possibilità di leggere le sentenze emesse nei miei confronti da quando sono detenuto e in via di sintesi posso dire che i fatti che mi riguardano, ricostruiti nelle sentenze stesse, e i nominativi dei responsabili, corrispondono al vero. I Pac erano costituiti da fuoriusciti da altre formazioni armate: erano usciti perché critici dell’organizzazione di Br, Nap e altri gruppi armati di cui rifiutavano la logica verticistica del partito armato. La strategia dei Pac, invece, prevedeva una struttura orizzontale priva di soggetti con il rango di vertici».

«I QUATTRO OMICIDI CHE MI SONO STATI ADDEBITATI? AMMETTO LE MIE RESPONSABILITÀ»

«I Pac», ha dichiarato ancora Battisti, «erano composti da circa quaranta persone: alcune rivendicazioni furono effettuate non da soggetti stabilmente inseriti nell’organizzazione, ma operanti in adesione all’ideologia dei Pac: alcuni, poi, commettevano singoli reati per poi non prendere più parte all’organizzazione. La prima azione contro persone fisiche a cui ho partecipato fu commessa a Milano nei confronti del dottor Fava su segnalazione di compagni operanti all’interno del collettivo dell’Alfa Romeo. Le ragioni, in questo momento, non le ricordo con precisione. Contro il dr. Fava sparammo io e l’altra persona indicata in sentenza. Preciso, affinché il mio discorso sia più chiaro, che io preferisco non fare nomi sia per un fatto personale sia perché sarebbe inutile in quanto relativo a soggetti già identificati nelle sentenze e condannati. Ho partecipato anche al ferimento di un agente di custodia a Verona. Credo si chiamasse Nigro: era in servizio nel carcere di Verona ed era stato segnalato da un collettivo di territorio perché molto duro in carcere. Era indicato come facente parte di una squadra di agenti di custodia “picchiatori”. Partecipai all’azione a titolo di copertura, ma non sparai. Per quanto riguarda invece i quattro omicidi che mi sono stati addebitati, ammetto le mie responsabilità. Il primo è quello del maresciallo Santoro, capo delle guardie carcerarie di Udine. L’indicazione di commettere l’azione venne dai compagni del Veneto per le torture commesse nel carcere a carico dei detenuti politici. Partecipai all’azione esplodendo soltanto io i colpi di arma da fuoco che causarono la morte di Santoro. Per quello che posso dire, ho appreso che Santoro si era comportato in modo molto più violento di Nigro. La ricostruzione di questo omicidio presente nella sentenza è esatta. Per quanto riguarda gli omicidi Sabadin e Torregiani, avvenuti lo stesso giorno, uno in Veneto e l’altro a Milano, ammetto di aver partecipato al secondo episodio con un ruolo di copertura dell’azione. Preciso che Torregiani e Sabadin erano due commercianti resisi responsabili ai nostri occhi dell’uccisione di due rapinatori: noi li definivamo “miliziani” perché si erano armati e avevano ucciso due rapinatori rivendicando un atteggiamento per noi inaccettabile. Insomma, meritavano dal nostro punto di vista, una punizione. Nella nostra ottica, i rapinatori uccisi erano proletari che cercavano di riappropriarsi di quanto loro tolto dal capitalismo. Tengo a precisare, per la verità storica, che nei confronti di Torregiani e Sabadin la maggioranza del gruppo Pac, me compreso, aveva deciso di procedere per ragioni politiche al solo ferimento in quanto ritenevamo che la morte andasse oltre la nostra politica: ritenevamo che nei due casi specifici i Pac si sarebbero messi sullo stesso piano dei due “miliziani”. Di conseguenza la maggioranza di noi voleva punirli, ma non ucciderli. Se loro avevano ucciso, noi volevamo mostrare un intento punitivo senza equipararci a loro. Tuttavia accadde che il Torregiani, come appresi dai miei compagni, reagì sparando e pertanto il volume di fuoco nei suoi confronti fu tale da determinarne la morte. Per quanto riguarda Sabadin – azione a cui partecipai come copertura – voglio precisare che anche per lui la maggioranza del nostro gruppo aveva deciso di procedere al solo ferimento. C’erano state discussioni anche accese sulla sorte del Sabadin, ma alla fine era prevalsa la linea che io, insieme ad altri, avevo sostenuto: quella di non uccidere. Accadde però che la persona incaricata dell’azione uccise Sabadin. Per quanto poi riguarda l’omicidio di Andrea Campagna, al quale io ho partecipato sparando, l’indicazione è stata data dal collettivo di “Zona sud” in quanto Campagna era stato ritenuto uno dei principali responsabili di una retata contro i compagni del collettivo Barona: questi compagni erano poi stati torturati in caserma. Lui conosceva bene i soggetti del collettivo in quanto il suocero abitava in quella zona. Per Campagna fu decisa la morte nel corso di una riunione dei Pac e io mi sono reso disponibile all’azione».

«IN ITALIA NESSUNO HA MAI FAVORITO LA MIA LATITANZA»

«Voglio precisare», ha detto ancora Battisti durante l’interrogatorio, «che non sono un killer, ma una persona che ha creduto – in quell’epoca – nelle cose che abbiamo fatto: la mia determinazione, quindi, era data da un movente ideologico e non da un temperamento feroce. Quando credi in una cosa sei decido e determinato. A ripensarci oggi provo una sensazione di disagio, ma all’epoca era così».

«Nella mia latitanza», ha concluso Battisti, «sono stato sostenuto da partiti, gruppi di intellettuali, operanti soprattutto nel mondo editoriale, con un appoggio che si è realizzato sotto il profilo ideologico e logistico. Tra gli italiani nessuno mi ha mai aiutato o ha favorito la mia latitanza: sono stato sostenuto per ragioni ideologiche e di solidarietà e posso anche dire che non so se queste persone si siano mai chieste se fossi realmente responsabile dei reati per cui sono stato condannato. Io ho sempre professato la mia innocenza e ciascuno è stato libero di interpretare questa mia proclamazione come meglio ha creduto, ma posso dire che per molti di questi il problema non si poneva: andava semplicemente sostenuta la mia ideologia dell’epoca dei fatti. Sono stato appoggiato per una pluralità di ragioni che vanno dal fatto che mi proclamavo innocente al fatto che in molti Paesi esteri non è concepibile una condanna in contumacia. Inoltre cercavo di dare di me l’idea di un combattente per la libertà, esattamente come io mi sentivo per i fatti degli anni Settanta. Gli appoggi di cui ho goduto mi sono stati concessi perché ero ritenuto un intellettuale: scrivevo libri e questo mio ruolo era una precisa garanzia sul fatto che, a prescindere dal mio passato, fossi ormai una persona non più pericolosa. A titolo di esempio ricordo che quando fui arrestato nel 2004 in Francia, a fini estradizionali, ci furono molte manifestazioni di piazza in mio favore perché per 14 anni avevo operato a livello sociale e culturale ed ero conosciuto per le mie battaglie contro il degrado e l’emarginazione. Quando ero in Brasile, un giudice mi contestò rapporti con i servizi francesi: si tratta di pure fantasie».

Ci pare interessante riportare anche una dichiarazione fatta da Battisti ai magistrati brasiliani nel 2009: «In prigione ho incontrato un uomo più anziano, Arrigo Cavallina, appartenente ad un gruppo di lotta armata, i Pac. Non mi piaceva la sua personalità fredda e al tempo stesso febbrile ma mi impressionavano la sua cultura e le sue teorie rivoluzionarie anche se non capivo tutto ciò che diceva. Quando sono stato liberato nel 1976, sono tornato alla mia comunità: si era trasformata in un deserto. Alcuni compagni erano morti, morti per mano della polizia nelle manifestazioni. Gli altri erano devastati dalle droghe. A quell’epoca grandi quantità di droga a buon mercato furono distribuite massicciamente in tutte le grandi città per distruggere il movimento di rivolta. Immediatamente le consegne vennero sospese e tutti i giovani che erano caduti nella trappola dell’ eroina si erano trasformati in fantasmi, in stato di “necessità”, preoccupati solo di trovare la droga e non più votati all’azione politica. Amareggiato da questo spettacolo feci il grande errore della mia vita: presi un treno per Milano ed entrai nel gruppo armato dei Pac. Senza comprendere a quel tempo che, anche là, sarei caduto in una trappola fatale».